Impulsi da ciabattino (di PiccolaMela)

Ecco! E ti pareva. L'hanno fatto un'altra volta quei nani da giardino in versione dark.
Probabilmente passano di qua nottetempo e scaricano la loro sovrabbondante energia adolescenziale sulla serranda del mio negozio. E sempre del mio. È chiaro che lo fanno apposta.
Non viene mai in mente, a quei decerebrati, di fare visita alle serrande di Michele, il lattaio. Quello sì che se lo meriterebbe. Con la sua arroganza da “SoTuttoIo”.
No, sia mai. A loro piace propria la mia serranda da ciabattino. Ci mancherebbe.
E va be'. Vediamo di procedere alle mie solite occupazioni e questi ragazzacci si fottano. Tanto ora la serranda la tiro su e i loro graffiti non si vedono più.
Allora. Vediamo un po' cosa c'è da fare stamattina.
Due paia di suole da sistemare per la signora Gentili (quando arriva iniziano a tremarmi le orecchie. Mi fa impazzire la riga in mezzo alle sue calze nere – splendidamente retrò-, diritta lungo il polpaccio. Come se niente fosse, si siede sullo sgabellino e mi illustra il lavoro da fare alle sue scarpe, mentre io serpeggio sui suoi piedini con movimenti delicati. Alle volte riesco a spingermi fino alla caviglia e un po' più su. Ah, che meraviglia!); un tacco da incollare per la signora Mainardi (su di lei ben poco da dire. Una tavola da surf nello scamiciato fumè. Si sistema gli occhiali, fischietta i suoi ordini attraverso lo spiraglio tra le labbra sottili e se ne va ancheggiando. Rompe sempre il tacco destro. Chissà perchè.); suoletta interna con rialzo di 3 cm per il sig. Scalafatti (un sorcio. Ecco che mi sembra, quello. Denti in fuori, orecchie a vela, mento a punta, altezza un metro e un salto. Se bastassero tre centimetri a risolvere la questione, potrei pure mantenermi serio. Invece quando entra in negozio, per dissimulare la risata che mi straripa dalla gola, devo trovare al volo una barzelletta da raccontargli, così poi ce la ridiamo insieme. Per essere spiritoso, è spiritoso. Niente da dire); e poi c'è un paio di stivali da rimettere in forma della signora Zorelli (professoressa in pensione, sguardo di ghiaccio. Ogni volta che viene, temo che mi chieda il secondo teorema di Euclide. In genere però non lo fa e si lamenta del suo alluce valgo che le rovina tutte le scarpe).
Bene, mettiamoci al lavoro.
Cominciamo dalle suole della signora Gentili. Un lavoro da poco. Un po' di colla e il lavoro è fatto.
Ma, ecco, mi sembra di sentire quell'impulso che sale dal basso, direttamente dai visceri, e che in un lampo arriva fino alla zona centrale del cervello. E come al solito non riesco a resistere. Devo farlo.
Chiudo il negozio e metto il cartello “Torno subito”. Corro all'armadietto nel retrobottega, quello chiuso a chiave. Lo apro e trovo tutto il necessario.
Per questo caso particolare potrebbe andare bene il TCK-197.
Appoggio sul palmo della mano il tenero pezzo di carta pergamenata, riportante il codice e la relativa formula magica. Ritorno alla mia postazione e passo un velo di colla di coniglio (solo cose naturali a questo scopo) sulla punta del sottopiede, prima di fare aderire perfettamente il foglietto.
Tengo a prcisare. Non sono affatto uno stregone. Oh no! Ho solo una pessima abitudine. Mettere ai piedi della gente i miei desideri. Che c'è di male in questo?
D'altronde si tratta di scienza.
È stato mio padre (e prima di lui mio nonno) a tramandarmela, insieme alla bottega e a tutte le formule magiche. Basta imprimerle su una sottilissima carta pergamenata (quella che vendono in cartoleria va benissimo), scrivendo con il sangue di una gallina faraona (poi uno ne approfitta e ci si fa l'arrosto con le patate). Il tutto va applicato sotto la suola della persona a cui si desidera affibbiare il sortilegio.
Possiedo ben 73 codici. Per ogni necessità.
Il TCK-167 è quello della 'scopata senza conseguenze', naturalmente. E per la signora Gentili farei questo ed altro.
Bene, foglietto applicato. Ci si incolla sopra la suola nuova e il gioco è fatto.
Gli effetti si dovrebbero iniziare a sentire dopo 12 giorni di camminata sopra la suola in questione. Aspetterò pazientemente.
Riapro il negozio e torno alle mie normali attività. Concludo il lavoro per la Mainardi, sistemo le scarpe del sig. Scalafatti e, proprio mentre sto cucendo la sua soletta interna sinistra, apre la porta Michele il lattaio.
“Che, c'hai da cambiare dieci euro?”
Bè, tu puoi pure essere buono come il pane, ma certe persone ti tolgono la luce dagli occhi non appena le incroci sul tuo cammino. Uno di questi è Michele. Viene spavaldo, non dice buon giorno, mastica gomma americana con la bocca spalancata e , se per caso lo incontri al bar mentre bevi un caffè, ti rifila il suo sermone su questo e su quello, come uno che ne sa sempre una po' più di te.
Insomma, ho anche un'altra cattiva abitudine, a pensarci bene. Ma non posso farci niente è più forte di me. E questo arrogante sempliciotto non l'ha ancora capito e ci riprova sempre.
Gli dico che aspetti un attimo. Vado nel retrobottega e prendo il sacchettino di monetine destinate al lattaio. Ne seleziono il numero necessario per comporre dieci euro e poi ci spruzzo sopra lo spray urticante. Michele avrà di che grattarsi per un po'. L'ultima volta è andato persino al pronto soccorso pensando di avere chissà quale malattia infettiva.
Sì, lo so, anche i suoi clienti si gratteranno un pochettino. Bè, che cambino lattaio!
Ok, ora basta con i passatempi. Ho ancora parecchio lavoro da fare.
Ma si vede che oggi non è giornata. I miei vizietti mi fanno il solletico da quando ho aperto gli occhi e mi stanno tormentando in modo anomalo. In genere quando ne soddisfo uno poi mi rilasso e per un po' non ci penso più. Oggi, invece, sembra quasi che si risveglino a vicenda.
Dev'essere colpa del sogno che ho fatto prima di svegliarmi.
Un ometto con la bombetta voleva infilarsi nel buco della serratura per entrare nella mia camera da letto. Ma il cappello non riusciva ad entrare. Io gli ho consigliato di toglierlo, ma facendolo, gli si è staccata del tutto la testa. L'ha lasciata rotolare nel corridoio e si è infilato nella serrataura agilmente. A quel punto, mi sono svegliato, in un bagno di sudore.
Chissà perchè gli ho consigliato di torgliersi il cappello? É da stamattina che ogni tanto sopraggiunge questo interrogativo nella mia mente. E lungi da far scaturire una risposta logica e razionale, mi fa venire voglia di indulgere in un'altra delle mie abitudini goderecce.
Del resto è quasi mezzogiorno. Anticiperò lievemente la pausa.
Spesso, all'ora di pranzo me ne vado al bar Da Gianni per un panino o un toast. Gianni è una brava persona simpatica e disponibile. È sempre piacevole scambiare due chiacchiere con lui, tra un morso e l'altro.
Eppure, non riesco a resistere alla tentazione di farlo. Il suo testone mi assilla da quando metto piede nel locale. Sì, perchè Gianni possiede una splendida capigliatura ricciuta e folta (ammetto di esserne un po' invidioso, visti i miei capelli radi) e una collezione di cappelli che cambia quotidianamente, a seconda del tempo e dell'umore. Alle volte, per recarsi al lavoro, ne indossa uno e ne porta in mano un altro, non si sa mai che durante la giornata cambino le condizioni e il cappello non sia più adeguato. Quindi spesso ce ne sono due appesi dietro al bancone, insieme al cappotto. Solo nei giorni in cui ciò accade, io posso mettere in atto il mio vizietto.
Oggi, neanche a farlo apposta, è uno di quei giorni. Mentre Gianni prepara il mio solito panino e la birra media, io faccio finta di essere assorto nella lettura del giornale locale. Non faccio commenti e non intavolo conversazioni. La cosa gli dà parecchio fastidio, chiacchierone com'è e così, puntualmente , esce per fumarsi una sigaretta. Do un'occhiata agli altri avventori del bar e, quando li vedo distratti, passo dietro al bancone, metto un cappello nel forno e l'altro nel freezer. Poi torno tranquillo a mangiarmi il panino.
Un brivido mi passa attraverso la schiena. Queste sono cose che riescono a procurarmi un sottile piacere. E in fondo che sarà mai? È solo uno scherzo innocente. Gianni cerca i suoi cappelli per un po' e infine, quando li trova, sceglie se tenere la testa al caldo o al fresco. Gli offro un diversivo, che male c'è?
Lo saluto e me ne ritorno in bottega, ma sento che il mio stomaco vizioso non è ancora sazio di emozioni malsane.
Sistemo in fretta e furia la tomaia degli stivali della signora Zorelli, prendo dei nuovi lavori dalla signora Kirkmann (4 figli, un marito, un padre e una vecchia zia, ognuno con un paio di scarpe da riparare) e del signor Cucci (come fa a ridurle in questo stato?). Un lavoretto da cinque ore buone.
Forse è meglio se mi do una regolata e faccio il bravo ciabattino per il resto del pomeriggio.
Ma l'occasione fa l'uomo ladro, dicono.
E infatti ecco che entra il Carabiniere. Lo chiamiamo tutti così nel quartiere, anche se in realtà fa il bidello alle medie. Ha preso così sul serio il suo ruolo di controllore della quiete scolastica, che ora ha deciso di estenderlo a tutto il mondo creato. Ogni sera fa la ronda intorno all'isolato a caccia di malintenzionati, ladruncoli o disturbatori del sonno dei lavoratori. Sembra che la scorsa settimana abbia stordito a colpi di mattarello un tizio, solo perchè il suo cane aveva fatto la pipì sulla ruota di una macchina, facendo scattare l'antifurto.
In compenso non è mai stato in grado di cogliere in flagrante i teppisti che scarabocchiano la mia serranda. Sai che bel servizio che fa!
Ebbene. Eccolo qui con un paio di scarponi in mano, a chiedermi di inserire la punta di ferro. Così di certo risulterà più minaccioso... Quanto è grullo!
Lo saluto sorridendo, ma non riesco a resistere. Un'altra volta l'impulso che viene dal basso, mi porta a compiere una delle mie compulsioni. Tra le mie preferite, oltretutto.
Lo faccio sempre quando un cliente merita una piccola lezioncina. Passo la mano distrattamente sulla patina nera lucidante e gli do un lieve buffetto sulla schiena, magari in prossimità del collo, dove sporge la camicia fresca di bucato. Bè, che c'è di tanto grave? Starà un po' di più sotto alla doccia. Non gli faranno mica male un po' di acqua e sapone in più!
Bene. Ora mi rimetto al lavoro. Un tacco, una punta, due suole e la giornata è finita. Chiudo soddisfatto la serranda del mio negozio e non riesco ad evitare di guardare quei graffiti sguaiati che ormai riempiono quasi tutta la superficie.
Decido di finire in bellezza.
Prima però devo aspettare che non ci sia più nessuno per strada.
Vedo Michele che si gratta le mani convulsamente mentre chiude il negozio (“La solita allergia, eh?”). Mi fa un segno di assenso con il mento e se ne va infastidito. Ora che si è allontanato posso agire.
Spennello il mastice proprio a ridosso della serranda. Venite pure teppistelli dei miei calzini! Qualcuno stanotte se ne andrà senza scarpe e me le lascerà in pegno!