Vincent e l'incubo di Julierose (di Mariolina di MonteCristo)

Vincent e l'incubo di Julierose
Siamo in un piccolo sobborgo americano di nome Whitecotton nel 1952, e la
storia si concentra su Julierose di 17 anni.
Julirose ha i capelli lunghi e nerissimi, l'unica nota di colore sono i suoi grandi occhi
verdi.
Julierose è una ragazza triste, solitaria che trascorre le sue giornate a inventare mostri
da guardare nella sua fredda e piccola stanza perennemente invasa dalla penombra.
Ama il macabro, l'oscurità e da tutto quello che vede durante le sue giornate in
famiglia o a scuola, riesce a trarre solo il pessimismo, che si manifesta anche solo in
piccoli sguardi di dissenso.
Stanca di cercare un diversivo nelle quattro pareti della stanzetta, decide di evadere
da una vita che non gli apparteneva, una vita piena di colori dei quali non sapeva
apprezzare la lucentezza.
Ma un luogo nel quale poteva sentirsi a proprio agio esisteva, e un giorno se ne rese
conto: il cimitero a pochi isolati dalla scuola.
Solo un “non luogo” poteva dare sensazioni diverse a Jiulierose, un luogo che non
aveva mai attirato il suo interesse fino ad allora.
Così ogni giorno, appena uscita di scuola, si reca li, passeggiando nei viali lugubri
che separano le fredde lapidi del cimitero di Whitecotton.
Finalmente si sentiva nel posto giusto: li non esistevano colori, il bianco e nero
dominavo su tutto e questo la faceva sentire bene.
Dopo due giorni, si presentò un ragazzo, Vincent, di due anni più piccolo, capelli
arruffati nerissimi come i suoi occhi, bianco in viso come le righe della sua maglietta,
si avvicinò e la chiamò per nome e le disse: “Julierose, cosa fai qui?”, malgrado egli
si fosse presentato improvvisamente alla sua vista, ella non dimostrò timore e con
aria confortata gli rispose: “ Sono qui perchè non mi piace il mondo in cui vivo, non
mi piace ridere, non mi piace il colore delle rose” . Malgrado queste affermazioni
potessero risultare aride, Vincent non manifestò nessun segno di stupore e ribatté
“Sai, io venni qui per lo stesso motivo, ero un poeta e non amavo la luce di
Whitecotton, né il sorriso e il chiacchiero confuso dei suoi abitanti e nemmeno la
musica o i colori. Sono passati molti anni ed io ormai vivo qui accecato quasi, da un
bianco e nero che non mi da più la possibilità di inventare. Ti dico, Julierose, non
sottovalutare il colore delle rose, senza di esse non potresti inventarne di altre, non
condannare l'allegria dei tuoi compagni, perchè senza , non riusciresti a riconoscere
la tristezza, tu ami la tua immaginazione, ma se annienti la realtà, annienti i tuoi
pensieri.
Se uccidi il mondo reale, uccidi quello della fantasia. Io sono stato risucchiato dal
mio bianco e nero e non ho più niente da scrivere, tu Julierose, continua a dare vita ai
tuoi mostri ma fallo nella realtà perchè dall'altra parte...sono tutti mostri.
A queste parole Julierose iniziò a vedere il verde delle siepi che circondavano il
cimitero, a sentire il profumo delle margherite poste sulle lapidi. Uscì dal non luogo
che voleva abitare e quando si voltò per dare l'ultimo sguardo al triste poeta, i suoi
occhi, ritornarono ad essere verdi.