NOTTURNO DEL TURISTA ERRANTE

dicembre 21st, 2011

Ad un chiosco della stazione di Colosseo, si frugava frettolosamente in tasca in cerca di qualche spicciolo superstite. Come poteva, pensava Adrian, una semplice lattina di gazzosa, seppure molto continentale ed esotica, venire a costare un valore composto di così tanti zeri? Aveva iniziato ad elaborare a mente delle possibili semplificazioni del sistema monetario italiano, quando gli si era parato di fianco all’improvviso, agile, al lato del frigorifero, uno zingaro dal volto scavato e dagli occhi penetranti, che dovevano aver assorbito la parte più scura di quegli stessi fondi di caffè che egli era solito esaminare per divinare il futuro. Con voce roca e grave aveva costui detto, in lingua sconosciuta e suadente, magica ma terrena, qualcosa che il turista americano interpretò come una richiesta di denaro.

Adrian per qualche ragione, dimenticò completamente di aver sete ed aprì stupidamente la mano, lasciando cadere nel palmo del nomade una quantità sconosciuta di monete sfuse, di varia provenienza. Questi emise un sorriso sghembo ed in qualche modo accattivante mostrando, a parte l’incisivo dorato, una dentatura straordinariamente bianca ed immacolata.

“Aoh, a fori fase!”, Adrian si sentì urlare contro, a interrompere i pathos che si stava costruendo, in un dialetto del tutto ignoto ma che non lasciava dubbi sul livello di incazzatura che questi romani potessero raggiungere, “ma che t’è pijata ‘na paresi? E chiudi ‘sto sportello che me se scardano le cocacole!”.

Istintivamente la sua mano seppe cosa fare e, al tonfo secco dell’anta trasparente, il minifrigo tornò a refrigerare contento, lanciando come bacio di addio un unico alito di condensa fredda e vaporosa.

Bene.

Ora che aveva contribuito anche lui a fissare l’idea, nell’immaginario collettivo della stazione, del turista americano cretino, Adrian decise che era venuto il momento di avviarsi finalmente verso il suo alberghetto accanto alla stazione Termini.

Chiese alla reception un bicchiere di acqua minerale e solo allora si accorse che, al posto del portafogli aveva ora, nel taschino interno della giacca, un oggetto pesante e duro che vide, estraendolo, era una bussola fatta di vetro e pietra chiara, di una fattura capricciosa ma estremamente aggraziata. Era lucida e levigata, con i segni dei punti cardinali inscritti in oro ai lati del quadrante ed altri segni illeggibili, forse mere decorazioni tutto intorno o forse rune di stregoneria gitana. Un oggetto delicato e senz’altro bellissimo, che però, nonostante l’incredibile valore artistico non lo trattenne dallo sfogare la sua collera di anglosassone turlupinato con una scarica eccessiva di parolacce degne di tutta la saga di Die Hard in lingua originale.

Cancellò le carte di credito, la Diner’s Club, l’American Express, e solo dopo l’estenuante batti e ribatti fra le varie segreterie dei centri assistenza, decise che era tempo per una bella doccia…fredda perchè nello scaldabagno avevano finito l’anqua calda. Ma del resto, nell’afa di un Agosto romano non era poi così male. Fortuna che aveva preventivamente piazzato un paio di lattine di birra a mollo nel bidet, e che ora erano della temperatura giusta per consolarlo di tutte le fatiche della giornata. Le tracannò senza pensarci troppo, a stomaco vuoto.

Maledetti italiani. Tutto quello che voleva adesso, era semplicemente tornare là dove apparteneva.

Forse era a causa dell’alcol che non reggeva bene e che si ostinava tuttavia a bere, forse era la stanchezza… fatto sta che si sentì addosso, tutta assieme, una strana sensazione di vertigine.

Perchè era venuto a Roma? Ah, ora ricordava! Aveva vinto questo dannato premio con l’abbonamento al New York Times, lui che odiava viaggiare e che al massimo dell’audacità attraversava il fiume per andare in New Jersey!

Si era lasciato convincere da uno di quei vecchi film in bianco e nero, sperando di trovare la sua Audrey Hapburn in sella a una Vespa e portarsela indietro trionfante nella Grande Mela come bottino di guerra, e invece eccolo qui, solo come al solito ma senza assegni o altri liquidi addosso, a parte il sudore che gli colava indisturbato sotto le ascelle. Si sentì perso e solo come un cane.

E dire che la solitudine la conosceva bene! Gli amici con cui era cresciuto nell’orfanotrofio di Hartford vivevano ormai tutti in altri stati o paesi, qualcuno in Messico o in Brasile… Solo Adrian era restato a New York, accudendo fino all’ultimo la Signorina Balley, l’assistente sociale che li aveva educati tutti, quasi come fosse la loro madre.

Adrian Balley, era proprio lui il più piccolo e irrequieto di tutti quei “figli”, quello che metteva gli insetti nell’insalata, quello che portava a casa pagelle disastrose e che aveva dovuto ripetere le scuole. Quello senza ambizioni.

“Adrian”, gli diceva la signora Balley preparando i biscotti sul tavolo della cucina, mentre lui, accoccolato sulle sue ginocchia le tormentava il maglioncino di lana rossa, “lo sai, quando ti ha portato la cicogna avevi un corpicino piccolissimo da bambolotto e due occhi azzurri e grandi come un angelo riccioluto… Con Ted e Jimmy abbiamo passato ore a pensare a come chiamarti, e alla fine abbiamo scelto Adrian, come l’imperatore romano che hai studiato ieri mattina…bello vero? Un nomen omen!”. Sospirava persa nella storia e qundo tornava dal suo breve volo pindarico, “ Adrian!?”,esclamava scoprendo che quello si era placidamente addormentato.

Adrian scosse via i ricordi e prese da sopra il tavolo la singolare bussola di cui era venuto in possesso. L’ago argenteo segnava ostinatamente il Nord, nonostante Adrian la stesse scuotendo e, perso interesse, stesse provando a farla impazzire del tutto, facendole perdere il senso dell’orientamento.

Mentre la teneva in mano e stava per arrendersi e fiondarla nella valigia aperta, sarebbe stata un particolare souvenir costato un po’ caro, l’uomo sentì una scossa elettrica intensa e dolorosa percorrergli il braccio con un voltaggio che mai, nei suoi 35 anni di esistenza, aveva pensato di dover subire.

“Cazzo!”, disse in modo piuttosto flebile poichè la bussola era davvero sadica e, attaccata alla sua mano come per un magnetismo inspiegabile, lo faceva contorcere con nuove e pesanti raffiche di energia come fosse una marionetta impotente e disarticolata.

Zip! Zap! Zaaaat!

Era proprio unn balletto à la Frankenstein con tanto di minilampi azzurrognoli come caratteristica scenografia di contorno.

Ci volle un bel po’ di tempo unito a numerose gradazioni sfuse di turpiloquio libero prima che Adrian si accorgesse che c’era sempre un’unica posizione che sembrava soddisfare la bussola e che non gli procurava eccessivo dolore… ora a Sud oltre la porta, ora a Ovest verso le scale, ZAP! a volte in un tormentatissimo giro a 180 gradi lungo la scala a chiocciola che portava al pian terreno, ZIP, ed eccolo a passeggiare di notte titubante come un eploratore inesperto lungo Piazza dei Cinquecento, Via Nazionale, ZAAAT, Piazza Venezia, Largo Argentina ZZZZZ ed il Foro Romano, sempre con la malefica bussola che lanciava letteralmente fulmini e saette ed era in costante ronzio, pronta a punire ogni minima deviazione al tragitto che si era indiscutibilmente prefissata.

Quando Adrian si fermò a riprendere fiato e ad ammirare una splendida luna bluastra che sembrava voler precipitare dal cielo, era arrivato di nuovo al Colosseo anche se ben altra tensione lo stava attraversando in quel momento.

Sorpassò con cautela parte del perimetro di quelle rovine circensi per essere condotto ZIP ZAAT, senza troppi ma e forse fino ad un vicolo che svoltava decisamente a sinistra, accanto al teatro.

Fece in tempo a vedere davano “L’ELETTRA” prima che la bussola lo rimettesse in riga con un violento flusso di corrente che gli raddrizzò la schiena e gli corse su fino al cranio lungo la sua spina dorsale.

Giunse infine, ansimando e spossato, in una spoglia stanza della questura, dove i carabinieri lo definirono sbrigativamente con un “Aoh, ce sta un americano che je sta a stirà de brutto!”, infatti era mezzo ustionato e farneticava qualcosa in italiano molto ma molto approssimativo riguardo a quella band straniera, gli AC/DC.

Lo straniero tentò di spiegarsi meglio mostrando la bussola che gli era rimasta attaccata al braccio ma con grande stupore si accorse che era svanita nel nulla.

Gli chiesero come pura formalità nome e cognome scoprirono dunque ma con setrema fatica che lo sventurato rispondeva al nominativo di Adriano Belli.

“Ma allora è italiano!”, dissero in coro gli agenti dimenticando ogni problema di lingua, e strapparono allegramente la denuncia che si stava rivelando davvero troppo lunga e impegnativa.

“Sì, è quello che dicevano sarebbe passato a prendere il portafogli!”, disse un altro, ricordando lo strano zingaro onesto che aveva riconsegnato l’oggetto che aveva trovato in terra alla stazione quello stesso pomeriggio.

Adrian prese in mano l’oggetto che aveva smarrito, era proprio il suo portafogli.

Lo aprì e trovò al suo interno tutte le carte di credito e i documenti sostituiti. Erano tutti intesstati a un certo Adriano Belli, residente in via XXX numero XXX, con tanto di foto e codice fiscale.

“Poverino, deve essere un po’ suonato!”, dissero i carabinieri, e lo scortarono fino a casa.

Ad aprire la porta, nel cuore della notte, fu una donna sulla cinquantina che viveva amaramente la sua esistenza.

Trentacinque anni prima, suo figlio era scomparso, rapito nella culla d’ospedale dove era nato, e da allora la donna non si era mai data pace. Aveva incessantemente pregato tutti i giorni che per un miracolo si fosse salvato, anche se chiunque intorno a lei non aveva avuto il coraggio di suggerirle quella più spaventosa verità che ella respingeva con una fede incrollabire di madre.

Appena vide Adrian, i suoi occhi azzurri si riempirono di lacrime e lo abbracciò con tutto l’amore che non gli aveva potuto dare ma che non aveva mai smesso di provare.

“Come ti chiami?”, gli chiese.

“Adrian”, rispose lui, ancora intontito ma in qualche modo felice.

Lei gli sussurrò, accarezzandogli la guancia, “bentornato a casa.”.