A DENTI STRETTI (DK)
settembre 21st, 2012
“Bene Joe”, gli fu detto mentre si sfilava i guantoni pregni di sudore. “questa è la tua nuova allenatrice!”.
Il pugile, peso piuma leggero ma dotato di una coriacea corazza di muscoli sul fisico snello, si girò di lato per dare un’occhiata svogliata all’ ultimo acquisto sul mercato dei personal trainer.
Accanto al manager, dovette abbassare ancora un po’ lo sguardo e la trovò lì, mite ed esile come uno stelo di papavero al vento.
“Rikiko, questo è Joe…”, fece l’uomo, e si aggiustò gli occhiali lucidi con risoluto tocco del dito medio.
Joe si avvicino alle corde del ring, si chinò e la guardò meglio, con espressione critica ed anche un po’ stronza.
Gli parve ne’ più ne’ meno che una donnina orientaleggiante vestita a metà strada fra un’ assistente di volo sexy e una caramella alla fragola.
“Ma almeno parla italiano?”, chiese scettico, scoprendo metà della dentatura in una smorfia. Il suo dente d’oro risaltò anch’esso alla luce elettrica con un luccichio strafottente e divertito.
“Poco poco”, disse Rikiko con voce flebile sorriso soave, chiudendo gli occhietti a mandorla che quasi sarebbero scomparsi, se non fosse stato per l’eyeliner..
Joe sbuffò mentre si aggiustava le fasciature e si rimetteva i guantoni. Si tolse il ciuffo ribelle dagli occhi e quindi tornò a passo studiatamente casuale al sacco di sabbia rattoppato in mezzo al quadrato.
Prese un respiro ed iniziò a colpirlo furiosamente per i seguienti 60 secondi, in cui dette ampia prova delle sue doti di atleta navigato.
Al teatralissimo pugno finale, Joe si aspettava un drammatico silenzio e forse un applauso o un sospiro di ammirazione.
Invece fu il suono della matita frenetica di Rikiko che scribacchiava veloce su un taccuino a fiori che lo raggiunse ad incrinare appena il suo orgoglio, cosa di cui il pugile non era cosciente o non diede proprio a vedere per intero.
“…cazzo scrivi?”, disse Joe con una smorfia, fissando la giapponesina. Anche il ciuffo gli cadde sugli occhi per donare un maggiore pathos.
Rikiko alzò la testa e, con fare serio, fece cenno a Joe di scendere dal ring.
Imprecando, egli fece controvoglia quanto richiesto.
Da vicino Rikiko gli parve ancora più piccola: gli arrivava a malapena alla spalla.
Joe tirò su col naso, tanto per intimidirla un poco. Non si sarebbe tuttavia aspettato di scoprire, così, un dolce profumo di vaniglia che lo colpì in modo subliminale sotto la cintura.
Joe fece appena in tempo ad iniziare ad essere imbarazzato per l’odore acre emanato dal suo corpo quando Rikiko lo sorprese tirandolo giù per il ciuffo con uno strattone fulminante ed improvviso.
Joe si piegò su se’ stesso come un burattino a molla, incapace di intendere e di volere per via del dolore che lo paralizzò in tandem con all’effetto sorpresa.
“Ahio!”, disse lamentosamente tirandosi in piedi. Nel momento successivo, Rikiko aveva già estratto dalla borsetta un affilatissimo coltellino giapponese con cui aveva reciso in un sol colpo netto il vezzo di chioma superflua del giovane con un irreversibile “Zakù”.
Joe sentì una discreta rabbia salirgli dentro nel vederla rinfoderare la lama come se nulla fosse, senza lacuna spiegazione.
E dire che con un pugno dei suoi l’avrebbe potuta far pentire per il resto dei suoi giorni, costratta su un letto di ospedale!
“E allora, dài! Fammi pentire, razza di rammollito!”, disse inaspettatamente Rikiko con un sorrisetto angelico, quindi rincarò la dose di provocazione aggiungendo: “o preferisci darti al balletto classico come quel frocio di tuo padre?”.
Joe non era proprio un tipo paziente ma mai prima d’ora avrebbe immaginato di colpire una donna.
Questa volta invece venne punto sul vivo in modo irragionevole e selvaggio. Come faceva a sapere che proprio quel commento sul padre avrebbe risvegliato in lui un complesso mai sopito e sempre pronto ad esplodere?
Si avventò su Rikiko deciso a colpirla al volto con tutta la sua forza. Se fosse morta, non gli sarebbe importato.
Questa si scansò con prodigiosa, impossibile, destrezza e lo atterrò velocemente con un grazioso sgambetto. Gli afferrò dunque il polso e glielo torse dolorosamente dietro la schiena, senza liberarlo dalla formidabile presa per un bel po’ nonostante Joe implorasse a gran voce pietà.
“Dice il saggio”, motteggiò l’allenatrice, “mantenere sempre la calma”. E si riagggiustò il rossetto.
Ora che Rikiko aveva guadagnato con la forza il rispetto incondizionato del suo assistito, aveva stabilito che poteva finalmente iniziare ad allenarlo a dovere.
L’indomani lo fece salire sulla sua minicooper rosa e lo portò fuori città.
“Andiamo a fare una gita?”, chiese allegramente Joe ma avrebbe tenuto la bocca ben chiusa se avesse saputo che sarebbe finito in un cantiere edile in stato di abbandono a sollevare blocchi di cemento e a colpire a mani nude sacchi ripieni di gesso e calcestruzzo.
Sentiva che il dolore alle mani sanguinanti misto alla fatica intensa che si estendeva come un’afflizione su tutto il suo corpo, lo avrebbero si lì a poco ucciso.
Rikiko osservava minuziosamente ogni suo spostamento, (e a lui pareva, addirittura ogni suo pensiero!), seduta comodamente in alto, in cima a una gru arrugginita e decadente, all’ombra del suo inseparabile parasole merlettato.
La fuga sarebbe equivalsa certamente ad una morte ingloriosa e soprattutto atroce, e questo Joe lo sapeva.
La prima volta che aveva tentato di scappare si era ritrovato, a sbarrargli il cammino, tre stelline ninja che, lanciate da mano fin troppo nota ed abile, si conficcarono nel terreno come monito silenzioso e denso di sottintesa minaccia; la seconda volta fu catturato in una rete nascosta nell’erba alta e trainato come un sacco di patate fino al campo di addestramento, legato miseramente ai cingoli di un rullo compressore.
“Bene, merenda!”, disse a un certo punto Rikiko soddisfatta, tirando fuori da un furoshiki a pallini un cestino del pranzo pieno di palle di riso.
Joe, che aveva anche decisamente fame, vi si avventò sopra con foga animalesca.
Troppo tardì scoprì che erano ripiene di pasta di wasabi super concentrata. Quel sapore piccante ed elettrizzante, doloroso come un elettroshock, gli salì fino al cervello e ridiscese sotto forma di lacrime torrenziali giù dai suoi occhi.
“Buone vero?”, fece Rikiko, “lo sai che il wasabi aumenta incredibilente la concentrazione ed innalza di molto soglia di resistenza al dolore?”
“No…”, rispose Joe, e in qul momento Rikiko lo colpì forte su una spalla con una sbarra di ferro abbandonata in terra, così senza preavviso.
Il pugile urlò ad occhi chiusi, immaginando il danno provocato dal colpo e l’insostenibile sofferenza che ne sarebbe seguita e… che tuttavia non arrivò.
Era morto?
Quseto avrebbe spiegato l’assenza di senzazioni. Forse si era infine liberato di quella folle torturatrice nipponica.
Aprì gli occhi e scoprì con sua somma sorpresa che la spalla era a posto e che era stato invece il metallo che Rikiko aveva ancora in pugno ad essersi piegato.
“Sei stato un allievo devoto!”, lo elogiò Rikiko con un sorriso genuino. I suoi capelli svolazzavano al vento come seta nera e lucida.
Joe la trovò carina, anzi bella, per la prima volta, e il suo cuore ebbe un sussulto che non seppe bene interpretare.
“Continuiamo con l’addestramento?”, lo esortò Rikiko, asciugandogli una goccia di sudore lungo il collo con un fazzolettino a pulcini rotondi.
Il pugile annuì, pieno di rinnovata energia e continuò diligentemente a sollevare massi, trascinare autocisterne, stoppare palle da demolizione, mettere la cera e togliere la cera.
Un mese dopo Joe era al massimo della forma, pronto per la superfinale megagalattica contro il campione in carica, un bestione negro e possente, apparentemente imbattibile.
Joe lo squadrò con sufficienza: del resto aveva facilmente buttato giù al primo colpo tutti gli altri sfidanti come fossero bruscolini e con questo non sarebbe di certo andata diversamente.
In bocca, il retrogusto pungente del wasabi lo incitava ruggente alla lotta.
Sicuro di se’, Joe si buttò a testa bassa contro l’avversario allo scoccare del gong.
Egli vibrò un poderoso dritto, due colpi mancini di violenza inaudita e un gancio sovraumano sotto il mento.
Il pubblico fece “Aaah!” ed “Ooooh!”, e qualcuno si coprì anche gli occhi, data l’intensità della scena..
Anche Rikiko, da casa, in ciabatte, alzò un pochino di più il volume della televisione per sentire meglio il rumore sordo dei colpi sferzati sulla pelle nuda.
Il negro incassò i pugni che si scontrarono come meteore con i suoi muscoli e con le sue cartilagini.
Cadde al tappeto, come previsto, e l’arbitro iniziò lentamente il conteggio fra le grida esaltate della gente esultante.
1…2…3…
Intanto, Joe si era messo in posa davanti alle telecamere, levando in alto un braccio in segno di vittoria.
4..5…6…
Pensava: “Altro che balletto classico! Ora sono il campione del mondo!”
7…8…9…
Si era voltato verso il pubblico per ringraziarlo. L’organizzatore dell’evento aveva già digitato il numero delle pompe funebri, in modo che venissero a ritirare al più presto il cadavere dell’ex campione, ben presto rimpiazzato.
…se non che il negro si ridestò e barcollando, si rimise in piedi tra lo stupore generale.
Il silenzio si fece tale che i microfoni intercettarono pefino il suono del suo sputo sul ring. Le telecamere inquadrarono saliva e sangue misti a qualcosa di verde e piccantissimo.
Un secondo dopo, il negro guizzò scattante e si lanciò immediatamente contro Joe, che fu colpito da una raffica di colpi feroci e durissimi, ognuno fonte di un dolore lacerante ed incalcolabile, che lo stesero al tappeto in meno di un battibaleno.
Le pompe funebri dovettero venire comunque, e questa fu la fine di Joe, che in realtà si chiamava Salvatore Calogero.
Distogliendo lo sguardo dallo schermo, Rikiko si rilassò sullo schinale della poltrona di Hello Kitty ed emise un sospiro stanco.
“Dice il saggio: Mai sottovalutare il proprio avversario”, disse, scuotendo la testa in un gesto di totale disapprovazione, “soprattutto se l’ho tirato su io!”.
Si rasserenò soltanto al pensiero della mirabolante cifra versata sul suo conto bancario dai vari sponsor che l’avevano pagata profumatamente per rendere l’incontro di quella sera memorabile soprattutto per gli indici dell’ auditel.


