MUNO (di BekiRoad)

La strada sembrava sospesa nel nulla, scorrendo in un mondo avvolto di bianco. Ai suoi lati risaie allagate, da pioggia appena sopita, riflettevano i filari di alberi in torbide sagome nere.
Non un’anima in quel mondo lattiginoso, fatto di nebbia. O erano fantasmi quelli che mi circondavano?
Nonostante il navigatore, mi sentivo perso, ed era la prima volta che una strada mi spaventava nel mezzo del mattino.
Passai sotto un ponte, basso più del solito. La nebbia era fitta e oscurava di giorno la strada, come le tenebre di notte.
Dal bianco spuntò un triangolo arancione. Rischiai di travolgerlo e pensai di non voler essere nei panni di chiunque fosse rimasto a piedi in quel luogo. Rallentai per non investire il malcapitato.
Una curva stretta sulla destra ed ecco una piccola Smart rossa incastrata in uno dei fossi ai lati della carreggiata.
Appoggiata al baule del veicolo stava una ragazza. Abbassai il finestrino e le parlai senza scendere.
“Salve. Sta bene? Ha già chiamato i soccorsi?”
“Sì, stanno arrivando. Grazie”
“Senta non vorrei spaventarla ma se vuole aspetto con Lei. Sarà almeno mezz’ora che non vedo nessuno per strada. Non sarei tranquillo a lasciarla sola”.
Vedevo il suo labbro inferiore ripiegato in una smorfia mentre i denti non davano pace alla pelle interna della bocca.
“Ecco, non è necessario. Tra poco arriverà il meccanico”
“Se la può rassicurare le lancio la carta d’identità, così può spedire a qualche sua amica i miei dati. Se Le accadesse qualcosa non potrei scappare”.
Si morse di nuovo il labbro. “E va bene! Mi dia i documenti”.

***

“Che lavoro fai?”
“Il fotografo”
“Ah sì? E che ci fai da queste parti?”
“Sto andando a Muno. Devo fotografare la Chiesa che hanno restaurato”
“Interessante, anch’io vado a Muno. Non che questa strada abbia molte destinazioni”
“Scusa la domanda, ma quando viene il meccanico?”
“Ehm...fra un paio d’ore”
“Addirittura?”
“Il carro attrezzi non può arrivare perché siamo in mezzo a due ponti troppo bassi, quindi non ci passerebbe”
“E non può venire in macchina? Basta una barra per trainare la Smart”
“Sì, però devo aspettare mezzogiorno”
“Ti ci porto io a Muno!”
“Sei sicuro?”
“Nessun problema”
“Allora ti ringrazio. Ah! Quasi dimenticavo. Io sono Anna”
“E io Luca”.

***

“Eccoci qua!”. Ero in cima alla Chiesa con il burbero Parroco del paese, “Da qui potrà scattare foto molto suggestive”. Era sarcasmo quello che sentivo?
“Si fidi. Le foto la soddisferanno”. O almeno lo speravo.
“La lascio lavorare in pace e mi raccomando, non faccia niente di stupido!”. Cos’avrei potuto combinare?

***

La Chiesa era qualcosa di mostruoso e affascinante. Lungo le fiancate, altorilievi di dannati si arrampicavano verso il cielo. Oltre la cima, cinque ampie guglie formavano, in controluce, bozzi spaventosi. L’intero paese viveva sotto lo sguardo vigile di dieci Gargoyle, riportati in vita dal restauro che li aveva liberati da strati di smog, escrementi e segni del tempo.
Da quell’altezza potevo osservare che Muno era completamente avvolto dalla nebbia. Mura invisibili correvano sui confini della cittadina, escludendola dallo sguardo del mondo, e al centro del paese stava la Chiesa con i suoi Gargoyle, appollaiati alla base delle guglie come in attesa. Se avessero potuto alzarsi, avrebbero superato i due metri d’altezza. Non avevo mai fotografato niente di simile e la paura che potessero destarsi cresceva in me.
Marco era in ritardo, e con lui parte della mia attrezzatura. La rabbia stava prendendo il sopravvento. Avevo solo poche ore di luce a disposizione.
Osservando il paesaggio, la testa iniziò a girarmi. Sentivo fischiare le orecchie e per un attimo ebbi la sensazione che lo sguardo di qualcosa si fosse posato su di me.
“Ciao Luca”
“Porca miseria Marco! Mi hai spaventato. Dove cazzo eri finito?”
“E dai scusami ho avuto da fare!”
“Ascoltami bene Marco! Non è la prima volta che te lo dico. Datti una regolata. Posso trovare facilmente chi ti sostituisca”
“Sì certo. Ha parlato Cartier-Bresson”
“Dai Marco. Sistemiamo i pannelli e lavoriamo”
“Ok Capo! E, senti una cosa. Mi dispiace per prima. Davvero”.

***

L’Hotel, non era un hotel. In un paesino di seicento anime l’unico luogo che si avvicinava all’idea di albergo era il ristorante, uno di quei posti che facevano di tutto. Bar, ristorante, circolino e per finire, i due piani soprastanti erano suddivisi in camere per gli ospiti. Mai avrei pensato che fossero tutte occupate.
Mancavano due giorni alla festa del paese, evento durante il quale avrei proiettato le mie foto. Il parroco aveva detto che si trattava di qualcosa di molto caratteristico e, negli ultimi anni, la festa aveva richiamato diversi turisti infastidendo, però, gli abitanti locali.
Le stanze dell’albergo erano arredate con gusto ma c’era un solo bagno in comune, e Marco si era chiuso dentro da un’ora.
“Marco! Ti muovi?!? La signora del secondo piano è già venuta due volte a lamentarsi”
“Sì! Ho quasi fatto!”
“Muoviti”
“E che cavolo uno non può lavarsi in pace?”
“No quando c’è un bagno solo”. La porta si aprì e Marco ne uscì imbellettato e profumato. Scoppiai a ridere.
“Beh che c’è?”. Era tirato a lucido e perfettamente rasato. Capelli pettinati all’indietro, camicia bianca e gilet nero. Il mio opposto.
“Marco vuoi farmi sfigurare?”. Al contrario, io avevo capelli arruffati e barba incolta.
“Gne gne gne. Lo prenderò per un complimento. Vedi di ripulirti anche tu. Abbiamo ospiti al tavolo”.

***

L’ospite era Anna. Lei e Marco si erano incontrati al Bar, prima che Lui mi raggiungesse, e fra una chiacchiera e l’altra l’aveva invitata a cenare con noi. Per mia fortuna, Anna sembrava più interessata al cibo che a Marco. “Anna sei proprio affamata. Puoi sempre evitare di masticare per andare più veloce!”
“Uhm Anna don farsci caSo. Luca è sciempre pacchettone. Ehm scusa bacchettone”
“Ok! Lo ammetto. A proposito, Marco la pianti di parlare a bocca piena?”. Anna scoppiò a ridere e guardandomi con i suoi profondi occhi castani disse “Luca neanche tu sei perfetto. Ti ricordo che stai tagliando la carne con la forchetta”
“Sì, scusa, hai ragione”.
Eravamo seduti di fronte a una vetrata che si affacciava sulla Chiesa. Il chiaroscuro della tenue luce dei lampioni gettata sull’edificio, conferiva alla serata una nota misteriosa ma, nonostante questo, proseguì fra le chiacchiere e i racconti d’infanzia. Anna ci disse che da adolescente visse per qualche anno a Muno, con i suoi genitori. La gente del paese era molto rigida in termini di comportamento e Lei, ragazza cittadina, era troppo irrequieta per i loro gusti.
“Ma cosa combinavi?” chiesi incuriosito
“Niente di che! Avevo sedici anni e volevo divertirmi, però ai loro occhi ero una depravata. A volte erano così rigidi. Quasi di pietra. Mi accusarono anche di essere distratta!”
“Su questo gli do ragione. Oggi ti sei stampata da sola”. Anna ne rise “Sì. Diciamo che su qualcosa ci hanno preso”
“Perché sei tornata?” le chiese Marco. La vidi mordersi il labbro “Sto scrivendo un libro ambientato qua. Rivedere Muno era...d’obbligo”. Lasciò cadere le ultime lettere, distratta. Qualcosa le attraversò lo sguardo. Una luce, un riflesso. Anche Marco aveva notato il cambiamento in Anna “Cosa c’è? Ti sei incantata?”. Senza distogliere lo sguardo, Lei gli rispose “No, ma avrei giurato, di vedere gli occhi dei Gargoyle, diventare, rossi”
“Rossi come il vino che abbiamo bevuto?” sdrammatizzai ottenendo una conviviale risata.
Il ristoratore mi ghiacciò con lo sguardo. Non stavamo disturbando ed eravamo ben lontani dalla chiusura. Anna aveva ragione, sembravano tutti di pietra.

***

Le stanze non erano riscaldate ma in ognuna si trovava una stufa elettrica. L’avevamo accesa in anticipo e la camera era avvolta in un tepore conciliante. Ovviamente Anna si era dimenticata di accenderla, e trovandosi nella stanza accanto, sentivo il rumore della ventola girare al massimo.

***

Qualcosa mi inchiodava al letto. Mani fredde mi afferravano i polsi schiacciando le braccia contro il materasso. Aprii gli occhi. Occhi rossi erano puntati nei miei. Ci volle un attimo, poi lo vidi. Un Gargoyle di pietra mi stava sopra. Spalancò la bocca in un ringhio disumano, e nelle sue fauci vidi le fiamme dell’inferno.

***

Mi svegliai di soprassalto. L’aria faticava a entrare nei polmoni e sentivo le narici in fiamme. Marco mi fissava dal suo letto. I lampioni illuminavano pallidamente la stanza e, in quella luce, il volto di Marco ricordava la nebbia oltre al paese.
“Luca stai bene?”
“Sì, credo. È stato un incubo. Tu invece? Che ci fai sveglio?”
“Incubi anche io”.
Rimanemmo un attimo in silenzio e in quel vuoto sentimmo Anna agitarsi nella stanza accanto. “Vado a vedere se Anna sta bene”. Mi alzai e Marco fece lo stesso. Avvicinandomi alla porta mi accorsi che il naso e la gola continuavano a bruciare. C’era uno strano odore nell’aria, come di zolfo.

***

“Anna tutto a posto?”
“Luca!” la voce si agitava in un grido “Aiutami”.
Aprii la porta e vidi Anna intenta a rovesciare una bottiglia d’acqua sopra una tenda che aveva preso fuoco. Le fiamme non diminuirono, al contrario, crebbero di scatto spingendo Anna a terra.
“Marco prendi l’estintore in fondo al corridoio”. Lo vedevo immobile fissare il fuoco che aumentava. “Muoviti!” e lo strattonai per un braccio riportandolo alla realtà.
Anna si stava rialzando lentamente. Le corsi accanto e la tirai in piedi. Le fiamme distavano un paio di metri ma la pelle mi bruciava come in un forno. Marco aveva finalmente preso l’estintore ma continuava a fissare il fuoco che cresceva non sapendo cosa fare. Spinsi Anna in corridoio e strappai l’estintore dalle mani di Marco. Mi girai per spegnere le fiamme mentre queste si gettarono su di noi, come animate da una danza sacrificale. Aprii l’estintore, sicuro che non fosse abbastanza ma alla prima scarica il fuoco si ritrasse, fino a estinguersi.
Rimasi qualche istante a fissare la stanza buia, come se il fuoco potesse riaccendersi, poi mi girai verso Marco e, con l’estintore ancora in mano, lo schiaccia contro il muro “Ma che cazzo stavi facendo? Porca puttana volevi lasciarci bruciare?”. Nel corridoio, gli ospiti dell’albergo ci fissavano incuriositi.
“Io. Scusa. Non lo so. Mi sono spaventato”. Marco sembrava impaurito quanto prima. Anna mi afferrò per un braccio e io lasciai la presa. “Luca, calmati. Si è fatto prendere dal panico”
“Anna, cazzo. Hai visto anche tu?!? Ma come ha fatto a prenderti fuoco la stanza?”
“Non lo so. Credo. Credo di aver lasciato la stufa accesa”
“Dio, Anna! Come si fa a essere così sbadati? Poteva prendere fuoco tutto l’albergo”
“Allora signori ci vogliamo dare una calmata?”. La voce del ristoratore e proprietario si ergeva sul brusio generale “Poteva bruciare tutto?!? Certo! Ma alla fine non è successo nulla e avete spento in tempo il fuoco”
Voleva farmi incazzare anche lui? “Ma se ha preso fuoco l’intera stanza? Le fiamme stavano arrivando al corridoio”
“Senta signorino. Lei sta esagerando. Fortunatamente la stanza è integra. I muri sono un po’ affumicati ma siccome siete agitati, che ne dite se vi faccio un bello sconto sul soggiorno?”. Ero allibito ma non avevo più voglia di rispondere. Mi sentivo sotto shock e le parole di quell’uomo sembravano così lontane. Il proprietario invitò tutti a rientrare nelle rispettive camere. “Anche voi tre. È meglio che vi facciate una bella dormita. Comportatevi bene o ci manderete tutti a puttane”.

***

“Marco ti chiedo scusa per il mio scatto”. Ero seduto sul mio letto, con affianco Anna, mentre Marco era in piedi dalla parte opposta stringendosi la testa fra le mani “No. Scusatemi voi. Non ho mai avuto nervi saldi. È che ero proprio terrorizzato”
“Sì, anche noi” Anna si stava riprendendo.
“No, Anna non hai capito!”
“Cosa vuoi dire?” gli chiesi.
“Non vi siete accorti di nulla? Oddio sto diventando pazzo. Quando stavate uscendo il fuoco era come, stava, stava prendendo forma. Voglio dire...sembrava un, un gargoyle di fuoco”.
Io e Anna lo fissammo per un attimo in silenzio, dopo di che Lei scoppiò a ridere “Oh Marco mi sa che abbiamo davvero bevuto troppo”. Io continuai a fissare Marco negli occhi. Non ne ero sicuro, forse anch’io avevo visto qualcosa.

***

Erano passati due giorni e la festa era appena finita. Vedere tutte quelle persone divertirsi mi aveva risollevato il morale ma non vedevo l’ora di tornare a casa.
La macchina di Anna era stata portata nell’officina del paese più vicino. Io l’avrei accompagnata per poi salutarla con la promessa di tenerci in contatto.
Erano le cinque del pomeriggio ma il buio invernale aveva già avvolto ogni cosa.
Le valigie erano pronte e stavamo sorseggiando l’ultimo caffè, tutti e tre insieme. Marco aveva rifiutato il Suo compenso e aveva offerto a me e ad Anna i pranzi e le cene successive all’incendio. Sembrava più impaziente di me nel voler lasciare quel posto.
Mentre Marco faceva tintinnare una moneta sul bancone, per richiamare l’attenzione del barista, io e Anna iniziammo a portare fuori le valigie.
Bambini vestiti a festa si rincorrevano mentre i genitori chiacchieravano sgranocchiando i dolci del luogo. Guardammo la Chiesa per l’ultima volta e qualcosa attirò la mia attenzione. Nella pallida luce dei lampioni la sommità della Chiesa era appena visibile. Concentrai lo sguardo per osservare meglio e sentii il cuore fermarsi. Riuscivo a scorgerli a malapena ma avrei giurato di vedere i Gargoyle alzarsi in piedi. Si stiravano le membra come leoni dopo il riposo. Uno di loro spiegò le ali e si preparò al volo.
“Anna torniamo dentro”
“Ma cos... Oh mio Dio”. Ancora incredula non riusciva a muoversi. Le afferrai un braccio e mentre urlavo a tutti di ripararsi corremmo nel ristorante scontrandoci con Marco che ne usciva.
“Luca ma che cazzo!”.
“Marco torna dentro”
“Ma cosa stai dicendo?”
“Guarda!”. Gli indicai la cima della Chiesa mentre io e Anna ci buttavamo dietro al bancone. Le persone nel Bar-Ristorante non ebbero il tempo di stupirsi che i bambini in strada iniziarono ad urlare. Mi alzai per vedere cosa stesse succedendo e vidi un Gargoyle atterrare ai piedi della Chiesa, sollevando al posto dell’asfalto fiamme sulfuree che diedero fuoco a coloro che gli erano vicini.
Marco era ancora davanti alla porta. Fissava il mostro, tremando ma senza compiere passi in ritirata. Il mostro lo vide e con passi pesanti gli si avvicinò, allora Marco tornò in se e corse nel locale. Il Gargoyle sfondò la vetrina e afferrò Marco per un braccio, girandolo su sé stesso. Stavo per nascondermi nuovamente quando il demone di pietra fece qualcosa che non mi aspettavo.
Chinò il capo e si inginocchiò ai piedi del mio amico.