Il piccolo segreto del signor W. (di SchiumaNera)

Pioveva.
Anche se non c’era nemmeno una nuvola in quel pallido, azzurrino cielo di inizio febbraio, nemmeno uno sfilaccio di cirro a sporcare l’aria.
Il signor W. fece girare la chiave nella toppa, buttò a terra busta e valigia e si lasciò cadere, esausto, sulla poltrona di pelle marrone, aspettando che quel brivido che provava ogni volta che sentiva la pelle della poltrona scricchiolare sotto il suo peso passasse via da solo.
Con gli alluci fece leva sul tallone, i mocassini neri lanciati con un calcio fluido, uno a destra, l’altro a sinistra, lontano, nell’ampio, immenso salone dagli angoli inesplorati.
Dalla finestra poteva vedere il sole che colorava di verde raganella il cielo. Eppure l’acqua scrosciava e non riusciva a capire perché.
-Signor W., che diavolo! Apra la porta!
Belli, il vicino del piano di sotto; lo riconobbe dalla consueta grazia con cui batteva sul portoncino dell’ingresso. Avesse avuto due martelli al posto delle mani, avrebbe fatto meno chiasso. Il signor W. si alzò con sofferenza dalla poltrona, ricacciando indietro il fastidio provocato da quel cigolio di pelle che si riassestava, mentre i colpi alla porta si facevano più insistenti. Un colpo, un’imprecazione, due colpi, una inarticolata richiesta di attenzione, un colpo…
Si accostò alla porta, infilò il chiavistello e aprì, lentamente, un piccolo spiraglio.
-Si può sapere che diavolo combina?
La voce arrochita da ex tabagista. L’alito che sapeva di aglio e sugo. Belli lo fissava, l’occhio scuro incuneato tra lo stipite e la porta.
-Perché?
Ormai aveva smesso di fare quasi rumore, quando rincasava, nel grande attico che gli aveva lasciato suo padre, al quarto piano di quell’edificio ottocentesco. Otto stanze tutte per lui. Unico inquilino del quarto piano. Eppure quella vecchia carogna ogni dieci giorni aveva qualcosa di cui lamentarsi. Prima o poi avrebbe dovuto decidersi a camminare a due centimetri da terra, per accontentarlo
-L’acqua! Maledetto cretino! L’acqua! Ha lasciato qualche rubinetto aperto prima si uscire stamattina, ho la cucina che gocciola da mezzogiorno, tra un po’ potrò aprirci uno stagno per la pesca alle rane!
Finalmente capì cos’era quel rumore di acqua fluente: gocce che avevano allagato il bagno, che erano filtrate tra le piastrelle, tra lo stucco, impregnando il pavimento e il soffitto della cucina del vicino del terzo piano.
Corse in bagno. Lì il rumore di pioggia era più forte: sembrava quasi di trovarsi davanti a una porta che conduceva a un giardino incantato, dove ruscelli formavano cascate. Una piccola pozza di acqua aveva già colonizzato una parte del corridoio, sgusciando da sotto la soglia della porta bianca.
-Allora, si sbriga?
Il braccio rinsecchito del signor Belli cercava di insinuarsi nello spiraglio lasciato aperto, per tirare via il chiavistello. Deglutì. Non poteva farlo entrare, gli dei soli sapevano cosa avrebbe combinato, se fosse riuscito a entrargli in casa. Le gambe divaricate, per non bagnarsi i piedi nudi con quella polla di acqua evasa, abbassò la maniglia della porta, deglutì un’altra volta, ed entrò nel bagno.

Gli capitava spesso, di lasciare qualcosa in sospeso. Potevano essere le luci dimenticate accese per tutto un weekend, mentre si trovava fuori casa. Oppure il caffè sul fornello, finché la puzza di plastica bruciata gli faceva capire che un’altra caffettiera era stata sacrificata sull’altare della sua sbadataggine. Oppure, ancora, il condizionatore acceso tutta una notte, a cullargli il raffreddore. O l’acqua del lavabo, dopo essersi fatto la barba. Tre volte negli ultimi tre anni. E sempre, a rimetterci, era la cucina del signor Belli, vecchio, incomodo inquilino del piano di sotto.
Appoggiò la gola sul manico dello scopettone. Non aveva davvero un mento: piuttosto la sua faccia terminava. W. sapeva, da quando era stato in grado di capire il significato delle occhiate che la gente gli lanciava di sfuggita, di non essere un bell’uomo. In realtà non era neanche un uomo brutto. Era come se non avesse un volto, come se fosse inesistente. Anonimo, era così che lo aveva definito una volta una ragazza che aveva provato a corteggiare. Non era né alto né basso, né grasso né magro. Un tipo qualunque dalla faccia a forma di faccia. Anatomicamente era corretta: due occhi, un naso con due narici, una bocca con due labbra e tutti i denti al loro posto, orecchie medie. Ma era una faccia che sembrava non avere vita. Priva di personalità, diceva suo padre. E suo padre era uno che sapeva cosa dire, sempre, e come ferire, solo con le parole.
Gli aveva attribuito per anni la fuga di sua moglie.
W. non aveva mai conosciuto sua madre, che se ne era andata il giorno successivo alla sua prima candelina spenta. Non gli era rimasta nemmeno una foto da contemplare, per cercare di capire se fosse presente nel suo cervello un ricordo, anche lontano, anche involontario, di quel viso: suo padre le aveva bruciate tutte sul fornello della cucina.
-Mi ripagherà tutti i danni, ci può giurare.
-Mi mandi il conto, come al solito.

Chiuse dietro di sé la porta del bagno, dopo essersi assicurato una decina di volte di aver chiuso bene ogni singolo rubinetto e spento ogni singola luce.
La casa era silenziosa, ora, nemmeno il mormorio di una goccia d’acqua a far danni. Ripose straccio, secchio e scopettone nel ripostiglio e tornò, camminando a piedi nudi, in cucina. L’orologio segnava che era da un pezzo passata l’ora del pranzo: mancava un quarto alle tre. Aveva impiegato più tempo del previsto ad asciugare quella piccola piscina nel bagno. Così adesso aveva un’ora in meno di vita e fame in abbondanza.
Prese dalla dispensa una confezione di rigatoni già aperta e con quella vettovaglia si accasciò nuovamente sulla poltrona. Scricchiolii gementi di pelle urtata dal peso del suo sedere. Quella casa non lo voleva. Lo aveva capito dal primo giorno quando, tornando dall’università, al posto di suo padre chiuso nel suo studio aveva trovato un biglietto infilzato con uno spillo sulla poltrona. Un biglietto decisamente grande per le poche, fredde parole che conteneva. “Vado via. Tieni la casa in ordine. Non so se tornerò. Tuo padre.”
Ricordava che aveva fissato quel biglietto per più di un’ora, senza avere il coraggio di staccarlo dallo schienale di pelle marrone. Aveva fatto fatica persino a capire cosa volessero significare quelle spirali e quei cerchietti che decoravano il foglio bianco. Solo quando fuori i tre quarti di luna stavano per tramontare, aveva compreso. Allora si era deciso a liberare il biglietto dallo spillo che lo teneva imprigionato, lo aveva incastrato tra il vetro e la cornice che proteggeva la foto di Linneo, e si era seduto sulla poltrona. Fissando il vuoto, oltre la finestra. Da lontano gli pareva di scorgere i gargoyles di pietra dell’edificio più vecchio della città. Sembravano ammiccare. Il giorno in cui si era laureato in Lettere, suo padre aveva deciso di uscire dalla sua storia.
Prelevò un rigatone dal pacco e lo infilò in bocca. I molari fratturarono senza pietà il tubicino giallo. Gli piaceva, masticare pasta cruda. La consistenza della pasta, il lavorio dei denti, il sapore. Ogni formato aveva un gusto diverso, c’erano gli spaghetti, sottili, raffinati e i rigatoni, corposi. Le penne, pungenti e le rotelle, insapori.
Se lo avessero saputo gli chef che recensiva, lo avrebbero messo alla porta nel tempo necessario a ingoiare un vol-au-vent.
Richiuse la busta e la ripose in dispensa. Poi tornò in salotto e sistemò gli acquisti settimanali: poca roba, di solito mangiava sempre fuori. Caffè a volontà, questo sì, con un po’ di latte schiumato perché non riusciva a rinunciare al cappuccino, un buon cappuccino, quand’era ora di colazione.
Dalla valigia tirò fuori un giornale, il suo giornale e l’agenda. La data era cerchiato in rosso. Quel giorno compiva trentanove anni.
Da quell’unico primo compleanno non ne aveva festeggiati più. Suo padre era troppo concentrato su se stesso, sui suoi insetti. Era a causa degli insetti che sua madre se ne era andata. Non l’aveva mai conosciuta, non le aveva mai parlato, ma gli era bastato trascorrere ventisei anni in compagnia di suo padre per capire quale molla l’avesse spinta ad abbandonare tutto.
Gli bastava controllare ogni volta i suoi documenti, il nome scritto su quei documenti, per rinsaldare quella certezza. Quel nome che era il nome di un insetto. E che lui, da sempre, aveva sostituito con una doppia V puntata.

Sfogliò distrattamente le pagine del quotidiano. L’inserto culturale si apriva con una recensione impietosa del nuovo menù del “Colette”. Lesse superficialmente quanto aveva scritto. Il correttore di bozze, dopo l’ennesima sfuriata, aveva imparato a spulciare i testi da tutte le d eufoniche. Bene.
Ripiegò il giornale, posandolo sulle ginocchia. Chiuse gli occhi, cullato dai suoni della città che lo raggiungevano fin lassù.
Eppure aveva voluto bene a suo padre. E ne era stato anche, per lungo tempo, terrorizzato. Quando lo chiamava nello studio, il grande studio in fondo al corridoio, pieno di ombre, di angoli bui, e di teche, ovunque. Teche appese alle pareti e poggiate sui tavoli, piene di insetti inchiodati sulla carta da spilli lunghi e sottili.
-Vieni-, gli diceva, mentre teneva tra le pinze un coleottero iridescente che si dibatteva invano.
-Vieni, ti faccio vedere come si fa.
E gli faceva stringere tra le dita lo spillo lungo, sottile, così appuntito. Tra le dita grassocce, di bambino di quattro anni. E mentre poggiava l’insetto sulla carta, sempre tenendolo tra le pinzette, gli guidava la mano sul dorso dell’animaletto, finché lo spillo forava l’esoscheletro e la bestiolina si inchiodava, paralizzata. Era come affondare una lama in un fascio di carta. Chissà se quegli insetti provavano dolore, mentre suo padre li circondava di un fitto intrico di spilli: zampette, antenne, ali, per fargli prendere la giusta forma, esteticamente ineccepibile.
Aveva sempre ubbidito a suo padre, per il timore di finire, un giorno, in una di quelle teche, infilzato come una farfalla, con lo spillo che usciva fuori dalla pancia.
Si destò di scatto. Il giornale cadde a terra. Non si chinò per raccoglierlo.
Aveva sempre fatto come diceva lui, come voleva lui, per non irritarlo, per compiacerlo. E quel desiderio di non irritare, di passare inosservato gli era rimasto appiccicato addosso. Guardava ogni cosa dal basso verso l’alto, proprio come dovevano fare gli insetti. Si soffermava molto spesso sulla punta delle scarpe della gente e solo a fatica faceva risalire gli occhi sui volti.
L’unica volta che gli aveva disubbidito era stato quando aveva dovuto scegliere l’università. In quell’unica occasione aveva detto la sua, mentre scrutava le lunghe mani di suo padre intente a posare fogli di carta velina sulle ali di una Monarca.

Raccattò i mocassini e li infilò. Fuori il cielo si era scurito, qualche lampione si era già acceso. I rumori continuavano ma si avvertiva quell’onda di infelicità collettiva, di disperata insoddisfazione che sembrava risalire dal basso, dalle saracinesche che venivano abbassate, dalle auto che riportavano i conducenti verso casa, dalle luci che si spegnevano negli uffici. Era stata consumata un’altra giornata, nel tentativo di colmare quel vuoto che ognuno sentiva crescere, come un terribile buco nero, dentro di sé, un po’ più in basso del diaframma. Cosa stai facendo? Diceva quel vortice. Non vedi che è tutto inutile? Ma gli uomini che lo ascoltavano pensavano che fosse solo un leggero reflusso gastrico.
Uscì, giù per le quattro rampe di scale. Dall’appartamento dei Belli proveniva il chiacchiericcio di un televisore.
Fuori il freddo tagliuzzava la pelle, si era alzato un vento sottile, aguzzo, che si infilava sotto i vestiti, tra le maniche delle giacche.
Il signor W. si incamminò lungo la strada principale a lunghi, lenti passi, diretto verso quella che era la torre dei Gargoyle. Sotto gli occhi di pietra delle creature accovacciate, altre creature, dai profili più delicati, bivaccavano a sigarette davanti ai semafori, rabbrividendo di freddo nelle pellicce sintetiche che coprivano poco e male la carne. Lucciole graziose, scintillanti nelle loro tenute da schiave. Latex e plastica, tanta roba sintetica sufficiente a creare un rogo di proporzioni bibliche, ad accostarcisi troppo vicino con una sigaretta accesa.
W. alzò il bavero della giacca, ancora prigioniero del timore che suo padre, un giorno o l’altro, l’avrebbe scoperto a contrattare con una professionista del sesso. Per non fare sesso. Era quello il suo segreto.
Una delle piccole falene barcollante su tacchi altissimi lo vide, gli sorrise e gli si avvicinò. Aveva i capelli del colore del sole quando sta per tramontare; lunghissimi, le arrivavano oltre la striscia di plastica che fingeva di essere una gonna. Indossava un buffo e inutile colbacco di pelo sintetico, il pellicciotto abbinato.
-Vuoi compagnia?
La voce era dura, fredda, con gli accenti tutti sbagliati. Doveva venire da uno di quei paesi dove l’inverno mediterraneo era visto come una tiepida primavera.
-Come ti chiami?
-Oxana. Allora, vuoi?
-Sì, vieni.
Era il suo regalo di compleanno. La prese per mano e la condusse di nuovo al portone d’ingresso. Lei si arrestò qualche passo prima di varcare la soglia e di salire le scale.
-Pagamento anticipato.
Ora lo guardava con occhi diffidenti, luccicanti di disprezzo. C’era qualcosa nella sua faccia, nella faccia del signor W. che faceva paura. Forse proprio il fatto che sembrava di guardare il volto di un manichino, o in uno specchio dove si stava riflettendo un vampiro. Una faccia assente, vuota.
-Sì, certo-, prese dal portafogli una banconota da cento euro. Gliela porse e lei la rigirò un paio di volte tra le mani, scrutandola alla luce del lampione. Era buona, accennò con la testa che andava bene.
-Ne avrai altri duecento, dopo-, le assicurò, mentre salivano tutti e quattro i piani, tutti e centosei gli scalini del palazzo.
Aveva lasciato le luci accese, ma era un sollievo tornare a casa e trovarla illuminata. Le indicò la porta della camera da letto, quella che era stata dei suoi genitori. Aveva cambiato solo il materasso, sostituendolo con uno in lattice. Oxana prese a spogliarsi, languidamente, anche se c’era poco da togliere. Quando si voltò, trovò sul letto una sottoveste di seta, color cipria, leggerissima.
Era l’unica cosa che era riuscito a salvare, dalla furia devastatrice di suo padre, l’unico ricordo di sua madre, l’indumento che faceva indossare, ad ogni compleanno, alle passeggiatrici che reclutava, perché gli tenessero compagnia mentre lui si addormentava. Da quando suo padre lo aveva lasciato al suo destino. Ed erano passati ormai tredici anni.
Lei scivolò nel letto, gli si accoccolò vicino, lui spense la luce.
-Non vuoi fare l’amore? Perché? Guarda che sono brava-, cercò di protestare Oxana, ma si vedeva che era una protesta fittizia; in quella serata fredda un po’ di conforto umano, un abbraccio sotto le coperte, era un regalo anche per lei.
-No, non preoccuparti: quando dormirò, potrai andartene.
Era vero, era stato così fino a due anni prima. Fino ad allora la piccola mania di addormentarsi accompagnato dal cullare sconosciuto di braccia estranee, la notte del suo compleanno, gli era stata di conforto.
Poi, allo scoccare dei trentotto anni, finalmente aveva capito perché suo padre fosse così ossessionato dagli insetti da imprigionarli sotto vetro.
La piccola lucciola con la parrucca rosa che ora giaceva in una grande teca, con tre spilloni infilzati nel corpo, in un angolo del vecchio studio di suo padre, era stata la prima preda della sua nuova collezione.
Oxana gli appoggiò il mento sulla spalla. Odorava di tabacco, di profumo troppo forte, di gas di scarico. Avrebbe pensato lui a darle il profumo che meritava. Accoccolato sotto le coperte, il signor W. aspettò che la stanchezza si appropriasse di quella giovane falena, lo spillone lungo venticinque centimetri che le avrebbe perforato gola e spina dorsale, stretto tra le dita.

Commenti

Ritratto di Pilgrimax

Sto leggendo e sto per terminare “Il Signor W”... pensare che l’idea di questo personaggio fosse in questo racconto ha un sapore quasi magico. Non capita tutti i giorni di leggere l’embrione di un romanzo stupendo. Chiaramente la scrittura si è evoluta, ma già da questo racconto arriva la potenza dell’idea e lo stile unico. È la buona scrittura, capace di accarezzare e un attimo dopo far sussultare, immaginifica, evocativa. Il racconto fa lo stesso effetto del romanzo e questo conferma che la capacità narrativa c’è sempre stata. Il racconto è costruito per far assaporare al lettore lo stesso effetto sorpresa che subiscono le “falene” di W. Leggi il racconto e familiarizzi subito con il Signor W. Sin dalle prime righe del racconto sono entrato in empatia con W. A sprazzi mi ci sono addirittura rivisto, senza sapere che, al pari di Oxana, stavo diventando una preda inconsapevole. Il finale è inaspettato e trafigge, proprio come lo spillo per falene. Bel racconto, gran bel personaggio.