Nudo e comodo (3)

ottobre 22nd, 2011

Il nuovo giorno inizia con tanta voglia di fare.
Sento che questo è un inizio diverso. Mi svegliano gli uccellini con le loro voci. Sembrano parlare d’amore.
Ma perché mi devo fare gli interessi di quei poveri uccellini?
Forse quando si è soli ci si interessa più della vita degli altri che della propria. Ma non è il mio caso.
Ho un po’ di dolore al collo. Non ho dormito molto comodo questa notte.
Fuori piove ancora e sembra pomeriggio.
Rifiuto di guardare l’ora. Tanto il tempo non mi interessa più. Tanto il tempo lascerà le sue gocce sul mio corpo comunque.
Oggi mi sento nuovo. Come se avessi comprato dei vestiti nuovi, e ho voglia di mostrarli al mondo.
Urlare “Eccomi qui!! Mi vedete ora?”.
Vado nella stanza gialla e prendo una bottiglia da un litro di latte.
Mi piace il latte. Mi piace il suo colore bianco, neutro, innocente. Non come la neve che poi si scioglie.
Faccio un salto nella stanza azzurra e mi fermo lì per dieci minuti.
Din Din
Chi è che suona alla porta a quest’ora del mattino. O del pomeriggio.
Ho ancora i pantaloni abbassati.
Esco dalla stanza azzurra, mi metto in ordine e apro la porta.
Forse sto ancora sognando, forse sono in piena fase REM.
Davanti ai miei poveri occhi c’è una Dea.
Perfetta nel corpo, un viso disegnato a matita, un sorriso contagioso.
Non dice niente.
Respira e poi mi abbraccia.
Oddio avevo proprio voglia di un abbraccio da una donna. Avevo voglia di essere avvolto da un po’ di calore.
Vorrei abbracciare tutti quelli che incontro, dare il mio buongiorno a tutte le persone, belle e brutte.
Dio che sensazione.
Essere abbracciati da una sconosciuta in pieno mattino. E’ il miglior risveglio. Forse anche meglio di un bacio. Non c’è saliva, non c’è pelle.
Solo il minimo contatto per far sentire un uomo più uomo.
La stringo forte tra le braccia. Non so per quanto tempo potrò averla ancora qui con me, tra le mie braccia. Non so per quanto tempo ancora mi soffierà addosso la sua vita.
Mi sono innamorato. Farei tutto per lei. Qualunque cosa mi ordinasse con il suo silenzio sarei pronto a farlo. Anche a buttarmi dal balcone completamente nudo.
E’ Venere scesa in terra. E’ la pace dentro a un pezzo di carne. E’ vita nelle vene.
Dopo aver premuto i nostri corpi, senza alcuna malizia, la faccio accomodare nella mia stanza.
Non mi sembra vera. Due gambe che sembrano le autostrade verso il sole, un seno che pare le colline sotto il mare e due occhi in cui perdersi per ore intere.
Non ha ancora detto una parola ma mi ha già raccontato tutto di lei.
Con un indice mi indica la stanza rosa.
La stanza rosa è quella più pulita, quella che non ho mai usato. E’ ancora vergine per me.
Entriamo nella stanza rosa.
Al centro c’è un letto a due piazze e tanti cuscini. Non me la ricordavo così bella questa stanza.
Con gli occhi mi dice di spogliarla lentamente.
Ci baciamo, ci accarezziamo, le nostre anime si strofinano fino a creare luce.
Poi ci stendiamo sul letto.
E il resto è una passeggiata sulle nuvole, un volo nell’oceano, un atto di amore.

“Come ti chiami?” le chiedo mentre fumo la sigaretta post-amplesso. Tanto domani smetto.
“Luna”.