Un gioco pericoloso
luglio 3rd, 2012
Aveva sempre pensato all’amore come una cosa asessuata, fatta di sguardi e baci furtivi. Aveva sognato il suo principe, bello e forte che riscattasse la sua solitudine. In quegli anni di pubertà, di peli accennati aveva scoperto strani e insoliti piaceri, che non aveva mai confidato a nessuno. Non si poteva certo parlare con le donne che la circondavano. Sembravano statue senza sentimenti, forti nel loro faticare ma impersonali, lontani da lei, accudenti forse… La madre non apparteneva alla sua realtà, era scomparsa in una giornata di sole, forse accecata dalla difficoltà di vivere. Solo una zia, materna e dolce sembrava un rifugio, ma non una confidente. Certe sensazioni anche se sconosciute, solo perchè piacevoli, ci fanno sentire uno strano senso di colpa.
Nell’elaborazione del pensiero adulto poi si capisce il perchè.
Nella sua famiglia c’era un concetto di religiosità tipica degli umili, poca conoscenza e tanta superstizione, tanti riti e poca fede. La chiesa con i suoi soffitti alti e imponenti, le parole di un prete che può sembrare un pazzo, le prediche della suora frustrata nella sua femminilità, tutto contribuiva a quel senso di colpa, sottile e frusciante come il lenzuolo sulle gambe, la cui leggera peluria rendeva allegre. Gambe di bimba, rosa di carne pulsante, gioia di vivere in mezzo a tanti visi lunghi a tante preoccupazioni.
Si il morbillo, tutte le pustole per il corpo, vagamente pruriginose, la penombra e la febbre alta. Accidenti non si può andare fuori a giocare, gli occhi bruciano..che fare…oh santa Rita, con quegli occhi supplichevoli, che fare….santini e vangelo e silenzio perchè la pupa ha la febbre.
Il tempo è lento per i bambini, pare sappia rispettare, almeno lui, la fase della vita più piacevole, quella in cui gli altri pensano al peggio e tu? Anche se la vita non ti sorride come agli altri tuoi coetanei, la fantasia ti consente di fuggire, fuggire sul tuo monte di venere e scoprire che gli occhi della santa sono pieni di gioia….la tua forse…
Elena passava le ore a riflettere su quelle sensazioni piacevoli che non si spiegava, oltretutto quando si è fermi in un letto, con la febbre alta, con una penombra anche quando fuori un sole prepotente ci invita ad uscire, è difficile trovare altro da fare.
Il morbillo passò e lasciò solo ricordi confusi di rumori attutiti e di fremiti ignoti. Il morbillo passò ma quel gioco nuovo era troppo piacevole ed Elena lo continuò.
La prima persona a cui lo confidò fu la compagna di colonia, una bimba piccolina e dolce. Era rassicurante Ramona, così si chiamava, lunghi capelli neri raccolti in una treccia lunga e fina, due grandi occhi neri che sembravano ritagliati da un viso adulto, tanto nel suo sembravano grandi.
Fu felice Elena quando Ramona invece di scandalizzarsi, confidò lei stessa questa scoperta. Un gioco, un gioco nuovo che le mani avevano scoperto e diventò ancor più divertente nella condivisione.
In colonia i bambini devono andare a riposare subito dopo pranzo, del resto è estate e il sole picchia inesorabile con i suoi raggi bollenti sulla terra scura e riarsa.
È noto quanto poco amino i bambini il riposino dopo pranzo che per i grandi è un toccasana, così le due amiche decisero che durante il riposino avrebbero fatto quel nuovo gioco, ognuno nel suo lettino. Così come una bambola che si spezza tra le mani, volava via l’infanzia da quei visi e subentrava la pubertà, ma loro giocavano e alla fine ognuna raccontava all’altra come era andata. Che gioia trovare qualcun altro che si trova a godere del tuo stesso godimento, che gioia avere degli amici. Elena era alla perenne ricerca di amicizie, di persone che la stimassero e che le volessero bene.
Il bisogno di compagnia, il rifiuto del silenzio, la paura di trovarsi soli, ancora una volta, come bicchieri vuoti abbandonati su un tavolo, dove le impronte delle labbra lasciano intuire che ci sono stati momenti migliori, così è lo stato d’animo di chi ha paura di se stesso. Cattiva consigliera è la paura di se stessi, si fugge lontano ma si resta sempre lì a rimirare le scarpe e le impronte dei propri piedi.
Passarono gli anni e quel gioco rimase un passatempo per le sere d’insonnia, si colorò di immagini nuove, di speranze amorose sempre caste, perchè sconosciute.
Il padre di Elena aveva conosciuto un’altra donna che un giorno d’estate era entrata nella loro vita, con l’invadenza del vento e tutto non fu più come prima.
La sensazione di perdita e di smarrimento si andò a consolare dal bisogno di amore materno mancato. Quel padre tanto amato che viene d’un tratto rapito per sempre da questa tempesta umana. Il corpo cresce e il seno da appena accennato arriva alla terza misura, tutto si fa grande e anche i sentimenti di Elena crescono. Gli uomini questi sconosciuti, cuori da conquistare, amori da scoprire, ancora sogni e fotoromanzi con belle ragazze e bei ragazzi che si amano. Trepidare caldo del cuore e voglia di essere adulti e considerati tali. E’ come una febbre interiore, nessuno la vede ma lei la percepisce. Del resto ha pochi contatti con i suoi coetanei, al di fuori della scuola solo adulti, con le loro storie sgangherate e un pò squallide. Solitudini che rimbalzano come palle senza che poesia le addolcisca.
In mezzo a tutto questo frastuono di urla e di silenzio Elena riempiva i suoi dodici anni, il bisogno di fuga da quella situazione opprimente era terribilmente pericoloso ma nè lei nè il padre ne erano consapevoli.
Un pomeriggio di una calda estate, il cui pigro sole entrava sguaiato attraverso la porta d’ingresso della pasticceria, Elena era lì felice di non essere con la sua famiglia. Era ospite di una famiglia di amici che avevano una pasticceria con annesso laboratorio. I figli di questa coppia erano già tutti sposati. Il marito era un uomo di cinquant’anni che portava i suoi anni con baldanza quasi giovanile mentre la moglie sembrava già schiacciata da una vecchiaia imminente, pur essendo coetanea.
Riguardando oggi quella situazione c’è da fare delle analisi molto profonde. La frustrazione delle donne di quegli anni, soprattutto se erano nate e vissute in piccoli paesi, la loro infelicità e il loro dolore le rendeva spesso malvagie, soprattutto verso le donne giovani. Un accanimento sottile dovuto ad una taciuta invidia non permetteva loro di evolversi.
Gli uomini invece, che tutto sommato hanno sempre soddisfatto le loro esigenze, con incuria verso le proprie compagne, erano decisamente più simpatici e vivaci.
Come Giovanni così suo padre, libertini e giocarelloni, sempre pronti alla battuta, all’impresa più ardita, non come le donne sempre serie, tristi, con le ossa malferme in corpi sformati, la cui bellezza di gioventù sembrava un pallido ricordo lontano.
La compagnia di queste donne non piaceva ad Elena, le metteva una strana tristezza, un estranea sensazione di non appartenenza, a lei piacevano gli uomini, ci si trovava a suo agio, in fondo era sempre vissuta con un uomo, libertino allegro e intelligente. Cosa poteva condividere con queste donne, che le paventavano sempre un futuro di triste moglie depressa?
Elena viveva un polpettone di sensazioni multiformi. Da una parte era una bambina semplice, studiosa quanto basta a far felice suo padre e la propria autostima, dall’altra cominciava a pensare come una donna, come quelle donne che vedeva nei film al cinema. Andava spesso al cinema con suo padre e la sua nuova compagna. Il padre non era molto attento nella scelta dei film da mostrare a sua figlia e per fortuna all’epoca vi erano più divieti di oggi. Le donne dei film erano diverse da quelle che abitualmente circondavano Elena, erano spigliate e sicure di se, facevano l’amore senza pudori, anche se non vi erano immagini particolari, il senso in alcuni film era chiaro.
Sognava Elena, sognava un uomo che le stesse accanto, appassionato e bellissimo. Era un uomo invisibile che cambiava volto secondo le situazioni e gli innamoramenti del momento. Cantanti attori e quant’altro del mondo maschile popolava la sua immaginazione.
Ma ritorniamo ad un pomeriggio di una calda estate, senza mare, senza musica di ragazzi, ma comunque felice, perchè Elena era una ragazzina vivace, sempre allegra, disponibile verso gli adulti, forse troppo.
Giovanni lavorava nel laboratorio di pasticceria come al solito, era molto caldo e il forno acceso emanava un calore quasi insopportabile. Giovanni lavorava coperto solo da leggeri pantaloni corti di cotone. Elena si aggirava tranquilla per il negozio e si affacciò con il suo visetto allegro dietro al laboratorio. Giovanni era girato di schiena e sembrava in realtà leggesse qualcosa, la chiamò: ” vieni, vieni qui che ti faccio vedere un bella cosa ” Elena si avvicinò con semplicità ma quando gli occhi le caddero sul giornale ebbe un sussulto. Era un giornale di donne nude, come quelli che ogni tanto trovava nascosti in giro per casa, non si scandalizzò più di tanto ma quello che non riusciva a capire, perchè quell’uomo come suo padre le mostrava quelle immagini, che sapeva proibite?
Avrebbe potuto urlare, chiamare suo padre per farsi portar via, invece no, rimase lì a schermirsi come una povera stupida, quasi provando un vago senso di una colpa sconosciuta..
In verità appena potè liberarsi da quell’uomo corse dalla moglie a chiedere motivo di quel giornale che le era stato mostrato. Non lo fece con voce spaventata, era incuriosita ma non riusciva a spiegarsi il nesso.
La moglie di Giovanni conosceva i vizi del marito, era sempre stato pieno di amanti, soprattutto molto giovani, magari amiche della figlia, spesso lo aveva trovato, proprio lei, dietro alle balle di farina ed erano scoppiati litigi furibondi. Sapeva la moglie che quella bambina era diventata un’appetibile preda ma invece di proteggerla, magari rimandandola a casa sua, le fece uno strano discorso, fatto di allusioni sessuali incomprensibili, attribuendo a lei un comportamento invitante. Mentre pronunciava queste parole taglienti, la guardava con un’espressione cattiva, piena di gelosia, come fosse una rivale e non una ragazzina di appena dodici anni. Elena si spaventò più di lei che del marito, in quel momento pensò di aver sbagliato a confidarsi con quella donna, si convinse che le donne non erano delle interlocutrici inaffidabili.
In fondo, pensava che anche suo padre leggeva quei giornali, e poi alla fine quell’uomo di cinquant’anni, con i denti ingialliti dalle sigarette, un uomo come suo padre che poteva volere da lei che era una bambina? -
La moglie invece da quel giorno cominciò a nutrire sospetti e a trattarla male, Elena cercava di assecondare tutte le sue richieste e di sembrare più casta possibile. Ma le allusioni erano continue e istigarono in un certo qual modo la ragazzina che cominciò a nutrire un profondo odio per quella donna.
Quelle immagini, che Giovanni le aveva mostrato, le ritornavano in mente e in un certo qual modo eccitavano il suo pensiero, ma rimanevano solo corpi statuari che offrivano carne. Si vergognava di provare una sensazione piacevole alla vista di quelle immagini. Il vivere in simbiosi con suo padre l’aveva portata ad apprezzare molto il fisico femminile, non se ne accorgeva ma pensava come un uomo, anzi come suo padre. Era una stranezza che percepiva anche se non la comprendeva.
La realtà familiare di Elena era schiacciante e spesso trascorreva ore chiusa nella sua cameretta aspettando che passasse il ciclone dei litigi. Urli, tonfi, bicchieri infranti, lacrime e poi forse la pace e chissà il sesso, fatto di pizzi eccentrici nella biancheria intima.
Elena era stata fino ad allora abituata alle persone semplici, asessuate forse; l’arrivo di quella donna dal passato oscuro, portò una ventata torbida che gradatamente afferrò quella bambina.
Ricordava bene il giorno che aveva conosciuto la compagna del padre, una bionda vaporosa, sembrava un’attrice, solo che era decisamente bruttina e molto antipatica. Lei era una ragazzina uscita dalle scuole elementari, per giunta di suore figuriamoci!
Il primo anno delle scuole medie Elena sviluppò e il suo fisico mutò, non tanto in altezza, non era bella ma aveva la freschezza degli undici anni come supporto. Per il padre era sempre una bambina e lei tale si sentiva, anche se a scuola si innamorava di compagni di classe sempre diversi. Nessuno si accorgeva di lei c’erano sempre compagne più carine da corteggiare e ovviamente lei nutriva poca stima per il suo fisico. Non pensava certo di essere appetibile, figuriamoci ad un uomo maturo come Giovanni. Elena avrebbe compiuto dodici anni di lì a poco e ancora dormiva con il suo pupazzetto di stoffa.
Dopo la storia del giornale cercò di non trovarsi più sola con Giovanni e per una settimana sembrò tutto tornato alla normalità. Ma nulla è normale quando c’è una mente malata, a volte la mente corrotta e contorta sembra mantenere un’apparente normalità.
Elena non aveva urlato allo scandalo, non aveva pianto era rimasta lì come una stupida imbambolata ma quel comportamento passivo e non reattivo venne interpretato come una tacita complicità. Ma lei non lo sapeva e non lo capiva. Solo la moglie di Giovanni sapeva che cosa passava per la testa del suo uomo ma non fece nulla per quella ragazzina.
La cosa che più la rattristerà nel tempo, fu proprio il comportamento di questa donna, che subito la cominciò a guardare come una sgualdrina, una ruba mariti, invece di proteggerla, di sostenerla come una madre.
Ah la madre che concetto alto assumeva questo nome per Elena! Non poteva certo raccontare al padre queste cose che le passavano per la mente..si sarebbe arrabbiato e sicuramente non l’avrebbe creduta. Non poteva neppure raccontarlo alla donna di suo padre, una pazza mitomane, tutta presa da profumi e belletti, amica da sempre di questa famiglia che in tante occasione l’aveva aiutata. Sicuramente avrebbero incolpato lei e il terrore di essere protagonista di una di quelle scenate tragiche che spesso capitavano in famiglia, la fece tacere
Giorno dopo giorno Giovanni si fece sempre più carino con lei, questo suo atteggiamento nutriva silenziosamente la sua autostima e questo la gratificava. Si sentiva sullo stesso piano del padre, anche lei una donna adulta.
La cosa più pericolosa che può succedere ad un ragazzino è l’aver paura di parlare con i genitori. Spesso non ce se ne rende neppure conto eppure si è molto esposti e vulnerabili.
Così fu che Elena giorno dopo giorno si lasciò accerchiare e tessere una sottile rete invisibile, che la immobilizzò per lungo tempo dentro una realtà falsata.
L’occasione per Giovanni si ripresentò dopo qualche settimana.
Sempre il sole pigro di agosto, sempre il laboratorio con il suo caldo quasi insopportabile. Dolce odore di vaniglia che si spande intorno e accattiva le narici umane.
Una sottile nuvola di benessere dolce la attrasse così allegra e dimentica della passata esperienza attratta dall’odore di dolce entrò nel negozio, al banco non c’era nessuno, solo Giovanni che lavorava dietro nel laboratorio, si affacciò e la sua bocca si spalancò in un sorriso felice e anche lei fu felice di vederlo, in fondo con lui ci stava molto bene era dolcissimo come la crema che stava preparando e che con un cucchiaio la invitava ad assaggiare.
Piccolo viso di bambina che postula attenzione e affetto, piccolo viso paffuto, le gote, come mele rosse, incorniciate da leggeri capelli biondi. Piccolo viso che si affaccia sulla porta del laboratorio con la leggerezza di un soffio.
Lo squallore umano è tale da stracciare i colori belli dell’animo semplice.
Così Giovanni spezzò definitivamente quel filo sottile che ancora legava Elena all’infanzia.
Certo mai si sarebbe immaginata di avere quella visione del membro maschile così sbattuto in faccia.
La crema era dolce e ancora calda, il contatto con la pelle di lei fece infiammare Giovanni senza che Elena si accorgesse di questa tempesta, che di lì a qualche secondo le sarebbe piombata addosso.
L’impressione di bruttezza del sesso maschile, sbattuto praticamente in faccia da quell’uomo stravolto da insani pensieri, rimase allibita, mai avrebbe pensato di trovarsi in una simile situazione.
Orrore e terrore, immobilismo totale, la voce rotta non riusciva ad emettere suoni. Pensiero celebrale assente, ferma lì su due piedi malfermi che osserva la scena.
La voce di lui invitante le gelava le ossa, ma lui vide solo la sua espressione curiosa e si convinse di aver colpito nel segno.
Elena invece pensava solo a raccogliere le forze, per fortuna in quel momento entrò una cliente e Giovanni dovette ricomporsi
Che fare?
Alla moglie certo non poteva andare a raccontare l’episodio, aveva fatto tanti discorsi strani per un giornale, come se fosse colpa sua che quell’uomo fosse sempre più eccitato. Figuriamoci se le avesse raccontato quella scena irraccontabile.
Rimuginò nel piccolo letto in quella notte lunga e quasi insonne. Come uscire da quella situazione senza far succedere un dramma familiare?
Ah povera Elena sempre preoccupata di non far scoppiare litigi, la sua angoscia, si ripromise di non dire nulla e di far finta di niente.
Capiva benissimo che se il padre avesse saputo l’avrebbe portata via e lei in quella casa non sarebbe più tornata. No, non poteva pensare di staccarsi da quella realtà, amava quel paese, sembrava a sua dimensione, parlava con tutti e camminava libera per le sue strade. Amava passare i mesi estivi in quella casa, fino all’anno prima c’era stata la figlia, che era una ragazzona simpatica, con lei aveva passato delle giornate indimenticabili. Elena si attaccava in maniera assurda a tutte quelle situazioni che si avvicinavano al suo concetto di famiglia. Una casa sempre piena di gente, risa e buoni piatti da mangiare.
Nonostante la moglie di Giovanni fosse una depressa, mezza malata di tutto, sempre vagamente lamentosa e soprattutto acida nei suoi confronti, c’erano però i suoi figli, che comunque abitavano lì vicino, che erano simpatici, c’era la vecchia nonna che era dolcissima. Certo almeno alla vecchia nonna avrebbe potuto dirlo, ma non voleva che si scoprisse nulla.
Da quel caldo pomeriggio di paura, Giovanni non aveva dato più segno di molestie.
Elena, non era spaventata, nonostante quella visione le tornasse in mente ogni volta che vedeva quell’uomo. Quello che la lasciò più perplessa, soprattutto ripensando a questa storia molti anni dopo, era che non fosse arrabbiata od offesa. Anzi nei giorni seguenti si sentì vagamente gratificata, ma i pensieri di quelle giornate non le furono mai chiari.
Oltretutto il comportamento acido della moglie alimentò la voglia di rivincita della ragazzina, che cominciò a guardare quell’uomo in un altro modo.
Si gratificò dei suoi sguardi non opponendo alcuna resistenza al suo corteggiamento, molto abile di maschio esperto.
Finalmente Elena aveva chi si interessasse a lei, chi la considerava regina, chi la vedeva bellissima. Giovanni, dopo il primo squallido tentativo, aveva capito che Elena era una ragazzina tenera da conquistare delicatamente.
Lui era ogni giorno più tenero mentre la moglie, la cui gelosia la rodeva ma di cui al tempo stesso si vergognava, era sempre più insopportabile.
Così il gusto fu baciarsi con Giovanni nel sottoscala sentendo i passi della moglie al piano di sopra.
La storia iniziò lentamente sgusciando tra sguardi e baci rubati. Elena era eccitata da queste attenzioni che nessuno mai le aveva rivolto. Ci furono giornate al mare spensierate, perchè la moglie sempre malaticcia non voleva venire, così andava con Giovanni e i suoi figli.
Pur fremendo Giovanni seppe attendere, anche se si fece ogni giorno più audace.
Elena di buon grado si lasciava toccare e baciare da quell’uomo, grata com’era di quella felicità, che quella nuova situazione le offriva.
Si sentiva una donna grande e questo la faceva sentire felice, soprattutto quell’uomo le sembrava che la difendesse dallo squallore della sua famiglia. Si vedeva che sarebbe fuggita con lui, lontano da tutto quel caos triste.
Fu così che si diede, con la paura e la voglia di sperimentare cose nuove, con la gratitudine per una vita diversa donata da quell’uomo, con la consapevolezza che ormai era colpevole e consenziente.
Dune dune di sabbia che la circondavano, una spiaggia dimenticata e deserta e lei sola con quell’uomo che voleva possederla che sognava da mesi quel momento.
La penetrazione non fu dolorosa ma il tanto agognato sangue che lui avrebbe voluto bere, come sacerdote con la vergine immolata, non uscì.
Giovanni rimase male e provò a chiederle spiegazioni che lei non sapeva dare, non sapeva neppure che cosa stessero facendo. Era lì mezza nuda in mezzo a dune di sabbia, con la sensazione di affogare nella sabbia, con le lacrime che sottili le rigavano il volto, tanto era la vergogna di non poter dimostrare a quell’uomo di essere stato il primo.
Elena non capì mai se Giovanni credette alla sua parola e per molto tempo questa sottile colpa la mise in una condizione di sudditanza psicologica.
Non c’è terrore nello stupro consenziente di una bambina anzi Elena si riteneva colpevole quanto Giovanni in questa storia, mai le sfiorò il pensiero che lei fosse appena poco più di una bambina mentre lui era un uomo adulto dagli istinti irrefrenabili.
Era lei che si sentiva di trasgredire, di rovinare una famiglia, così diceva in giro la moglie che l’additava come una rovina famiglie condendo i suoi sfoghi di ira con improperi, che per fortuna Elena non ebbe modo di ascoltare.
Era vittima della solitudine affettiva in cui viveva e quell’uomo ai suoi occhi, non era l’orco delle favole, ma il principe che avrebbe riscattato tutto il suo bisogno di amore.
Venne la fine delle vacanze ed Elena tornò a casa e la vita riprese con il suo lento divenire di quotidianità e di pioggia. Elena riprese a frequentare la scuola, pur camuffando ingenuità, si sentiva diversa, guardava le sue compagne e serbava per se il suo segreto. Era felice quando lo trovava fuori scuola e da bambina diventava d’un tratto donna esperta.
Viveva dentro una nube che le intossicava il pensiero, credeva di amare quest’uomo e lo vedeva bello, perchè le piaceva l’idea di essere posseduta da mani forti e virili, le sembrava che la proteggessero da ogni male, così come suo padre.
In quel momento magico Elena come Elettra si dava a suo padre, ma non lo sapeva, si convinceva di amare quell’uomo e accettava di buon grado di assecondare tutte le sue fantasie, anche le più strane, ma ahimè non riusciva mai a raggiungere quella sensazione di beatitudine che provava nella sua solitudine.
Quando quell’uomo disponeva di lei, la sua mente vagava per gli strani lidi della fantasia, si vedeva spesso, e questo le dava somma soddisfazione, come quelle donne del cinema e come loro lei era lì che faceva l’amore, ma non riusciva a capire che cosa fosse, vedeva lui che godeva che mugugnava ma spesso si interrogava di cosa. Lei non riusciva a mettere insieme le sensazioni belle che provava in solitudine con quelle cose che le faceva fare Giovanni.
Era come se le due cose fossero disgiunte, non riusciva a rilassarsi provava un insano piacere solo per il fatto di fare cose proibite. L’acmè del piacere era trasgredire a tutti, infrangere quel muro sottile del perbenismo e punire, punire se stessa con la sua incapacità di scegliere e forse punire anche quel padre amato ma tanto distratto dalla sua vita frenetica.
Invano tentò Giovanni di conoscere il suo punto alto di beatitudine, invano si adoperò ma fu un piacere che Elena non gli concesse, perchè non si può avere tutto da una bambina che fino ad allora aveva giocato con le Barbie.
Quelle mani che la toccavano e che la spostavano come fosse una bambola le procuravano un dolore e un piacere al contempo. E su quella sensazione di piacere che fondava tutta la sua colpevolezza. Era una sgualdrina perchè non l’aveva rifiutato, non aveva inorridito, chi avrebbe potuto difenderla. La vergogna del peccato la poneva in una condizione di indifendibilità, pertanto essa stessa si inginocchiava di fronte a quell’uomo e lo assecondava. Per rendersi piacevole, la colpevolezza si ammanta d’amore, così Elena era convinta di amare quell’uomo, ma si chiedette poi: che cosa ne sapeva lei dell’amore in quegli anni?
Giovanni in realtà finì per perdere completamente la testa per quella ragazzina. Era iniziato come un gioco, sesso a buon mercato con la minorenne. Si era stupito Giovanni a sapere che Elena aveva appena dodici anni, secondo lui ne dimostrava di più, o almeno così le diceva il suo cervello malato. Si conoscevano da diverso tempo ma vista la superficialità di quell’uomo non c’era da stupirsi che non si fosse mai interessato all’età anagrafica di quella ragazzina. Si era in verità interessato a ben altro. Ma ora dopo l’estate passata insieme anche se con la moglie di mezzo, la partenza di Elena lo aveva mandato fuori di testa.
Non riusciva a lavorare e chiese ai figli di prendere in gestione l’azienda.
Come poteva scappava a trovare Elena.
Il mese di settembre fu particolarmente caldo, quasi ogni domenica Giovanni si presentava a casa di Elena, suo padre era contento di vedere il suo amico e mai le sovvenne di pensare, come mai quest’uomo facesse tutti quei chilometri per venire a trovarli.
Verso le quattro del pomeriggio, lui fingeva di andar via e salutava tutti. Dopo circa una mezz’ora Elena usciva fingendo di incontrare una sua amica. L’appuntamento con Giovanni era alla fermata dell’autobus.
Non si truccava Elena, indossava sempre i soliti jeans e un maglioncino neppure troppo aderente
Era felice di stare con lui perchè aveva una bella macchina e lei si divertiva a farsi viziare. Sapeva che dopo avrebbe dovuto dargli quello che lui voleva. Sapeva che poi lui si sarebbe diretto in qualche luogo appartato, nè terrore nè piacere, lo lasciava fare abbandonandosi alla fantasia, aspettando di poter tornare a casa, con un’esperienza in più che l’avrebbe sollevata dalla sua condizione di ragazzina.
Pinete verdi, che la videro offrirsi senza pudore e senza piacere, mandavano piacevoli odori di fresco e di erba per sollevarla.
I primi mesi di questa storia furono molto intensi anche se viveva pervasa da una sensazione di sgradevole disgusto. Era consapevole di non essere lei a scegliere ma per molto tempo pensò che si meritava tutto questo, non si era ribellata subito, non aveva reagito, poi del resto lui era carino e lei si divertiva a giocare alla donna matura. Certo a tratti la bambina riappariva a cercare spazio in quel caos.
Come lo vedeva apparire sulla porta di casa era come se entrasse in una sorta di trance. Faceva e diceva ciò che sapeva compiacerlo. Era come se le fosse riconoscente del nulla che le donava, come se quell’uomo avesse in pugno la sua vita. A volte era invasa dal puro terrore all’idea che il padre lo venisse a scoprire, immaginava i suoi occhi in preda all’ira, alle sue grandi mani, alla sua donna che avrebbe avuto il giusto pretesto per schiacciarla al suo volere.
Verso l’autunno inoltrato non venne più solo la domenica ma si fermava per il fine settimana.
Quella notte dormiva poco Elena. Giovanni era pazzo ogni giorno di più, non gli importava se lo avessero scoperto, voleva quella ragazzina in ogni momento della sua vita, ne aveva bisogno. Quando stringeva il suo corpo tra le sue mani callose di uomo maturo, sembrava che scricchiolasse e la cosa lo eccitava ancora di più. Era insaziabile Giovanni e la notte era lunga e lui attendeva che vi fosse completo silenzio per piombare nella piccola camera.
Finalmente un letto, dopo prati, spiagge e rocce interiori. Il suo letto, il posto più intimo dove nascondersi e sognare. Violò anche quello con le sue voglie estreme, con la sua pressante richiesta di vederla godere. Si adoperava in verità in maniera esemplare ed Elena viveva con angoscia questo suo non giungere, questo stare e lasciar fare, un altro pretesto per colpevolizzarsi.
Tutto quello che era lo scibile del sesso di un uomo maturo fu versato sul suo ventre ancora infantile.
A casa di Giovanni l’aria era sempre più irrespirabile, i litigi cominciavano dal primo mattino. Così di punto in bianco lui decise di andarsene di casa. Era impazzito, mollare tutte le sue sicurezze costruite con anni di lavoro e sacrificio. I figli invano cercarono di farlo ravvedere. Non poteva, non riusciva a stare un giorno senza vedere la sua bambina. Trovò un lavoro nella città di Elena e per i primi tempi chiese ospitalità alla sua famiglia.
Elena che fino ad allora aveva vissuto come un’avventura divertente questa storia, si ritrovò a convivere con quest’uomo sotto lo stesso tetto.
Giorno dopo giorno come una goccia di acqua che corrode la parete di roccia, così si sgretolò il suo ipotetico amore.
Giovanni diventava sempre più opprimente, la sorvegliava e non voleva che si vedesse con le amiche del quartiere. La voleva tutta per sè e la importunava la notte ma finanche il giorno non appena erano soli in casa.
Il disgusto che era aleggiante nell’aria fin dal primo momento, diventò un amaro costante e la vista che sembrava appannata tornò a vedere le immagini nitide.
Si ritrovava spesso Elena ad osservare Giovanni quando lui era distratto a fare o a dire qualcosa. Le sue osservazioni diventarono ogni giorno più minuziose e allora emersero i denti ingialliti di cui molti finti e retti da piccoli ganci in acciaio sottile.I capelli radi e imbiancati che coprivano un capo tondo la cui fronte rugosa sembrava abbracciasse gli occhi e li seppellisse di carne.
Giorno dopo giorno il leggero disgusto seppe diventare ripugnanza.
Cominciò così ad inventare bugie per uscire di casa, per sfuggire a quell’uomo che la soffocava.
Aria aveva bisogno di aria di fuggire, di sognare. Sentiva prepotente il bisogno di mollare quella situazione ma non trovava la forza e il coraggio di farlo.
Allora si ritrovava di nuovo lì: gli occhi pigri e annoiati, le orecchie dolenti per quel rantolio, di quell’uomo voglioso, che diventava sempre più disgustoso, in attesa di una fine, che sembrava non arrivare mai.
Crebbe in lei un rifiuto tale da pregiudicare il suo futuro di donna per molto tempo.
Per fortuna Giovanni affittò una camera e se ne andò da casa sua.
Ma fu un sollievo temporaneo, perchè non perdeva occasione per raggiungerla, per averla, per affermare a se stesso che quella sensazione di perdita fosse solo una sua impressione.
Non era un’impressione e lui lo sapeva benissimo ma non si voleva arrendere all’evidenza. Così diventò più insistente e ancora più geloso. L’entrata e l’uscita di scuola erano un momento di panico, lui si appostava dietro degli alberi per non farsi vedere dagli altri e l’aspettava fiducioso. Per molto tempo lei arrivò puntuale e apparentemente doma. Un giorno però ignorò di vederlo e si diresse con le sue compagne a prendere l’autobus per tornare a casa. Non voleva vederlo, non si poteva chiederle un sacrificio così. Si fece strada nel suo cervello l’idea di sbarazzarsi di quell’uomo. Lui incattivitosi dalla sua indifferenza seguì l’autobus e aspettò che Elena scendesse. Quel giorno la sua compagna che scendeva con lei era assente. Un terrore sottile le afferrò la gola, la macchina era lì e lui inesorabile la fece entrare.
” Perchè hai finto di non vedermi? ” fece con tono aspro
” Non ho finto non ti ho visto ” rispose Elena in modo veramente poco convincente. Non sapeva mentire, come era stata tanto innamorata, o almeno così credeva, donando tutta la sua freschezza e la sua gioventù, così era visibile la sua repugnanza e il suo fastidio.
Giovanni allora giocò la carta della violenza e le rifilò un ceffone. Mai aveva preso schiaffi da suo padre, era sempre stata una brava bambina. Rimase senza fiato e due lacrime le scivolarono furtive lungo il viso.
Giovanni si commosse davanti a quella creaturina, allora si profuse in dolcezze ma oramai Elena aveva cominciato il suo processo di allontanamento.
Se avesse avuto più stima e amor proprio sarebbe svanito dalla vista di quella ragazzina, ma lui era tremendamente innamorato, come un adolescente, forse in quel gioco perverso il bambino era lui, vagamente ridicolo, completamente rovinato.
C’è da ragionare per ore sul buon senso di alcuni uomini e quanto sia facile per molti di loro, ridursi a fantocci di gomma scadente. Figure tragicamente squallide con la dignità ridotta a brandelli per non aver saputo controllare i bassi istinti primordiali.
Da quando era iniziata la sua storia Elena non ne aveva fatto parola con alcuno. Temeva troppo il giudizio del prossimo, diverse volte aveva provato a parlare con qualche amica ma nessuna le era sembrata degna della sua fiducia. L’isolamento in cui era caduta non le permetteva di scorgere la realtà e continuava a dilaniarsi nelle sue colpe, adesso per giunta ce n’era una nuova, non lo amava più, anzi lo detestava in verità.
Gli ultimi tempi furono giorni brutti di pioggia, freddo su sedili di pelle nera gelidi, con la rabbia di non riuscire a gestire un’uscita di scena liberatoria.
Pugni chiusi e finzioni perchè, per chi.
Verso la fine di febbraio, satura e disgustata, decise di confidare ad una compagna di scuola, con la quale aveva fatto amicizia da poco tempo, che prendeva l’autobus con lei.
Forse perchè l’imput glielo suggerì Cristina, così si chiamava, una paffuta ragazzina di dodici anni e mezzo come lei, il giorno che le chiese: – Ma chi è quell’uomo che spesso ti attende fuori scuola? Pensavo fosse un tuo zio, poi mi è sembrato tutt’altro – e lo sguardo fu vagamente allusivo – un giorno ho fatto caso che ha parcheggiato seminascosto fin dalle prime ore del mattino, chi è? Non mi sembri molto felice di incontrarlo-
Non ce la fece Elena a mentire, era troppo stanca di portare sulle sue piccole spalle di dodicenne tutto il peso di un rapporto del genere.
Finalmente un pomeriggio che Giovanni non si era fatto vivo, andò a casa sua e preso il coraggio a due mani si confidò e raccontò tutto a Cristina, rischiò di essere fraintesa, rischiò che il giorno dopo la storia la conoscesse tutto il quartiere, ma non ne poteva più e doveva parlare. Cristina si rivelò una ragazzina giudiziosa perchè non solo tenne per sè le confidenze dell’amica ma seppe ascoltare con molta attenzione la sua storia.
Quello che sembrava proprio incomprensibile a quella bimba, che bontà sua aveva avuto una famiglia semplice ma normale, era la sensazione di colpevolezza che opprimeva Elena.
Fu proprio grazie a lei, madre e sorella al tempo stesso, se cominciò a prendere coscienza della sua condizione di vittima.
Con la semplicità dei ragazzini Cristina s’indignò per ciò che Elena aveva subito, quella sana indignazione che a lei era venuta meno, e le sbattè in faccia tutto lo squallore di quell’uomo anziano che aveva abusato della sua ingenuità.
Dapprima Elena provò a difendere Giovanni, prendendo su di sè buona parte delle colpe.
Sempre Eva, che appare perfida e colpevole, mentre tenta con la mela quel fesso di Adamo, che non ha il cervello sviluppato per pensare.
Povera Elena vissuta al seguito di un uomo, che nutrendo scarsa stima nelle donne, attribuiva molti degli errori maschili al comportamento di quest’ultime. Lei, povera bimba innamorata del suo unico genitore, che riteneva vangelo i suoi insegnamenti, legava con le sue piccole mani la corda attorno al suo collo.
Ma Cristina, che viveva una vita normale, aveva la testa sgombra dai fantasmi e seppe aiutare la sua piccola amica
Grazie alla liberazione all’esterno, alle grida sul mondo, Elena crebbe e acquistò consapevolezza della sua voglia di riprendersi la vita, quella sua di dodicenne, non voleva più essere una donna adulta, non voleva più avere nulla da spartire con quell’uomo. Capì, grazie all’appoggio di Cristina, che l’aiuto degli altri esiste, ma bisogna chiederlo, cercarlo, magari urlarlo.
Questa storia per lei fu una lezione di vita importantissima che tanto le ritornò utile in futuro, quando la vita le ripresentò sotto altre vesti lo stesso stupro, lo stesso dolore, la stessa sensazione di impotenza.
Lo lasciò in un mattino freddo di marzo, il sole emanava raggi ancora tiepidi, il cielo terso la incoraggiò a prendere la tanto sofferta decisione.
Erano un pò di giorni che Giovanni non si faceva vedere, da quando aveva ignorato di vederlo era iniziato il suo lungo calvario. Ripensava Giovanni alla bufera che aveva creato intorno a sè per seguire quella bambina, era diventata una malattia, sudava al solo pensiero di vederla. Lei fuggiva era evidente, inventava sempre scuse per non incontrarlo, la cosa lo faceva impazzire e piangeva.
Un giorno Elena aveva azzardato: ” Giovanni io…io..vorrei tornare a vivere la mia vita..non vediamoci più che dici? Basito con gli occhi fuori dalle orbite sentì il sangue corrergli impazzito nelle vene: ” Cosa dici? Sei impazzita? Ho lasciato tutto per te, non ho più una casa, non ho un lavoro, ero benestante e fra un pò non ho di che mangiare e tutto per te, perchè ti amo…e tu vuoi tornare a vivere la tua VITA? E IO?” Urlava Giovanni, urlava e piangeva come un bambino disperato ed Elena rimase ammutolita e spaventata.
Vedere la faccia adulta di quell’uomo che piangeva per lei la avvilì, uno squallore la invase ma la sottile colpevolezza, che come sempre Giovanni sapeva istillarle, la fece vacillare e allora lui potè ancora una volta consolare la sua disperazione e le sue lacrime sul suo ventre.
Ma era finita, lo sapevano entrambi.
Confidò l’episodio il giorno dopo a Cristina e pianse per non essere stata capace di resistere, spiegò all’amica ciò che era accaduto e di come non era rimasta inerme di fronte alla disperazione di quell’uomo. Allora l’amica le suggerì di mollarlo la prima volta che si fosse ripresentato alla fermata dell’autobus: ” Approfitta a cacciarlo quando siamo alla fermata, non salire in macchina, non lo guardare nemmeno negli occhi, io sono lì, se fa qualcosa chiamiamo aiuto, urla piuttosto a quel maiale di andare via” era dura Cristina ma in quel momento ad Elena serviva una scossa perchè ancora titubava: ” Poveraccio si è rovinato per me e io che faccio, lo butto come un vecchio giocattolo? ” continuava a ripetere quasi come una cantilena ma l’amica era decisa ad aiutarla a risolvere quel problema e insisteva:
” Ma quale poveraccio, è uno zozzone te ne devi rendere conto, ha l’età di mio padre e del tuo, che schifo! “
” Lo so per questo ti ho chiesto aiuto, perchè ormai mi fa solo schifo! ” fece mesta
” Allora non ti lasciare più coinvolgere e se ce n’è bisogno chiami in aiuto tuo padre e se dice qualcosa ti aiuto io” incalzò Cristina.
L’amicizia raggiunge le vette estreme in maniera quasi inconsapevole ed è momento di effimera beatitudine.
Cristina pur essendo amica solo da poco tempo, aveva subito capito che quella coetanea era in difficoltà e d’istinto si era resa disponibile, senza troppa enfasi.
Ad Elena serviva una persona con la quale parlare e dalla quale ricevere quella boccata di coraggio, che risveglia la coscienza e solleva dalla tirannia.
Era pronta Elena, era pronta a non farsi intenerire, ormai non poteva continuare.
Quella mattina aveva indossato i suoi soliti jeans, un maglione con il collo alto e il simpatico cappotto di lana disegnato con scacchi colorati. Una lunga sciarpa verde le incorniciava il collo, camminava spedita verso la fermata ma come in lontananza vide la macchina di Giovanni le si gelò il sangue nelle vene.
Per qualche secondo rimase ferma come se i piedi le si fossero incollati all’asfalto. Cristina che era già alla fermata si accorse del suo stato d’animo e le si fece incontro:
” Dai, adesso, quando ti rompe con i soliti fari, avvicinati e digli di andarsene, che non ne vuoi più sapere ” le disse risoluta
” Certo, lo so ma dici che sparirà? ” fece Elena spaventata
” Fregatene sii risoluta e poi vattene, in fondo ci sono tante persone alla fermata non può mica metterti le mani addosso ” la incoraggiò Cristina.
Camminavano piano e si fermarono vicino agli altri, ignorando la macchina di Giovanni. Lui, nascosto dietro agli occhiali da sole, aspettò convinto che lei sarebbe venuta da lui, ma non vedendola arrivare la chiamò. Ad Elena tremarono le gambe, ma oramai era decisa e non c’era paura che l’avrebbe fermata, si avvicinò alla vettura, con passo deciso e occhio di vetro lo guardò e poi come in trance:
” E’ finita Giovanni non voglio più vederti, vattene “
” Che dici sei impazzita, che dici entra che ne parliamo ” cercava di non perdere la calma, pur avendo la fronte imperlata da un freddo sudore di disperazione.
” Non entro e non voglio più vederti t’ho detto ” continuava meccanicamente Elena, ma lui non voleva darsi per vinto: ” Perchè…che è successo ancora…io mi sono distrutto la vita per te..possibile..” ma lei a quel punto invelenita:
” Non me ne frega assolutamente nulla di te, della tua vita, della tua famiglia, t’ho detto vattene e ti dico di più occhio che ho parlato con mio padre e da un momento all’altro arriva alla fermata, perchè lo sa che sei qui. Vattene sparisci, SPARISCI CAPITO! ” urlò Elena, urlò la sua voglia di vivere, di ridere, di giocare e senza aspettare che lui replicasse, si diresse di nuovo vicino all’amica e finse che tutto fosse a posto, nonostante gli occhi delle persone in attesa dell’autobus fossero tutti puntati su di lei.
Giovanni rimase fermo al suo posto, sperava in un ripensamento, ogni tanto provava a lampeggiare per farsi notare da lei.
Elena però aveva deciso e non si girò più verso di lui.
La disperazione lo rese pazzo di dolore, passò mattinate intere a cercare di vederla quando era a scuola. Quasi ogni giorno per circa una settimana vedeva la sua macchina alla fermata, ma scortata dai suoi nuovi compagni e amici, coetanei spontanei e allegri, Elena non lo degnava neppure di uno sguardo.
Alla fine sparì, melanconico fantoccio deriso, svanì nel sole del mattino e di lui Elena non ne seppe più nulla, nella sua mente rimasero per sempre scolpite quella sagoma triste e allungata di questa macchina rosa, che attendeva, attendeva un amore proibito che era fuggito, un amore che era cominciato come un gioco, un gioco pericoloso, la cui sofferenza aveva sovrastato la gioia.
Anche Cristina svanì finito il suo compito di supporto, l’aiuto che le aveva dato era stato incommensurabile, nessun adulto le aveva mia teso una mano come aveva fatto lei..
Alla fine della scuola media si persero di vista, ma l’affetto, che l’aveva unite in un momento difficile, non svanì mai.
La vita avanza inesorabile gettando manciate di terra sul passato, solo brandelli di stoffa restano, per tener viva la memoria di chi fummo. Perchè ciò che fummo è parte di ciò che siamo e non si può vivere fuggendo da se stessi.


