Tonight is the night (di Bertuccia)

Rallenta piano, rallenta dolce, rallenta e basta il respiro di chi si addormenta.  Dormo, abbandonando al passato l’ennesima giornata insoddisfatta, piena e allo stesso tempo vuota.
Puntuale arriva il buio, i brividi, l’inquietudine e quella musica angosciante e cupa, prodotta dalla ritmicità e l’alternarsi del battito del cuore e dal respiro lento e lungo.
Non saprei descrivere quella musica è una nota bassa, leggera che poi ad un tratto diventa incalzante, tanti battiti al galoppo di un piccolo cuore.
Il sonno diventa più profondo e Morfeo mi spalanca le porte del suo mondo.
E’ notte fonda, il ticchettio dell’orologio della chiesa mi ricorda che son le 23.35. Ho 8 anni, indosso il mio pigiamino maglia rossa e pantalone grigio più  naturalmente le babbucce di pelouche, sottobraccio ho il mio fedele pupazzo fine anni ottanta “Coccolino” e passeggio nel lungo viale del paese illuminato da leggere luci arancio. Voglio un bicchiere di latte. Voglio la mia mamma e sono sola.
Tutto è apparentemente tranquillo, non vedo nessuno eppure lo percepisco e lo sento alle mie spalle a pochi passi da me. E’ felice, saltella e il suono di un’orribile e stonato carillon lo accompagna.
Voglio il latte e la mia mamma, e lui vuole me, cavolo ho solo otto anni cosa vuole da me? Perché mi insegue? Perché è sempre allegro? La sua allegria mi inquieta e mi rende schiava della paura, fischietta ride e canticchia nel percepirlo mi ricorda la sensazione che provo ogni volta che leggo dei menestrelli.
Accelero il passo, non riuscirà a prendermi neanche oggi il maledetto. Accelero ma non corro, non ci riesco, un vento forte e tiepido mi blocca, respiro a fatica e lui ancora saltella felice a pochi metri da me.
Ho paura, il mio corpo non ha più ne gambe, ne braccia è solo un enorme cuore spaventato, mi perseguita ogni notte da quindici lunghissimi anni. Voglio il latte, la mia mamma, e voglio vedere il suo volto, lo cerco e la vista mi inganna, si sfuoca e non lo vedo mai. Riesco a distinguere solo due lunghe gambe e due lunghe braccia ed una testa piena di capelli scompigliati. Veste con abiti eleganti e stravaganti ed in mano ha sempre quell’orribile carillon. Ma il suo volto non ha forme e colori.
Sto arrivando quasi alla fine del viale, vedo una casa con un grande giardino, l’aspetto mi è famigliare e ne vengo attratta, dalle finestre esce una luce leggera come se fosse quella di tante piccole e calde candele. Arrivo alla porta, è aperta e mi precipito all’interno. Mi salverò?
La prima cosa che vedo è un enorme tavolo di legno antico e scuro, sopra c’è un candelabro con tre candele giunte quasi alla fine della loro rapida esistenza. Giro rapidamente lo sguardo e mia Zia Rita è seduta su una pesante poltrona mi guarda sorridente e muta.
Sfogo la mia paura, urlo, chiedo aiuto, mi accorgo che nella stanza ci son molti dei miei parenti più cari e c’è la mia mamma, non mi vuole, mi manda via con un gesto di stizza. Ma perché lo fa la mia mamma? Cos’ho fatto di male? Sono piccola, ho bisogno d’aiuto il mostro mi prenderà! Nessuno mi parla, sembrano non sentirmi e quel mostro sta arrivando.
E’ arrivato, mia zia lo accoglie gentilmente facendolo entrare, ma lui resta fermo nell’ingresso e mi  cerca con lo sguardo. Mi nascondo in un piccolo sottoscala buio e polveroso, spero non mi veda, la paura non passa, il cuore è in gola e non riesco a farlo rallentare. Il mio battito si mescola a quella maledetta melodia del carillon. Odio quel suono, è lieve ma snervante e mi scoppiano le orecchie.
Ad un certo punto Giuseppe mio cugino di 6 anni, mi viene incontro e mi porge la mano, lui non aveva paura, con un gesto del capo mi invita ad uscire dal mio piccolo rifugio.
Non capivo perché lui piccolo anche più di me non avesse paura, godevano le sue orecchie di quella insulsa e sgradevole melodia. Mi fido, prendo la sua mano e mi alzo in piedi, le gambe tremolanti mi sorreggono a malapena.
Guardo il volto di chi mi perseguita ma nulla, è una figura sfuocata. Mi porge un cartoncino di latte e sento che mi sorride nonostante non riesca a distinguere i suoi lineamenti. Non ho mai accettato la sua offerta, ogni volta arrivavo a quel punto e scappavo via bruscamente dalle braccia di Morfeo per tornare in vita un nuovo giorno.
Ma “Tonight is the night”, devo accettarlo, affrontarlo, faccio un grosso respiro singhiozzante, chiudo gli occhi e metto le mani su quell’invitante cartoncino di latte.
Per alcuni secondi non accade nulla, ma il cuore comincia a rallentare, il respiro è meno pesante, devo aprire gli occhi. E’ la mia occasione sento che ce la posso fare DEVO aprirli.
Li apro e intorno a me c’è tanta luce e io son davanti allo specchio e vedo riflessa la mia immagine che mi sorride fiera.
Ma lui non c’è più, non lo vedo e sento che è andato via. Mi volto guardo la mia mamma, mi sorride, si avvicina e mi sussurra all’orecchio mentre si specchia insieme a me: “Tranquilla piccola Bertuccia, quel mostro è andato via e si chiamava Paura”.

Buongiorno.