Arrivo alla roccia che proprio come un molo si inoltra per una cinquantina di metri tra le alte lame d’erba frusciante nella brezza troppo leggera. La passerella rocciosa si assottiglia per poi riallargarsi a cucchiaio alla fine, prima di reimmergersi nel verde. E come un cucchiaio è concava. Dankmar arriva trafelato, mi si ferma accanto: «se questa roccia è naturale, io non sono più un Nano» dice tastando la solida roccia col piede, «oltretutto dovrebbe essere piena d’acqua, essendo così concava; come si suol dire, ci dev’esser sotto qualcosa.»
Come io ho il mio pugnale sempre con me, così non può esistere un Nano senza la sua piccozza. Anche un Nano plurispecializzato in ingegneria elettronica e nanotecnologie.
Dopo pochi minuti picchiettando la roccia, si volta verso di noi con un sorriso a trentadue denti: «come supponevo: c’è un’ampia cavità, qui sotto. Resta solo da entrarci.»
«Esplosivo?» suggerisce Jaana.
«Si, se vogliamo far sapere a chiunque nel raggio di dieci chilometri che siamo qui», le faccio notare io.
«Tranquilli. Riesaminando la mappa avevo notato dei segni alla fine del percorso; pensavo fossero una sorta di rune, ma ora vedo che corrispondono a queste tre conformazioni minerali sul bordo della conca. Vediamo se la mia idea è corretta: mettiti sopra quella li, un passo alla tua destra, tu Jaana quest’altra qui accanto a me.» Lui stesso si porta sulla terza e dopo un secondo, con uno stridio sottile e assordante e una nuvoletta di polvere e aria stantia, la conca si apre verso il basso, come l’opercolo di una grossa lumaca.
«Ottimo» dico io mentre prendo la torcia da una delle tasche della tuta. Nel farlo sposto il mio peso, e all’istante l’apertura inizia a richiudersi. Questa non è una bella notizia… per nulla.
«Ehm…» fa Dankmar, «temevo qualcosa di simile. Però forse possiamo aggirare il problema. Abbiamo un sacco di equipaggiamento che in ogni caso non potremmo portare con noi la sotto, e se si è aperto col nostro peso – essendo tutti e tre piuttosto leggeri – dovremmo farcela. Almeno due di noi.»
Detto fatto, in un attimo è deciso. Io e Dankmar andiamo giù, Jaana resta e attende il resto del team. Ci carichiamo addosso il più possibile, armati fino ai denti, tutto il resto in equilibrio sopra le rocce a far peso.
Con un attimo di esitazione la cavità si riapre. Dentro l’oscurità più assoluta, non possiamo far altro che scendere i gradini davanti a noi e sperare. D’altro canto sia Dankmar abbiamo altri sensi oltre alla vista. Non abbiamo il tempo di usarli: nove gradini, poi più nulla, meno di nulla, scivolo senza possibilità di appiglio e dietro di me sento Dankmar urlare e precipitare dietro di me.
Siamo su una specie di toboga sotterraneo, cerco di fare presa in qualche modo, ma è tutto inutile, non riesco a fare il minimo attrito, nemmeno col mio pugnale. Solo una scia di scintilla che sparisce in un istante mentre precipitiamo a velocità vertiginosa. Procediamo in questo modo per lungo tempo, – a che profondità saremo? – quando ad un tratto la discesa si fa meno ripida. Non sento più Dankmar dietro di me.
Non ho tempo per perdere velocità che vengo investito da una corrente d’aria con la forza di un uragano che mi spinge via, questa volta in salita, mandandomi a sbattere sulle pareti del tunnel finché non trovo un assetto più o meno stabile, e inizio a contare i secondi che passano e i lividi. Ne passano circa una decina, la pressione e il fischio del vento che mi trascina quasi mi fanno perdere i sensi. Dopo un altro minuto inizio ad intravedere una luce, ed infine vengo letteralmente sputato fuori dal tunnel. Intorpidito e accecato dalla luce improvvisa, tento comunque di atterrare in piedi. Tentativo vanificato da Dankmar che arriva sulla mia schiena come cento chili di proiettile.
Ci schiantiamo al suolo insieme. Sento il mio compagno emettere un gemito mentre io lotto per restare in me e rimettermi in piedi.
Davvero pretendo troppo: una sorta di tentacolo nero mi afferra la caviglia e mi trascina via, lanciandomi verso la parete. Nell’impatto precedente ho perso buona parte del mio equipaggiamento, il che mi consente, mentre l’adrenalina mi rimette in attività, il tanto da reagire e ammortizzare l’impatto. Mi pare di essere dentro un flipper, riesco a mettermi finalmente in piedi, spalle alla parete, pugnale in mano – ma quando l’ho preso? Adoro i riflessi automatici.
Un urlo, uno stridio assordante riempie l’aria devastandomi i timpani: un suono atroce, una turbina d’aviogetto mescolata con le urla di cento persone sotto tortura e uno stormo d’aquile. Ed è la creatura davanti a me ad emetterlo.
Ha qualcosa del rettile in se. Ha qualcosa di inumanamente umano in se. Ha qualcosa di meccanico in se. È grande, allungata, con escrescenze – ossee, metalliche – sul dorso delle specie di ali, dei tentacoli bituminosi.
Mi osserva. Il muso che sormonta il lungo collo nero e squamoso è simile ad un teschio di cavallo o di coccodrillo, liscio, di un bianco innaturale, con una sorta di becco.
Son gli occhi, puntati su di me, la cosa più straordinaria: non sono gli occhi di un animale, sono perfettamente circolari, lentiformi, come due obiettivi, due telecamere, neri lucidi e privi di espressione.
Eppure sono pietrificato dalla totale follia che emanano, dal terrore che trasudano, dalla loro completa umanità.
Un istante dopo, un brivido percorre la mia spina dorsale, come una scossa elettrica, e dal profondo delle mie memorie incomplete sento una voce antica urlare imperiosa: ATTACCA! DEVI DISTRUGGERLO!
Non posso oppormi, urlando mi lancio verso la creatura. Verso il Drago.

Un istante prima di spiccare il balzo sento il suolo che trema violentemente, ma ormai sono in aria, la belva è distratta dal tremore e io le sono al collo, brandendo il mio pugnale.
Dopodiché il mondo intorno a me esplode.

*********

Mi risveglio sputando, vomitando acqua salata, qualcosa di caldo e umido sulla mia faccia.
Apro gli occhi d’un millimetro, tutto ciò che le mie forze mi consentono, e vedo un muso peloso e un alito canino pervade le mie narici. Meglio dei sali.
«Su su, amico mio, lascialo respirare, non vedi che sta riprendendo i sensi?» dice una voce roca e profonda oltre l’animale che mi ostruisce la vista.
Il cane si sposta e innanzi a me vedo un vecchio che si avvicina e si siede pesantemente su uno sgabello di fronte a me.
Man mano che riprendo conoscenza, mi rendo conto di essere sdraiato su un letto, una cuccetta e sento un dondolio. Siamo in mare? Una barca.
Il vecchio mi osserva in silenzio mentre io osservo lui. Un viso talmente bruciato dal sole e solcato di rughe da rendere impossibile leggerne l’età. Una barba grigiastra di qualche settimana. Una abbigliamento da pescatore piuttosto male in arnese ma pulito. E due occhi grigi che mi osservano con un mite stupore. Troppo mite. Troppo profondi e malinconici quegli occhi.
Il cane torna e infila un salvietta tra le mani del vecchio.
«oh oh, bravo Franz, sai sempre cosa serve al momento giusto» gli dice l’uomo accarezzandogli la testa.
Mi porge l’asciugamano.
«E tu dimmi, ragazzo, come sei capitato qui? Era davvero tanto tempo che non vedevo uno della tua razza da queste parti. Tanto tempo. E non ne avevo mai pescato uno in più strana compagnia» e con queste parole si volta alla sua destra.
Seguendo il suo sguardo arrivo ad un altra cuccetta dove, privo di sensi giace un Uomo. Ma un Uomo con la pelle grigia come l’argilla fresca.