Fiaba il Mago – Epilogo

luglio 3rd, 2011

No. Non è affatto un incubo; piuttosto un brusco ritorno alla materialità più crudele. I miei sensi si disappannano, a poco a poco. Sento un sapore sgradevole in bocca: che sia sangue? Sono disteso sopra un letto con sbarre laterali; un lenzuolo bianco, puzzolente a morte di disinfettante, mi copre fino al collo. Ho dolori dappertutto, specialmente alla testa. Non riesco a sollevare neppure un dito. Paralisi totale? Gli occhi hanno ripreso a mettere bene a fuoco le immagini. Una delle sagome viola ha il volto di Merice. Sì, è proprio lei, ai piedi del letto: mia cugina Merice, dallo sguardo ferino. Le orecchie mi si sono stappate, cosicché riesco a sentire la sua voce, pacata ma severa, che mi rimprovera:

- Maledizione, Fabio! Come ti è saltato in mente di barricarti in casa per giorni e giorni? Il tuo computer era completamente carbonizzato. Si può sapere che cazzo hai combinato?

Apro la bocca, ma non riesco ad articolare parole. Mi rendo conto che la risposta alle domande apprensive di mia cugina sarebbe soltanto un misero “non lo so”. Perché davvero non so cosa mi sia realmente capitato. Ricordo una miriade di omini viola, che mi facevano incazzare moltissimo. Tutto il resto è un oscuro, imperscrutabile boh! Sulla punta della lingua ho però una parola. Inizio a rantolarla:

- Uuuumaaaa…

- Non sforzarti. I medici dicono che non devi agitarti.

La voce alla mia sinistra ha un tono rassicurante, a me familiare. Riesco a girare gli occhi, e lo riconosco: è zio Fatferno. Ero bambino quando, da un giorno all’altro, lui scelse di vivere da eremita, e se ne andò su non so quale alto monte. Quanti anni saranno passati? E’ invecchiato, lo zio: ovviamente è ingrigito; ma il suo viso è rimasto pressoché lo stesso, per me inconfondibile, con quelle caratteristiche fossette espressive di una serenità innata. Chinandosi per bisbigliare al mio orecchio sinistro, zio Fatferno mi parla di nuovo, lentamente:

- Ci hai fatto prendere un grande spavento, sai? Se non era per Gabriel…

Gabriel? Chi? Il mio amico venditore? Che c’entra lui?

- Non ti facevi vivo da non so quanto tempo. Eppure non saltavi mai il nostro aperitivo serale. Da un giorno all’altro, non ti ho più visto né sentito. Credevo ti fossi offeso, perché avevo insistito per venderti, a prezzo di favore, quella Cadillac rossa. Tu volevi comprare una Ferrari dal californiano di via Bogotà. All’inizio avevo appoggiato la tua scelta, ma poi mi era arrivata in negozio quella favolosa Cadillac…

Come al solito: il mio amico Gabriel mi fa venire delle fitte tremende allo stomaco, per quanto parla e straparla. Soprattutto ora, che non posso rispondergli. Mi stordisce di chiacchiere, a voce alta. Mi sembra di ascoltare lunghi scioglilingua, talmente incomprensibili da causarmi solletico nelle orecchie; una lacrima mi scende dalla coda dell’occhio destro. Notandola, Gabriel alza ancora di più la voce e, con affettata tenerezza, strilla contro il mio povero timpano destro:

- Oh Fabio! Non devi commuoverti! Lo sai, io giro sempre con varie chiavi universali nel cruscotto della mia auto. E’ stata un’intuizione forzare la porta di casa tua, la notte scorsa… Forse una telepatia con te, che ti eri sentito male, chissà!

- Chi dire noi che tu no andato casa Fabio per rubare?

È la voce di mio fratello. Come tutti gli altri, anche lui è in viola, vicino a zio Fatferno. Con cadenza imbarazzata, Gabriel si affretta a replicare:

- Non dire così, Scemo di uno Zombie. Sai quanto sono affezionato a Gabriel…

Qualcosa mi dice che mio fratello potrebbe avere ragione. Anche se molti lo chiamano Scemo, lui non lo è: ha solo difficoltà di linguaggio. Adoro le sue storie di cadaveri ambulanti: possiede una fervidissima fantasia; è molto bravo a raccontare, a modo suo, macabre avventure, immedesimandosi in un morto vivente. Perciò in famiglia lo chiamiamo affettuosamente Zombie. Sì, lui è proprio speciale. M’intenerisco a questi pensieri: stavolta mi colano rivoli di lacrime da entrambi gli occhi. Merice mi asciuga il viso con un fazzoletto. Premurosamente. Cosa inconsueta, vista la sua indole ruvida da cacciatrice di orsi.

Di nuovo ho sulla punta della lingua quella strana parola. Riprovo ad articolarla:

- Uumaaaanuuu…

Come un uragano all’improvviso, arriva un’infermiera cicciona. Tuona col suo vocione:

- Ehi, ma in quanti vi siete intrufolati, qui in Terapia intensiva? Dovete uscire immediatamente! Il signor Farro ha bisogno di riposare! E’ in stato confusionale, non lo vedete?

Se ne vanno tutti via, salutandomi con cenni di mano: mia cugina Merice, zio Fatferno, mio fratello Zombie e quel cialtrone di Gabriel. La grassona armeggia con una flebo. M’infila un enorme ago nel braccio sinistro. Il bruciore mi fa trasalire e urlo:

- Ahiaaaaa!!!

- Vedo che riesce a parlare, signor Farro. Non si sforzi. Deve dormire.

- Infermiera, - riesco a chiamare la corpulenta donna dai modi scortesi, – che cos’è “umanuscolandia”?

- Signor Farro, lei delira. Ha la febbre molto alta, lo sa? Dorma.

- No, ma io mi ricordo di omini viola, che…

- Omini viola? – grugnisce bruscamente l’infermiera. – Color viola erano i camici sterili che indossavano quei deficienti, che sono venuti a farla stancare, senza rispetto per le sue condizioni critiche.

Dopo un click sulla mia fronte con una pistoletta verdognola, il donnone mi spara in faccia un numero decimale:

- 39,9. La febbre è scesa. Ora dorma.

Sento gli occhi assai pesanti… La balena in camice bianco riprende il largo.

Mi ritrovo su un peschereccio. C’è un cane che abbaia.

- Buono Franz!

Così ordina l’anziano marinaio al suo amico a quattro zampe, dolcemente ma con fermezza, tirando su dal mare una rete piena di pesciolini argentei, ancora guizzanti sul pontile della vecchia imbarcazione. Franz smette di abbaiare e scodinzola vivacemente.

- Ciao Fiaba! Sei qui per improvvisare qualche trucchetto di magia con me?

Il vecchio pescatore, abbronzato e sorridente, si rivolge a me amichevolmente; mi fa addirittura l’occhiolino, ma io non mi ricordo chi è. Perché? Dovrei? Eppure lui mi conosce come Fiaba il mago.

- Fiaba, perché mi guardi in quel modo? Non ti ricordi di me? Sono MerlinBach, lo stregone.

No. Proprio non so chi sia questo MerlinBach. La mia memoria è più turbata di un oceano in burrasca.

- Perché non ti fermi in barca con me e Franz, per cena? Ho appena catturato dell’ottimo pesce azzurro, vedi? Magari poi potremmo attraccare al porto della meravigliosa Barcellona del 1973, ti va? O preferisci la Los Angeles del 1927? Beh, decidi tu dove e quando. Con me puoi navigare verso qualsiasi scalo del mondo passato.

Mondo passato? Chi diavolo è questo pazzoide? MerlinBach, poi, che nome bislacco!

Riapro gli occhi. Ho sognato. Mi ricordo: sono in ospedale. Buio dalle finestre: è notte. Nella debole luce al neon verde, scorgo al mio capezzale l’ombra di un gigante, che mi dice sarcastico:

- Il mio nome è Linas. Ti ucciderò per vendetta. Ah ah ah ah ah!

Sghignazza così forte che le sue risate mi rintronano fin dentro il cervello.

Urlo:

- AAAAAAIUUUUUUUTOOOOOOOOOOO!!!!!!!!!!!!!!!!!

Accorre l’infermiera panciuta; accende la luce. Il gigante non c’è. Non c’è più. O non c’è mai stato.

- Signor Farro, si calmi. Che cos’ha?

- Umanuscolandia… omini viola… MerlinBach… stregone… Linas… gigante…

- Lei sta delirando peggio di prima. Chiamo immediatamente il dottore!

L’abbondante infermiera esce dalla stanza, a passi veloci. La vedo attraverso la vetrata, con la cornetta del telefono in mano. Avverto un dolore lancinante al petto. Poi più niente.

Luce abbagliantissima.

Una voce femminile mi parla in tono suadente:

- Sono Niva81. Sono ovunque. Contemporaneamente. Vedo tutto. Dovunque ci sia una rete, una connessione io posso esserci. Sono colei che scoprì l’equazione della terza dimensione. Sono un codice, una programmazione, indistinguibile dal resto. Sono Niva81 e sono ovunque.

Non riesco a parlare. Sento di non avere bocca, né viso, né corpo. Sono morto? La voce continua a parlarmi:

- Tu, caro Fabio, o Fiaba se preferisci, hai violato le leggi ultradimensionali, delirando onnipotenza, spingendo migliaia di utenti della rete a crederti Dio. Non volermene: devo punirti con la morte. Oppure…

Vorrei rispondere che “no, io non voglio morire!”, ma sono solo ciò che vedo e ciò che penso. La voce femminea riprende il suo discorso:

- …Oppure, se vuoi restare in vita, devi desiderare intensamente che molti innocenti muoiano, così che tu possa salvarti. E’ uno scambio che propongo a tutte le carogne che, come te, hanno osato sfidare me, Niva81, l’Entità Suprema. T’importa qualcosa se moriranno tantissimi innocenti al posto tuo?

“No, non me ne frega un cazzo! Io non voglio morire! NON VOGLIO MORIRE!!!”

Penso così, fortissimamente. Di nuovo buio.

Appena rianimato, sento trillare l’allarme antincendio. Urlano:

- Al fuoco! Al fuoco!

L’ospedale brucia. Le fiamme si propagano molto velocemente. Un vero inferno. Tutti morti. Io sono salvo. Solo io. L’unico superstite della tragedia. E completamente sfebbrato, da un istante all’altro. Incredibile! Davvero incredibile!

Ora sono tornato a casa mia. Merice, zio Fatferno, Zombie e Gabriel vengono spesso a trovarmi. Ho chiesto loro un computer nuovo. Ed eccolo lì, sul tavolo in soggiorno.

Mi viene l’idea di creare un mondo virtuale. Perché no?

In fin dei conti, che male c’è a volermi sentire come un vero Dio?

Avverto una sensazione strana, come di vertigine. Per qualche attimo. Poi mi passa.

Tutto a posto.

Digito sullo schermo il mio nome d’arte magica: Fiaba il mago.

E via con la mia elettrizzante potenza illustratrice!