rideopoli seconda parte
ottobre 2nd, 2012
Meglio non scrivere, meglio non farlo mai più. Ancora ho negli occhi le vecchie mura in pietra e Buio che mi guardava.
Si dice che gli animali percepiscano quando c’è qualche strana presenza che si aggira nei paraggi, che capiscano quando dietro a qualcosa si cela il male, e Buio, dato il nome, avrebbe dovuto sicuramente percepire il buio più nero; ma era un cane idiota, o forse solo un cane normale. Quando lo fissavi, non ti aspettavi certo che ringhiasse contro il diavolo. Scodinzolava allegramente, dava un mezzo abbaio e poi si guardava intorno chinando la testa.
Eravamo arrivati al castello dopo aver bevuto il nostro caffè mattutino, Buio non si smentì, corse subito a giocare con i piccioni nel cortile. Il tempo di pagare il biglietto per un adulto e un cane 1,45 euro per saliere al primo piano, ed ero dentro come un normale turista con la sua macchinetta digitale.
Il castello si sviluppava su tre piani, all’ultimo piano era riunito il consiglio comunale, per la delibera del giorno “comprare margherite bianche o gialle pallide”. Il piano terra era usato come luogo di ritrovo per i rideopolini, c’era l’immancabile bar degli artisti, il campo di bocce e tanto verde interno. Al primo piano c’era l’esposizione del grande Dalì.
Il castello era “innocuo”, fu così che tornai a casa a cucinare i miei biscotti. Li avrei seguiti e avrei visto cosa succedeva.
Puntuali arrivarono poco prima che fossero pronti, sfondarono la porta, poi ruppero il vetro del forno e infilarono sorridenti le mani tra le schegge e il metallo rovente. Tirarono fuori i biscotti e marciarono per il castello. In fila, ordinati, nessuno fuori posto, nessuno con un passo diverso, nessuno a dire una parola, solo sorrisi.
I biscotti arrivarono al primo piano, dove furono donati al sindaco, lui li prese, e incurante del fatto che non fossero ancora pronti e dei possibili pezzi di vetro, li mangiò, uno ad uno. Soddisfatto, ruttò e sorrise. Poi mi fissò, e anche gli altri rideopolini si girarono a fissarmi, tutti insieme. “cavolo! Non mi sono pettinato, ora vado!” sbagliai a parlare, ma ero nervoso e ora vorrei solo non aver fatto quei dannati biscotti.
Fui circondato e afferrato per caviglie e polsi, lottai poco. Mi legarono con della corda e portarono me e Buio, nelle segrete. Le segrete non sono mai un bel luogo nei castelli, è per questo che restano segrete ai più. Quelle però erano fatte con pavimenti di marmo e affreschi sulle pareti. Erano enormi stanze lucide e pulite, con al centro degli strani macchinari. Un’impastatrice, un trituratore, un forno, e un nastro trasportatore che li collegava.
Il sindaco non perse altro tempo, attivò il tutto e sorridente mi disse “ora t’insegno io come si cucinano i biscotti”, poi mi girarono la testa e vidi il mio cane legato come me e circondato da un gruppo di bambine bionde con i codini o i boccoli, il vestito di tulle rosa e in mano dei ceppi di legno. Era felice di quelle attenzioni, scodinzolava non poco, poi la prima bambina inizio a picchiare sul dorso di Buio. Un guaito e poi con la coda tra le gambe e il muso basso ringhiava poco. Un altro colpo. Uno in più e poi le altre bambine ridendo si unirono al gioco. Buio inizialmente guaiva forte, poi non ne ebbe neanche più la forza e si limitava ad accompagnare ogni colpo con rantoli sempre più lievi. Gridavo ma non mi sentiva più, cercava di leccare le scarpette nuove di una bimba chiedendo a suo modo pietà, ma i bambini la pietà non la conoscono ancora.
Finì quando non era rimasta che una massa informe del mio amato cane e le mie lacrime.
“hai visto chef?” Poi presero il cadavere, e lo gettarono nel trituratore, lo vidi diventare ingrediente, poi impasto, poi biscotti da infornare e poi era pronto. Quando mi aprirono la bocca slogandomi la mandibola riconoscevo ancora il suo bel pelo spuntare lì in mezzo. Mi obbligarono a mangiarli tutti, a non denigrare mai più i biscotti altrui, mi insegnarono il rispetto.
E oggi sono ancora qui, non scriverò mai più, sto seduto al bar, con un caffè in mano, un biscotto e il mio nuovo gatto “Luce”. A lui i biscotti non piacciono, li mangio solo io.

