M423314 – Capitolo 1°

maggio 12th, 2013

Quella mattinata sembrava non passare mai. Apertura mail, aggiornamento mail, scaricamento allegato, presa visione del curriculum, lettura dell’eventuale lettera di presentazione, rapida analisi a breccio, cestinamento candidato.

Quell’iter si era ripetuto già una quindicina di volte nello schermo di Mario. Era un periodo particolarmente florido per l’azienda dove stormi di nuovi aspiranti matricolandi proliferavano nella sua cartella ‘Posta in Arrivo’.
Nuovi matricolandi o anche affettuosamente “spicci”, nome coniato anni addietro dallo stesso Mario per via dell’abitudine diffusasi tra tutti i colleghi anziani, di chiedere, a dire il vero senza troppi convenevoli, le monetine per la macchinetta del caffè all’ultimo sventurato apparso in ufficio.
Ma non che fosse nonnismo da camerata o mobbing lavorativo; sarebbe stato molto più semplice da accettare per i malcapitati. La verità era che questi poveretti esistevano soltanto in funzione delle loro monetine e dei benefici che esse potevano portare all’azienda..

Superato l’ennesimo spiccio Mario non capiva ancora perché quel lunedì mattina l’orologio da parete lo odiasse così tanto. Era arrivato al punto di volersi alzare per andare ad ascoltare personalmente il ticchettio delle lancette per assicurarsi che scorresse in maniera regolare.
Solitamente Mario e Orologio andava molto d’accordo. Alla mattina Mario salutava sempre molto cordialmente Orologio, assicurandosi che questo funzionasse, stesse bene e che fosse ben fissato alla parete dal quale lo fissava, ed Orologio ricompensava Mario ogni qualvolta che questi alzava lo sguardo per controllargli l’ora, facendo avanzare il tempo ad un ritmo eccezionalmente rapido rispetto a quanto Mario si aspettasse.
Oggi però sembrava che tra i due si fosse rotto qualcosa. Come due amici di vecchia data che litigano per la prima volta e nessuno dei due vuole scendere dalla sua posizione.
Il mal di testa pressante di quella mattina aveva fatto saltare a Mario il rito del saluto di ben ritrovato ad Orologio. Come ormai Mario aveva intuito, a questa sua azione ne era conseguita una di molto più meschina da parte di Orologio.

Dopo l’ennesima occhiata al suo ex-amico Mario decise di confessare tuta la storia della sera precedente, del cuba libre di troppo, di Mal di Testa che non lo aveva mollato neppure dopo la notte di sonno e della defezione del suo plotone di aspirine. A Mario parve di scorgere il suo collega di cubicolo, un ragazzo di circa cinque o sei anni più vecchio di lui, intento a comporre il 118; notato questo spedì una sorta di imprecazione contro Orologio e tornò al suo lavoro, convincendosi che nel pomeriggio, quando mal di testa si sarebbe con tutta probabilità preso ferie fino alla settimana seguente, avrebbe sicuramente scovato almeno un giovine di belle speranze da mettere nella lista dei papabili.

In un rapido ma quantomai concitato valzer di canditati, al contrario delle sue vane speranze, Mario provocò invece la morte, consigliato saggiamente dall’ormai tristemente famoso drappello di cuba libre conosciuti la sera prima, di: un giurista fresco di laurea quinquennale, due economisti under 26 carichi di titoli e stendardi scolastici, un trentaquattrenne alla ricerca di nuove possibilità dopo una vita spesa in un ufficio notarile e una ragazza che non ancora laureata chiedeva di aver la sua possibilità di stage.

Con un misto tra fierezza e gogliardia, Mario sprofondò nella sua poltrona dopo l’ennesimo trash digitale.

Dopo un paio di minuti e senza sapere precisamente il perché, si mise a fissare lo sfondo del suo monitor.

Il suo computer era stato sbloccato da Gigi, collega di vecchia data con la passione della pirateria informatica. Il veterano della squadra degli scrutinatori del secondo piano era riuscito a scovare un trucco per aggirare le restrizioni imposte dall’azienda, e permettere ai suoi più fidati compagni di impostare perlomeno uno sfondo personalizzato che evitasse ai pochi fortunati, di dover fissare per otto ore consecutive al giorno il logo ipnotico della società.
Il sogno era quello di godere della libertà di navigazione in internet al riparo dalle restrizioni aziendali, ma anche un risultato all’apparenza così misero, come quello di impostare un wallpaper di proprio gusto, era stata per tutta la truppa un vittoria conquistata e sudata, un motivo ben più che sufficiente per festeggiare una sera a botte di birra e patatine fritte.
Il motivo? Semplicemente dovuto al fatto che quel simbolo demoniaco che era il logo aziendale poteva benissimo essere inteso come una della tante figure di rochard delle analisi psicologiche. Metteva letteralmente soggezione.

Al piano c’era una speciale classificazione per le interpretazioni che i dipendenti davano a quel simbolo. La top-five annoverava tra i primi posti un simbolo massonico, un logo di Batman travestito da avvocato divorzista e una colorita rivisitazione della m del McDonald in chiave punk.

La spiegazione ufficiale diceva invece che si trattava di un volatile intento in una caduta in picchiata.
La spiegazione che si dava Mario era quella di un colpo secco alle meningi che paralizzava le principali sinapsi cognitive. Il che era un risultato eccellente se paragonato alle conseguenze che gli provocava la visione delle foto del vecchio cane che la sua ex moglie gli aveva portato in casa agli inizi della loro relazione e che si ostinava a tenere sulla scrivania per chissà quale ragione.

Per fortuna dopo pranzo la giornata iniziò a decollare, al punto che persino Orologio pareva aver fatto la pace con il suo migliore amico.
Tutto procedeva tranquillamente quando ad un tratto il telefono posto sulla sua scrivania prese vita ed iniziò a squillare. Ciliegina sulla torta, il suono acuto del ring del telefono ridestò Mal di Testa, pacificamente mitigatosi circa trenta minuti prima.
Mal di testa riprese a tenere in guardia Mario, disincentivandolo dall’uso improprio delle sue amate aspirine.
Le aspirine all’arancia vedendo che non sarebbero mai state utilizzate si appisolarono nuovamente, ognuna all’interno del suo monolocale plastificato.
Le palle di Mario, stanche di stare fuori dai giochi, sfruttarono l’avvenimento per iniziare a vorticare con sempre maggior foga, quasi parer felici della situazione in cui verteva il loro proprietario.

Quando in ufficio suonava il telefono non era mai per un buon motivo. Il lunedì precedente, allo squillo del telefono era corrisposto un pesante e quantomeno noioso lavoro di catalogo, al cui il povero Mario avrebbe fatto volentieri a cambio con un succo di limone sparato dritto nell’occhio destro.
Martedì era stata invece la volta della stampa e rilegatura del manuale aziendale per i nuovi entrati. Cinquecento pagine a colori di fitte istruzioni e ammonimenti, riguardanti i comportamenti e le procedure aziendali da tenere sul luogo di lavoro, con relative sintesi delle implicazioni che, eventuali violazioni, avrebbero maturato. Alla copia 257 Mario fu convocato d’urgenza dal suo capo-sezione per visionare un curriculum chiave per l’azienda. Scoprì il giorno seguente di essere stato salvato dal nipote del suo collega Flavio Cortini, arcinemico, nonché nemesi giurata.
Dopo martedì tutto filò liscio fino al venerdì pomeriggio, quando, alle cinque e quarantasette di un pomeriggio trascorso in completo anonimato, il telefono squillò nuovamente.

Il panico percorse Mario da cima a fondo. Proprio non sapeva come comportarsi. Sapeva fin troppo bene di essere caduto in una viscida trappola.
Da lì a dodici minuti infatti, in un universo parallelo in cui gli uomini buoni vincono sempre e i cattivi periscono per mano di un Dio benevolo ma vendicativo, l’impiegato 423314 sarebbe potuto uscire dal suo ufficio per dirigersi, avvolto dalla luce del Signore, verso la sua dimora, calda ed accogliente.
Per sfortuna di Mario questo era tutt’altro universo.
Qui gli uomini buoni perdono sempre mentre i cattivi sogghignano al fianco di un Dio non poi così benevolo e certamente fin troppo ironico.
Si chiese più volte cosa fare. Come poteva lui, povero stacanovista del reclutamento, superare indenne quel momento tanto difficile? Cercò una soluzione arrancando nella sua mente, alla ricerca di una qualsiasi scusa morale che gli avrebbe permesso di non alzare la cornetta del telefono.
In quei pochi secondi Mario ripercorse la sua vita. Scavò a fondo ogni singolo ricordo che riaffiorò. Dal suo primo giorno di scuola, al momento in cui scoprì di essere padre, passando per i difficili giorni dell’università e per quelli ancor più difficili del suo vecchio matrimonio. Tutto questo alla disperata ricerca di una sola azione, talmente splendida, talmente pura, talmente…nobile, da autorizzare lui e il suo karma, ad ignorare il suono incessante del telefono, andando a casa verso la libertà, conservando comunque una flebile parvenza di dignità umana.

Mario non era assolutamente baciato dalla luce del Signore. A dire il vero non era baciato da qualcosa da almeno sei mesi, se non contiamo le leccate appiccicose che Haedi, il cane della sua vicina Gisella, gli riservava ogniqualvolta lo incrociava sulle scale di casa.

Alzò la cornetta alle 17:55 di un venerdì pomeriggio.
“Dario! Sono felice che non sia già scappato come tutti quei fannulloni dei suoi colleghi! Senta, cosa ne dice di fare un ultimo lavoretto per la sua amata azienda? Dovrebbe portarle via solo una decina di minuti. Un uomo dalle sue elevate competenze non può di certo impiegarci di più! Che ne dice, posso contare su di lei?”
Ad un uomo con le sue elevate competenze servirono settantadue minuti per poter catalogare tutti gli inserimenti aziendali degli ultimi due anni e spedirli al reparto amministrativo entro sera.

Nella drammatica realtà di quel lunedì mattina il telefono nel frattempo continuava a squillare. Questa volta erano le undici e cinquantacinque, mancavano solamente cinque minuti alla pausa pranzo, e Mario iniziò a credere che forse si trovava davvero in un universo parallelo, solo che quel Dio non era per nulla benevolo, era tremendamente bastardo.
L’arcinemico Flavio stava già radunando le sue cose sulla scrivania quando si accorse della situazione di stallo in cui verteva il suo vicino di loculo. A Mario non potè sfuggire il sorriso appena accennato che andò ad innescarsi sui contorni del volto della sua nemesi.
A quel punto sapeva di non aver scelta. Doveva rispondere. Si disse che nel farlo avrebbe perlomeno cercato di mostrasi il più fiero possibile, come a voler rispondere al suo collega che si, quella battaglia l’avrebbe vinta lui, ma la guerra…quella era ancora affar suo.

Riuscì soltanto ad accennare una risposta iniziale. Per tutta la durata della telefonata non parlò. Occhi fissi. Immobili. Negli anni a venire la reazione corporea della matricola 423314 a quella telefonata fu fatta oggetto di studio clinico. Intere platee di scienziati e dottori si riunirono per mesi e mesi ad analizzare i powerpoint di quel caso medico del tutto fuori dal comune.
In ordine di apparizione, nel corpo di Mario, si manifestarono i seguenti sintomi: brividi, prurito, indolenzimento degli arti inferiori, rallentamento del battito cardiaco, aumento vertiginoso della sudorazione, giramento di testa, cianosi, spasmi muscolari ed infine momentanea cecità.
Dall’altra parte del telefono non c’era, come sarebbe stato lecito aspettarsi, il suo capo-sezione. Dall’altra parte della cornetta c’era una voce nuova. Nuova ma familiare. Mario la riconobbe soltanto dopo qualche secondo. Era quella del dott. Bronzetti, direttore delle palazzine di tutto il complesso, capo-area dell’unita risorse umane, amministratore delle aree centro-sud della società, nonché rock star planetaria per tutti i dipendenti della Silver Quik S.p.A.

Mario, al termine della telefonata, riuscì solamente a rispondere con un vago biascichio che i più avrebbero interpretato come un ‘’arrivo immediatamente dott. Bronzetti’’. Flavio l’arcinemico invece lo recepì come un calcio secco nelle palle.

Mario era stato convocato nella palazzina bianca.