Impressioni private (di DK) - fuori concorso

La novità assoluta di quegli anni era la macchina fotografica istantanea: piccoli rettangoli di cellulosa nera uscivano scattanti dall’apparecchio portatile dopo che avevi premuto il pulsante. Tutti in posa, e voilà, il liquido apposito si condensava. Dal grigiore indistinto e liquido, a poco a poco, occhi sorpresi di modelli improvvisati si solidificavano in immagini stampate, restituendo talvolta un riflesso rosso e penetrante al flash improvviso che li aveva fulminati a tradimento.

I volti avevano sovente un colorito sottotono, quasi inquietante, immortalati come ritratti pallidi in un ambiente dalle tinte più scure, cupe, forse appartenenti a una dimensione parallela e leggermente più tetra di quella alla quale siamo abituati a rapportarci quotidianamente.

Cartoncino liscio e bianco fungeva da inespugnabile cornice su cui era possibile scrivere commenti, spesso tralasciati come le didascalie sulle opere d’arte meno pubblicizzate, quelle che sorvoliamo annoiati, a volte, nei musei, degnandole di meno che di uno sguardo o di un pensiero, Se solo potessimo intravedere quello che è nascosto al di là dei bordi, dei perimetri, delle forme pesanti!

“Mamma, guarda che cosa ho trovato nella soffitta dei nonni.”, disse Agostino, entrando in salotto come un ciclone. Era leggermente sudato, forse per la calura estiva, forse per la corsa appena fatta lungo il campo costellato di ulivi. Da fuori, entrava penetrante il canto monotono delle cicale.

Girai il collo dal mio solito giaciglio, il letto nel soggiorno, e sgranai gli occhi.

Il ragazzino era lì che portava al collo una cinghia sintetica alla quale era assicurata la Polaroid impolverata, che penzolava allegramente all’altezza delle sue ginocchia piene di graffi.
“Vieni qui”, lo rimproverò mia sorella, poggiando il bicchiere insaponato che stava lavando, “lo zio sta dormendo”.
Mio nipote mi lanciò un’occhiata curiosa, avvicinandosi.
“E’ sveglio..!”, precisò sbattendo le palpebre, avvicinando ai miei occhi l’apparecchio che avevo creduto di aver distrutto per sempre. .

Agostino...per Dio! Butta via quell’aggeggio infernale!, pensai buttando fuori aria dal naso e gemendo in modo sconeesso.

“E’ vero...guarda! E’ contento di vederti!”, disse mia sorella riferendosi alla mia reazione, asciugandosi le mani sul grembiule con i girasoli. L’odore di sapone per piatti mi colpì mentre mi accarezzava la guancia.

“Mamma, dìte cheese!”, propose simpaticamente Agostino, puntandomi l’obiettivo contro.

Mia sorella si girò verso di lui sorridendo candida. Io restai ancora più paralizzato del solito, pietrificato con cuore, mente e spirito bolccati per un istante.
Click.
Click.
Click.
Agostino premette più volte il bottone ma non accadde niente.

“Forse è finita la pila!”, disse sua madre, soffiando via un po’ di polvere dalla plastica nera.
“Che peccato...allora domani andiamo giù in paese a comprarne di nuove!”, propose mio nipote.
“Va bene, tesoro...”, disse lei baciandolo e alzandosi per andare a terminare le sue faccende domestiche, “lasciala lì sul tavolo, che così me ne ricordo!”.
Combattuto fra il desiderio di portarsi in camera il cimelio o sulla prospettiva di cederlo come suggeritogli, Agostino rimase per un po’ a soppesare la macchina fra le mani.

Infine decise di poggiarla accanto al portacenere di vetro di fianco a me..
Ero sollevato della sua scelta. Amavo, per quanto potevo, mio nipote con tutto me stesso e mai avrei voluto gli accadesse nulla di sgradevole, di terrificante.
Sebbene preferissi eroicamente far ricadere qualunque male su me stesso, il panico si impadronì di me già prima del tramonto e ora che le stelle brillavano nel buio oltre il vetro della finestra avevo sia timore a restare sveglio, e dunque a fissare la fonte delle mie preoccupazioni, che ad abbandonarmi tra le spire del sonno ed incontrare così nei sogni quel che avrei voluto solo dimenticare.

Ero abbandonato a me stesso, immerso in una notte più grande di me. Decisi di guardare fuori, per ingannarmi, oltre le canne fruscianti al vento e resistere in questa astrazione fino al mattino seguente.

Mi pareva quasi di sentire uno spiffero freddo che mi solleticava il collo con un brivido crudele.

Il ticchettio dell’orologio mi arrivava dilatato e amplificato assieme ad ogni scricchiolio del legno vetusto della casa.
La mia fantasia mi faceva udire voci spettrali, simili a lamenti che mi chiamavano.
Ludovico...Ludovico...
Per quanto tempo sarei potuto ancora scappare?
Mi parve di vedere il contorno di lunghi capelli, mossi e ribelli come una criniera ondeggiante, in giardino. Riccioli folti su spalle sottili.
Ludovico...
Chiusi gli occhi. Quella era solo una pianta di papiro!

Di nuovo sentii unghie leggere che mi scorrevano effimere sulla pelle.
Teresa...sei venuta a prendermi?
Ricordai l’inverno di tanti anni prima.

Correvo ansimando - il mio nuovo acquisto a tracolla- per la strada nel bosco, là dove gli alberi formano una barriera più fitta e selvatica. Fiutavo l’odore di donna misto al gusto frizzante dell’aria ghiacciata che il placido ruscello emanava in basso, assieme al suono cristallino di acqua che scorre attraverso le rocce gelate. .

Ero prossimo come mai prima di allora alla coronazione del mio più forte e acuto desiderio. Avere Teresa tutta per me.

Poco importava tutto il resto. Potevo finalmente immortalarla per sempre in fotografia e godere in eterno delle sue forme di giovane ninfa proibita: nessuno lo avrebbe saputo, sarebbe stato il nostro piccolo segreto.

Anche questo era possibile grazie al progresso delle apparecchiature di riproduzione ottica.
Teresa.
L’avevo corteggiata, e quando lei mi aveva rifiutato con sdegno non sono riuscito a farmene una ragione.

L’ho spiata, seguita...fotografata nuda, di nascosto mentre prendeva il bagno o ancora mentre faceva all’amore con il marito. L’ho minacciata.

Avevo custodito i negativi in una tasca segreta ricavata sotto il battiscopa della mia camera ma non avevo avuto il coraggio di sviluppare i negativi da me. Infine li ho bruciati a malincuore. Non erano che un riflesso ribaltato di quello che realmente bramavo.

Poi però la tecnologia è accorsa in mio aiuto sotto forma di regalo per me stesso, per una volta un po’ più costoso del solito: La Polaroid.

Sapevo da subito cosa ne avrei fatto e infatti ero lì che rincorrevo Teresa, come per gioco, fra le foglie umide e ancora sporche di sangue.

La raggiunsi sul ciglio di uno strapiombo. Curioso come i momenti drammatici abbiano anche nella realtà risvolti patetici da romanzo.

La feci spogliare.

Come una belva la assalii con scatti sempre più vogliosi da diverse angolazioni, quasi che in mano non avessi una macchina fotografica, bensì un revolver automatico. Il flash risuonava di un’eco desolata lungo i crepacci, assieme ai suoi singhiozzi senza speranza.

Pazzo di amore, se amore può chiamarsi, la possedetti con l’intento di disporne immediatamente dopo, come si fa con le prede conquistate e utilizzate, abbandonate come abiti dimessi.

Ma mentre tentavo di strangolarla, quando tutto sembrava concluso, la puttana si aggrappò con la forza inaspettata alla cinghia della Polaroid che tenevo al collo e mi trascinò con sè per un volo fatale nel baratro ghiacciato.

Erano passati alcuni mesi quando riaprii gli occhi e presi conoscenza. La prima persona che vidi allora fu mio padre.

Non ricordavo cosa fosse successo, perchè mi trovassi paralizzato nel mio letto. Egli mi guardò a lungo, e a pensarci adesso che le memorie sono di nuovo nitide, ho l’impressione che lui avesse intuito in qualche modo tutto.

Anche se l’amnesia aveva rimesso dalla mia espressione ogni traccia dell’accaduto.
Anzi. Penso che sia stato proprio lui a trovarmi quasi morto di freddo e a salvarmi.
Cosa sia successo davvero a Teresa lo ignoro. Immagino sia stata data per dispersa, o trascinata via dalla corrente e mai più ritrovata. L’altura dalla quale eravamo volati giù come angeli sciagurati era troppo nascosta perchè qualcuno avesse potuto trovare le tracce del nostro passaggio, coperte dalla nave, erose dal tempo.

Certe volte penso di essermi inventato tutto per fuggire dal mio stato subumano, quasi vegetale.

Forse inseguivo uno spettro, quello dela mia ossessione per lei.
In ogni caso Teresa non ha mai fatto ritorno.
Ci tengo comunque a rivelare un’impressione, anzi, una certezza:
E’ stata quella macchina fotografica a farmi compiere quel che ho compiuto. E’ maledetta, stregata! Crediamo di possedere gli oggetti e le sensazioni finchè non ne veniamo soggiogati a nostra volta.

La falce rossastra della luna mi distolse dai pensieri spuntando severa da una nuvola di passaggio.
Ludovico...Ludovico...
Teresa mi chiamava.
Cosa voleva ancora? Un’ira feroce mi salì lungo le tempie.

Ma tutto quello che riuscii a fare fu di voltarmi rabbiosamente verso il tavolo. Fu allora che il flash della Polaroid mi investì di bianco.

Mi parve di udire una risata di donna, mentre l’anta della finestra si spalancò di colpo, spinta da una forza invisibile.

Mia sorella accorse presto, allarmata dal suono, ma era già troppo tardi.

Prima che riuscisse ad accendere il lampadario, ero già immobile, colto dalla morte per arresto cardiaco.

Agostino la raggiunse barcollando mezzo addormentato mentre lei s’accostava a me e mi chiudeva le palpebre ancora spaventate.

Poi, senza scomporsi, andò a chiudere la finestra ed esalò un sospiro di sollievo.

“Mamma...guarda qui!”, disse Agostino, sventolando a mezz’aria una fotografia emessa a scoppio ritardato con l’ultimo sprazzo di vita della batteria antica e ormai scarica.
Mia sorella la prese in mano.
Era la foto che Agostino ci aveva fatto nel pomeriggio.
Su di essa mia sorella sorrideva tenendomi la mano, ed io le stavo accanto inerme, con le iridi accese di un rosso quasi diabolico.
Gli occhi di mia sorella si inumidirono un poco di commozione.
Con il dito tracciò il contorno leggero di un’ombra esile e vagamente femminile impressa nello specchio dietro di noi
“Tesoro. La vedi anche tu? La zia Teresa è venuta a trovarci”.