(Cellardoor13) L’eterno ritorno

febbraio 16th, 2012

-“Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me. Queste due cose io non ho bisogno di cercarle e semplicemente sup­porle come se fossero avvolte nell’oscurità, o fossero nel trascendente, fuori del mio orizzonte; io le vedo davanti a me e le connetto immediatamente con la coscienza della mia esistenza.”-.

Qualcuno sbadiglia, altri fanno spallucce roteando abilmente il capo per sbirciare oltre la finestra e sperare nella “fine dell’incubo”.Mi volto anch’io verso l’orologio che si trova oltre la porta, nell’atrio, opaco e storto, posto sulla parete con disattenzione, come fosse un insetto rivoltante.

-“Potete andare, a lunedì.”-

Sento io stesso lo stomaco torcersi.

Li guardo mentre si allontanano in gran fretta, urtandosi senza battere ciglio, come se fossero decine di formiche in un angolo di terriccio. -“Peccato occupino più spazio”- rifletto prima di sollevarmi dalla sedia, trascinando il malumore fino al chiostro alberato.

-“Professore! Professore mi scusi!”-

Mi fermo, rimembrando gli anni in cui ero omaggiato spesso con tanti quesiti.

-“Dica pure.”- Con interesse la fisso e intanto colgo l’occhiata della statua in marmo alle mie spalle, il Buonamici, e raggelo.

-“Fugge via dallo sciame?”-

-“Mi scusi?”- Ricambio intanto lo sguardo torvo di quel busto irriverente.

-“Ah, capisco…formiche scommetto. La invito a notare il vociare insistente di noi allievi, come se fossimo uno sciame di api non delle formiche.”-

-“Che cosa vuole signorina?”-La osservo con invidia: anch’io un tempo ero stato brillante; nel mio non dire nulla pescavo ogni significato, le migliori “conclusioni inconcludenti”.

Ero stato un vincente.

-“Riflettevo sull’estetica professore. Per Kant non svolge forze due ruoli fondamentali nel processo conoscitivo? Recettivo e riflessivo, vero?”-

Indietreggio per tenermi distante, ma ritrovo il suo fiato sul collo, come un cappio caldo, morbido.

Ora sono io a essere invadente con il Buonamici, con la schiena posta sul suo busto scivoloso.

-“Io…io…non penso sia inerente alla lezione. E comunque Kant riflette sulla conoscenza del mondo esterno, non certo sul gusto personale come sta cercando di insinuare…che razza di domanda!”-

-“Ne è sicuro?”- Sorride abbandonando il mio sguardo. -“Non siamo poi solo agglomerati di forme?”- Lo bisbiglia e mi precede all’entrata, sparendo nello sciame, pardon… nel cumulo di formiche.

-“E allora? Metti la cravatta su…non vorrai far tardi.”-

A strattonarmi è la mia meravigliosa donna, un tempo studentessa modello che, ahimè, ha incrociato il mio sguardo e poi, bhè, avrebbe fatto meglio a tenere ben incrociato e serrato qualcos’altro.

La osservo sformare un vestito color prugna e agghindarsi come un albero di natale.

Cerco di ricordare l’aspetto che aveva non più di dieci anni fa, ma nulla, affogo tra le rughe e le labbra imbronciate.

Il mortorio che dovrebbe allietare la mia serata non è altro che un galà snob, il cui unico svago sono i litigi che nascono come fiammate tra i vari tavoli.

Li osservo i miei compagni di sventura; vedo un paio di maiali alla mia destra, con due giraffe come mogli; un pellicano e un pinguino con un monocolo ben piantato sul lunghissimo becco; tre scrofe molto rumorose (tra cui mia moglie), e un gufo dagli occhi un po’ allampanati e spenti.

Quell’infido pennuto notturno cerca di avvicinarmi scuotendo le ali, ma riesco a far finta di niente fingendo di guardare altrove. Con la coda dell’occhio lo vedo sempre più vicino e allora cerco una via di fuga voltandomi, camminando per la sala freneticamente.

Non ci sono più esseri umani accanto a me, non riesco a farli tornar tali; chiudo gli occhi, poi li riapro, e poi schiaffeggio il mio viso sempre più forte, frignando per il dolore.

Cercano di avvicinarsi come una mandria di belve inferocite ed io alzo le braccia al cielo e fuggo dalle scale scendendo probabilmente in qualche piano sotterraneo, sperando, nel buio, di ritrovare la ragione.

Giunto, in un piccolo antro fetido e polveroso, prendo aria, cercando a tentoni un qualche mobilio, un appiglio sicuro per non sentirmi nel nulla più totale. Riesco a tastare uno specchio sul muro, incorniciato da grossi ghirigori, o almeno così penso.

Mi fermo e inizio a provare vergogna per quell’attacco d’isteria, quelle urla da bambino.

-“Che idiota!”- Mi rammarico ad alta voce, mentre i miei occhi si abituano al buio e iniziano a vedere una lunga cantina ricolma di vini e una seggiola sbilenca, e un cassettone rotto.

Asciugo la fronte madida di sudore e cerco di tornare sui miei passi, combattendo la vergogna che mi raggela. Nel farlo mi volto verso lo specchio: un equino grigio, piuttosto corpulento, mi guarda con aria cupa, anche lui immobile. Indossa un tweed color castagna e una cravatta piuttosto lunga.

-“Sono impazzito”- Sentenzio. In quell’attimo mi sento stretto da una forte presa e sobbalzo.

-“Abelardo sciocco, rimani affascinato da te stesso?”-

Alle mie spalle una dea mi tiene fermo, un odore di umido la avvolge, come fosse pioggia.La sento scivolare fin dentro le ossa, avvilupparmi le viscere.

-“Io…signorina io..”-

-“Guardati e resta senza fiato allora, ma ricordati che ti stai perdendo tutta la festa, e noi ti aspettiamo da molto.”-

Lo specchio disvela ora un uomo che non ricordavo: un giovane magro e slanciato, dall’aria intelligente e la pelle chiara e luminosa.

-“Eloisa!”- Urlo sorpreso dalla mia stessa epifania. -“Non ti vedo da una vita…io, sono invecchiato ed ero stanco, solo…”-

Seguo il suo volteggiare e la sfioro con delicatezza.

-“Melodrammatico, come al solito. Ho preso io il vino, andiamo, non farmi annoiare.”-

La trattengo, cercando di fermare il mio cuore che urla e si dimena nel petto.

-“No, non andare, ti prego.”-

Mi sfugge e inizia a sfidarmi sulle scale, in una danza sgangherata. La sto per fermare quando una musica antica mi coinvolge, e ricerco la sua fonte, tra quel cumulo di esistenze che si muovono sotto la penombra del salone polveroso.

Giungo a un vecchio stereo, alto e massiccio, con due casse bombate ai lati.

-“Li producono ancora questi gioielli?”-

Ripenso ai pomeriggi a gozzovigliare nei vicoli, sul marciapiede, con quell’arma montata sulle spalle. Un inno di battaglia stroncato troppo presto, morto prima ancora di iniziare.

Richiamo alla mente quella giovinezza impertinente e finalmente la vedo ben posata sul muro, quella promessa:  aisthesis-eterno ritorno.

Urlo e piango come un neonato costretto alla prima luce.

-“Aisthesis, aisthesis!”- Mi agito tra la folla come un saltimbanco; qualcuno mi afferra la giacca e la chioma ma non sento dolore. -“L’estetica è percezione, percezione!”- Stringo tra i palmi un volto qualsiasi e sorrido. La giovane ricambia con naturalezza, e ferma il mio tremore col suo calore, zittisce il mio soliloquio offrendosi come un fiore alla primavera. Lo colgo, componendo con quelle carni un canto di sola felicità, celebrando l’esistenza di quelle forme, mie guide, mie compagne.

Qualcuno mi strattona, lasciando nella mia bocca l’amaro dell’aria, del vuoto.

Mi dimeno e danzo, ebbro di vita.

Le mura sembrano sparire, in questo cumulo di forme. Io lo studio, con dovizia e saggezza e poi lascio che le stesse mi avvolgano, celandomi e modificandomi tra le loro braccia infinite.

Siamo un unico corpo che galleggia nell’aria, vincendo il tempo e le catene della ragione.

Nella luce opaca che ci accompagna la scorgo, la compagna delle mie giovinezze, perduta in chissà quale alcova della vita. Spezzo la catena e mi rivolgo e lei come un fanciullo spaventato, proprio come allora.

Sorride e mi aspetta, mentre io ansimo per raggiungerla .Non si avvicina, non protende verso me neanche le dita per riuscire a slegarmi da quel fascinoso baccanale.

Io le corro incontro come allora, mentre se ne compiace, senza amore né sentimento, sazia della sua vanità.

Questo mi basta per rapirla e portarla in un angolo buio, dove studiare il fremito di ogni suo movimento, le forme della sua perfezione.

Leggiadra mi sussurra: “Che accadrebbe se un giorno o una notte, un demone strisciasse furtivo nella più solitaria delle tue solitudini e ti dicesse: Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione…

La stringo e ansioso rispondo:

L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello della polvere!

Quella meraviglia eterna diviene il mio paradiso, la mia terra ridente.

Esploro ogni angolo, sfiorando e poi massaggiando quel gioiello d’alabastro: accarezzo la sua pelle profumosa, lasciando che il movimento delle onde culli i nostri corpi. L’aria calda ci avvolge e ogni nostro gesto prorompe nel silenzio come fosse una tempesta: l’adrenalina ci sconvolge e gli odori, le parole bisbigliate, i gemiti, sono le nostre preghiere alla vita, che ci abbandoni e prosegua, lasciandoci in quell’anfratto solitario.

Il mio cuore batte come fosse impazzito ed io lo seguo, rapido, accompagnato dalla forza della giovinezza.

Ascolto il suo canto e ricerco nei gemiti la sua approvazione, affascinato e succube di tanta bellezza.

Le braccia l’avvinghiano e le membra dipingono nell’aria la fine di quel volo carnale.

Quel piacere segreto e audace vince l’odore acre delle mura, celato dall’oscurità più spaventosa.

Alzo il mio sguardo cogliendo la pace in quell’attimo, scovandola in quel corpo caldo e nel mio sudore.

Nell’ombra scorgo qualcosa, cerco di sfuggire a quel richiamo ma non posso.

Vedo l’orologio opaco e sbilenco e le sue lancette roteare sempre più velocemente, fino a sentir tremare il suolo quando quel turbinio rompe il vetro antico.

Il tempo è in mille pezzi, in terra, ed io sono legato al suolo come uno stolto.

Rivedo il suo sorriso cinico e freddo, immobile e innaturale; poi la sua luce si spegne e diviene opaca come ceramica.

In un attimo è polvere tra le mie dita.

Urlo e mi lascio schiacciare da quel vortice crudele.

Apro gli occhi e una sproporzionata orda di anziani mi soffoca, cercando di risvegliarmi tra mille urla. Il freddo vince le mie braccia, poi le gambe, cercando di portare via con sé anche il petto.

Cerco di lottare, tentando di risvegliare la mia coscienza annebbiata.

Scorgo la giovane di quella mattina, quella studentessa impertinente e superba. Mi sorride, riconosco quel sogghigno e allora supplico:

-“L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello della polvere?”-

Il mio è un quesito, una speranza, una chimera.

China il capo e sfiorando le mie palpebre con le dita mi sussurra:

-“Non ti rovesceresti a terra, digrignando i denti e maledicendo il demone che così ha parlato? Oppure hai forse vissuto una volta un attimo immenso, in cui questa sarebbe stata la tua risposta: “Tu sei un dio e mai intesi cosa più divina”?”-