L’Invisibile Emma – Cap.II

maggio 18th, 2013

Capitolo 2

Il cinguettio di un uccello svegliò Emma. Apollonia era sul davanzale e aspettava che qualcuno spalancasse la finestra per poterlo raggiungere.
“Lascialo in pace!”
Indossò la vestaglia, afferrò i due estremi della cintura di raso e li legò assieme. Spazzolò i capelli, prese un fermaglio dalla scatola laccata che li conteneva e lo fissò sul lato destro.
“Mi sento strana Apollonia. Forse ho l’influenza.”
Si toccò la fronte, poi infilò le mani in tasca di scatto e guardò la gatta.
“Apollonia!” Respirava in fretta. “È solo una mia fantasia vero, per questo vengo rimproverata di continuo!”
Guardava la porta temendo che potesse arrivare qualcuno prima di avere risolto il problema. Si avvicinò alla finestra e sfilò la mano destra dalla tasca della vestaglia. La osservò in piena luce e le sfuggì un sospirò di sollievo. Era solo la sua mano com’era sempre stata. Sfilò la sinistra. La guardò contro luce e ci vide attraverso.
“Apollonia sto scomparendo!” Strillò mentre si allontanava dalla finestra.
La gatta miagolò.
“Non ho più la mano! Papà e mamma si arrabbieranno, penseranno che ho combinato qualcosa di strano!”
La gatta era scesa dal davanzale e le andava incontro annusando l’aria. Si sfregò contro le sue gambe. Emma si sedette sul letto e la prese in braccio.
“Cosa faccio ora?”
Sofia bussò ed entrò.
“La colazione è in tavola, non è il caso di tardare o a scuola non la prenderanno bene.”
Emma annuì senza spiccicare parola. Nascose la mano in tasca, raggiunse la sala da pranzo.
“Ho una riunione importante.” Suo padre rimescolava il caffè “Temo che vogliano tagliare i fondi all’Istituto. Sarebbe un disastro! Ora sto preparando la nuova classificazione. A proposito, va rivisto l’inventario, occorrono nuove teche e spilli. Uno scienziato non dovrebbe mai avere di questi pensieri!” Sbuffò.
“I tuoi pensieri sono facilmente gestibili. Al Museo non hanno consegnato il marmo per la nuova fontana. Come credono che io possa realizzarla? Col burro?”
Si scambiarono altre battute.
Emma non mangiava, aveva gli occhi lucidi. Non aveva il coraggio di affrontarli. Poi posò la mano sul tavolo.
“Guardate.” Disse con voce bassa.
“Il Governo non ha più interesse verso la cultura.” Dichiarò suo padre.
“Spende tutto in armi e stupidaggini. Cosa sono arte e bellezza per loro!”
Sua madre posò il tovagliolo e guardò la pendola.
“Guardate cosa è successo alla mia mano.” Il tono più alto.
“Cara ti tratterrai al Museo tutto il giorno?”
“Stiamo organizzando un rinfresco per gli acquirenti francesi.”
Suo padre finì di bere il caffè freddo e si alzò da tavola. Osservò il cielo.
“Allora forse ci vedremo stanotte. Buona giornata mia cara.”
Si avvicinò alla moglie e la baciò sulla guancia. Poi si avvicinò a Emma.
“Guarda papà, la mia mano è…”
“Una graziosa piccola mano.” La baciò sulla fronte.
Mentre suo padre lasciava la sala da pranzo anche la madre si alzò. Emma la seguì con lo sguardo, la donna le sorrise poi si voltò verso lo specchio e sistemò i capelli.
“Non fare tardi a scuola tesoro. Non desideriamo altre lamentele su di te.”
“Però la mia mano non c’è più!” Le parole erano rese aspre dal pianto.
“Usa i guanti di lana. Ti riparano meglio dal gelo.” Detto ciò attraversò la soglia.
Emma si trovò sola.
La sua mano era svanita del tutto, non c’era nulla oltre il polso.
“Come faccio? Devo andare a scuola!” Apollonia arrivò e le saltò in grembo, annusò la mano invisibile e iniziò a leccarla.
“Oh! Ma io ti sento! Allora c’è ancora, solo non si vede!”
Corse nella sua stanza e si vestì per uscire. Indossò i guanti pesanti come sua madre le aveva suggerito.

“Non puoi spiegarti meglio?”
L’insegnante la osservava con aria severa, infastidita.
“Sono molto brutti i miei geloni, signora maestra. Li hanno bendati ma devo tenere i guanti per proteggermi dal freddo. Non posso proprio rischiare di peggiorarli.”
La donna sospirò.
“Non ho intenzione di perdere tempo con le tue storielle.” Bisbigliò un caso senza speranza. “Vai al tuo posto Emma.”
“Grazie!”
Raggiunse il banco attraversando la schiera di occhiate delle compagne. Qualche risatina, un paio di è matta e fu al sicuro al suo posto.
***
“Non si vedono più le gambe, Apollonia! Sto sparendo pezzo a pezzo!”
La gatta osservava il pulviscolo e muoveva le orecchie a scatti.
“Chissà quanto impiegherò a scomparire completamente. Forse tra qualche giorno non mi vedrà più nessuno!” Mentre lo diceva chiuse i bottoni del cappotto. “Vado a fare una passeggiata sotto la neve, se rimango in camera so che passerò il tempo a osservare il mio corpo svanire!”
Deglutì e guardò la propria immagine allo specchio.
Lasciò la villa dopo aver avvisato Sofia che guardava il cielo plumbeo e temeva di essere coinvolta in quella gelida avventura all’esterno, ma Emma la rassicurò.
“Preferisco andare da sola.”
Camminò fino al parco che si trovava a poca distanza da casa. Altri ragazzini si erano azzardati ad abbandonare le loro dimore per giocare sotto la neve.
“Vuoi giocare a palla? Mi ricordo di te, vieni spesso vero?” Domandò una brunetta col viso lentigginoso.
Emma sussultò a quel richiamo e la fissò a lungo senza aprire bocca. Fu la sconosciuta ad allontanarsi con un’alzata di spalle, si avvicinò a un gruppetto in disparte e dopo aver bisbigliato alle loro orecchie si voltarono a guardarla.
“Nemmeno al parco mi sento a mio agio.” Riprese il cammino e dai suoi occhi cominciarono a scorrere le lacrime. Nessuno le badava, nessuno domandava cosa fosse successo.
Si fermò davanti a una stradina buia. Un rigagnolo di scolo portava l’acqua sporca fino ai suoi stivaletti. Lo osservava soprapensiero, poi si scosse sentendo ringhiare dal vicolo. Sollevò la testa e guardò tra le ombre senza riuscire a vedere nulla. Il verso forte la fece rabbrividire, trattenne il respiro pronta a scappare e mentre attendeva di scoprire cosa si celasse nel buio, un uomo robusto la urtò mandandola a terra. Emma strillò. Era atterrata sull’acqua di scolo, il fondo del suo cappotto si era bagnato, i guanti di lana avevano lasciato passare l’umido.
“Mi sono sporcata!”
“Che ragazzina goffa. Spostati!”
L’uomo si allontanò senza chiederle scusa. Si era voltato solo un attimo grattandosi la testa ma poi aveva proseguito lungo la via, in mezzo ad altre persone.
“Che maleducato!”
Si alzò, scosse il cappotto e osservò i danni.
“Sofia non sarà contenta.”
Il verso la raggiunse di nuovo. I cani non le piacevano quanto i gatti.
Si voltò e riprese la strada di casa, aveva vagato abbastanza e nessuna soluzione le era venuta in mente.
“Parlerò con mamma e papà, questa volta mi farò ascoltare.” Le si chiuse la gola, deglutì un paio di volte. “Sono i miei genitori. Devono aiutarmi!”
Sofia era sulla porta e guardava la via. Emma le corse incontro, raggiunse la cameriera e la salutò. Per un momento si guardano occhi negli occhi, poi la ragazza distolse lo sguardo e fissò il cancello e la strada.
I lampioni si stavano accendendo. Era quasi buio.
“Sofia cosa ti succede? Non stai bene? Chi stai aspettando?”
“Oh! Signorina, mi avete fatta preoccupare! Da dove siete sbucata?”
Una carrozza si era fermata davanti all’ingresso. Suo padre scese e salutò la cameriera.
“Non state qui fuori, congelerete di sicuro!” batté a terra le scarpe per ripulirle dalla neve, poi si infilò in casa
“Detesto questo freddo!” Alitava sulle mani dopo essersi tolto i guanti.
“Signore la cena è quasi pronta.”
“Portala nel mio studio. Devo lavorare.”
“Papà devo dirti una cosa.” Esclamò Emma speranzosa di avere un po’ d’attenzione.
“Non ora di sicuro, ho davvero molte cose da fare. Aspetta la mamma e parla con lei.”
Sofia le sfilò il cappotto.
“È molto bagnata signorina, vada a cambiarsi alla svelta.”
Suo madre rincasò tardi, era stanca e non si trattenne per la cena. Dopo un saluto frettoloso si rifugiò nella propria stanza.
Emma raggiunse la gatta sopra il letto e le si stese accanto.
“Ho tanta paura Apollonia. Uno di questi giorni mi sveglierò e nessuno mi vedrà più!”
Quei pensieri l’accompagnarono tutta la notte. Solo verso l’alba riuscì a prendere sonno, quando il debole sole di novembre cercò di bucare il ghiaccio sui vetri delle finestre.