Tornare a casa (di LunatikaMoka)

Il pavimento sotto il letto della sua prossima casa è un porcile. Ci sono batuffoli di polvere grigia grossi come gatti, due o tre buste oleose accartocciate e un paio di mutandine usate, abbandonate all'oblio sotto il materasso. Puzzano di pesce. La zoccola deve essersi beccata qualche infezione, scopando a destra e manca. A lui non importa, comunque. Vuole solo tornarsene a casa sua.

Era troppo presto, troppo per vedere la luce del sole. Troppo presto per respirare da solo. Troppo presto per ricevere il nutrimento di cui aveva bisogno dalla bocca, quella bocca oscena disegnata sulla una faccia tonda.

Le assi del parquet scricchiolano sotto i piedi nudi femminili che si avvicinano al letto, incuranti della patina nera che si stratifica sotto la loro pianta ad ogni passo. La zoccola non pulisce mai il pavimento e non sembra nemmeno tenerci particolarmente all'igiene. Lui, nel suo cantuccio, sente il suo odore, un misto rivoltante di sudore, umori femminili, sperma e cibo non digerito. A lui non importa, comunque.

Tra poco sarà a casa.

Il suo mondo, all'improvviso, aveva cominciato a contrarsi intorno a lui come il cielo nel giorno del giudizio. Un fiume rosso in cui filtrava luce giallastra. Si era sentito spingere. Giù, sempre più giù. E il suo cuore aveva sussultato. Mancava l'ossigeno. Mancava quella linfa vitale che lo faceva sopravvivere nel suo oceano di ovatta liquida. La vita scivolava via, verso il basso, insieme a lui, un pezzo di carne trascinato da una corrente di sangue e fluidi. Verso una luce abbacinante, che aveva colmato le sue orbite vuote, senza palpebre.

Le molle del materasso cigolano. Da sotto il letto lo vede piegarsi verso il basso, verso il pavimento lercio. La zoccola si sta preparando per andare a dormire. La sente sospirare, borbottare qualcosa a qualcuno. E' al telefono, l'ultima chiamata della giornata. Lui spera che non si presenti un cliente dell'ultimo minuto. E' importante che la zoccola rimanga sola.

Stasera lui deve tornare a casa.

Quello che era spuntato dalle viscere della partoriente non era umano. Di questo Mama Uva ne era certa. Le sue callose mani nere avevano accolto un esserino minuscolo, grande quanto un cucciolo di cane. Un corpo ricurvo, da cui spuntavano tre piccole protuberanze ritorte, lì dove avrebbero dovuto trovar posto braccia e gambe. Un testone enorme e calvo, sproporzionato. Due orbite vuote come occhietti e un buco al posto del naso. E poi c'era la bocca. Niente labbra. Il diavolo non le aveva dipinte su quel viso sporco e ricoperto di sangue e residui di placenta. Solo una cavità, nera e senza lingua, piena di denti aguzzi come stalattiti di ghiaccio all'interno di una caverna.

Il rumore di un oggetto che viene abbandonato sul comodino. La zoccola ha smesso di telefonare e ha posato il cellulare. Lui la sente sospirare e rigirarsi nel letto, producendo una serie fastidiosa di cigolii. Il silenzio è assoluto. Lei si sporge verso il muro e un debole click si ode per una frazione di secondo. La stanza piomba nel buio.

E lui fra poco potrà tornare a casa.

Il mostro non respirava. Mama Uva era sollevata. Almeno non le sarebbe toccato affogarlo o fracassargli la testa per terra. Non ne era sicura, ma le era sembrato che quell'aborto di demonio l'avesse fissata con le sue orbite vuote. Uno sguardo lucido e appiccicoso come la materia scivolosa di cui era insozzato. Nell'aria, c'era un forte odore ferroso misto ad uno più dolciastro, l'odore di una carogna in decomposizione. Il mostro si era sentito coprire da una stoffa ruvida. Il battito del suo cuore era solo un ronzio lontano.

Ghislaine non riusce a prendere sonno. Il caldo della sua stanza é insopportabile e le lenzuola si avviluppano attorno alle sue gambe dalla pelle d'ebano come erbacce infestanti sui tronchi degli alberi. I quattro numeri della radiosveglia sono marchi infuocati nell'oscurità della stanza

02.00.

Dalla strada non giunge nemmeno l'eco di un suono. L'assenza di rumori è più frastornate dei tamburi delle spiagge in cui ha vissuto una vita intera. I tamburi della sua gente...

....rimbombavano nelle orecchie del mostro come il suo cuore nato morto. E' vivo. Eppure non ha fiato. I suoi polmoni sono sacche atrofizzate. La sua vista,il suo olfatto, solo un'illusione. E' fra le mani calde di una diavolessa mulatta dai vestiti candidi, che balla scatenata davanti a un fuoco. Tutt'intorno a loro, si è una tempesta di rullii, piedi che scalciano e stoffe che roteano.

"Buttalo! Buttalo!" urlano i selvaggi attorno a lui, facce nere striate di bianco e dagli enormi sorrisi feroci. E il mostro finisce nel fuoco.

La vita in città è tremenda. In quello squallido appartamento di periferia, non si è mai abituata a vivere. Troppe le luci improvvise che balzano nella stanza attraverso le fessure della tapparella, quando le macchine sfrecciano sulla strada. Troppe le voci avvinazzate che gracidano nei bar. Anche se, per una sera, quell'angolo d'inferno sembra immerso in un sonno profondo. Una novità che esige d'essere accettata. Ghislaine trova che siano fin troppe le cose a cui deve fare l'abitudine. L'assenza del mare, le scarpe strette e scomode con il tacco, la vita da battona, l'essere una femmina a metà con un grembo sterile, incapace di trattenere dentro di sé un essere sufficientemente a lungo perché nasca vivo e vegeto.

Le fiamme sono colori vividi attorno al suo corpo malandato. Ma non gli fanno nulla. Lui non brucia, non scivola via, non s'innalza nell'aria in una colonna di fumo. Rimane lì, come fosse fatto di roccia. Si acquatta nel fuoco, aspettando. E poi i tamburi cessano. I tumulti finiscono. E' rimasto solo e può rotolare via dal falò come una caldarrosta impazzita. Strisciando, strisciando, il mostro si allontana.

Non gli piace questo mondo chiassoso. Qualcosa lo spinge. Qualcosa lo tiene in vita. Casa. La sua casa lo sta chiamando. Lui deve tornare a casa.

Il desiderio di riavere una delle sue creature non nate è malsano quanto l'odore dolciastro che aleggia per la stanza. Ghislaine teme che ci sia la carogna di un topo, proprio sotto al letto. Ma non ha nessuna voglia di occuparsene adesso. Si sdraia e chiude gli occhi. L'effetto delle erbe che ha preso inizia a farsi sentire. La sua mente vacilla, fra il sonno e la veglia. E in quella terra di nessuno rimane. Lì ritorna ad essere una ragazzina sinceramente curiosa, innocente e passiva. Ed è stupendo.

Qualcosa striscia sulle assi del pavimento. Un movimento inesorabile e preciso. Ma non è sufficiente per farle riprendere coscienza. Dentro di sé, Ghislaine registra quell'informazione con un'immaginaria alzata di spalle. E ridacchia. La voce della nonna le sta raccontando una storia. Una storia spaventosa, di quand'era piccola

"Una volta una matrigna cattiva aveva ucciso il suo figliastro, perché i bambini nati da lei non dovessero spartire l'eredità con un bastardo. Ma pochi sapevano che quella creatura era figlia di una potente maga che, morendo, aveva trasmesso tutti i suoi poteri al figlioletto. Seppellito il bambino e tornata a casa, la matrigna era soddisfatta, credeva di essersi liberata di quell'impiccio per sempre. Finché non venne la notte.

Qualcosa s'è aggrappato al lenzuolo che avvolge il materasso. Ghislaine avverte appena il rumore di qualcosa che buca la stoffa, come se un gatto vi avesse affondato le unghie. Ma lei non ci bada. La nonna ha completamente catturato la sua attenzione

"Mentre era nel suo letto, la matrigna udì una voce infantile, provenire dal corridoio

'Mamma!' diceva 'sono al terzo gradino della scala' "

Il materasso, accanto ai piedi di Ghislaine, si piega sotto il peso di una nuova presenza. Non sembra troppo grande, giusto le dimensioni di un cagnolino. Le palpebre della donna tremano. E la favola continua

"La matrigna inorridì, e si nascose sotto il lenzuolo. Dopo pochi istanti, di nuovo quella voce

'Mamma! Sono al secondo gradino della scala' “

 

 

Qualcosa di umido le sfiora la caviglia. L'odore dolciastro ora è più forte, Ghislaine può quasi toccarlo. Si copre con il lenzuolo, con la mano che trema. La favola non la diverte più.

 

 

“ 'Mamma' gridò nuovamente il bambino 'sono al primo gradino della scala' “

 

 

Basta, ti prego! Non ne voglio sapere! Vorrebbe gridare lei. Ma non ci riesce. La gola è chiusa. Quella puzza è sempre più forte. Assalta le sue narici e le mozza il respiro. E quella cosa continua a strisciarle lungo la gamba, verso l'interno coscia, ma ancora le palpebre non si sollevano. Perché il racconto della nonna non è ancora finito.

 

“La matrigna giaceva nel letto, incapace di muoversi e con gli occhi sgranati. L'orrore e la sua coscienza sporca la paralizzavano. La voce si fece nuovamente udire 'Mamma' disse 'sono sulla soglia della tua camera' “

 

 

Il terrore ha paralizzato anche lei. Se ne sta lì, come inchiodata a quel materasso schifoso. E il suo cuore è il tamburo più assordante di quanti ne abbia mai ascoltati durante l'infanzia. La cosa si insinua fra le sue gambe, proprio lì dove gli uomini preferiscono stare. E qualcosa di affilato la punge.

 

“ 'Mamma' esclamò infine il cadavere del figlio 'ti prendo!'”

 

Ghislaine apre gli occhi e grida, mentre denti affilati si attaccano alle sue grandi labbra e le strappano. Un liquido umido imbratta il lenzuolo, mentre una massa informe e inumana si fa strada dentro di lei, divorandola dall'interno.

 

La zoccola è in un lago di sangue. E il mostro è esausto. Si è dovuto ritrarre e adesso osserva con i suoi occhi vuoti il cadavere di donna sdraiato di fronte a lui, con la fica squarciata dai suoi morsi. Credeva di potersene tornare a casa. Ma non ci è riuscito. Lassù non c'è posto e ora che la zoccola è morta, anche lui si sente vacillare. Si trascina verso i piedi del letto, in fin di forze. Voleva solo tornare da dove era giunto. Voleva solo tornare a casa. Voleva solo...