L'ombra (di Beki Road)

L’inverno stava arrivando e, alle cinque del pomeriggio, la notte dava il cambio al giorno, avvolgendo il paese nel suo manto pallido di nebbia.
Il cimitero sorgeva in mezzo alla foschia, illuminato da centinaia di candele, e la sua visione ricordava quella di un muro eretto per delimitare confini invalicabili.
Era il due di Novembre, e Sara camminava fra le tombe in cerca di quella dello zio. Il camposanto riposava nel suo silenzio e ogni rumore veniva amplificato dal terreno ricoperto di foglie. Angeli e Santi, che adornavano tombe e cappelle, venivano deformati dai riflessi delle candele e nei loro volti Lei percepiva solo pena e angoscia.
Quel luogo di riposo l’aveva sempre spaventata, ma in quel momento ne era terrorizzata, e la visione nitida degli Occhi del Diavolo aveva contribuito alla sua paura.
Gli Occhi del Diavolo era il nome con cui i ragazzi chiamavano una strada che costeggiava il cimitero. Questa via trovava la sua fine in un precipizio che si affacciava sulla valle sottostante. Era un salto di centinaia di metri che negli anni aveva causato molte morti; incidenti o volenti. Gli Occhi del Diavolo non erano altro che due segnali luminosi che indicavano la fine della strada, ma avevano dato vita a sfide e leggende fra i ragazzi. Si diceva che gli Occhi aspettavano di reclamare anime, e gli adolescenti facevano a gara a chi si avvicinava di più al baratro per poi sfidare il Diavolo stesso, a spingerli di sotto.
Il freddo graffiava il volto di Sara, e i muscoli tremavano sotto gli abiti spessi. Aveva portato con sé quattro lumi; tre rossi e uno bianco. Li adagiò sulla tomba dello zio e tirò fuori, dalla tasca della giacca, l’accendino. Un rumore giunse dal cancello. La spia rossa lampeggiava ed emetteva un bip acuto, segnale che entro pochi minuti il cancello si sarebbe chiuso automaticamente.
Sara accese le candele e si alzò per avviarsi all’uscita. Il cimitero era ancora più buio di come lo ricordava un attimo prima, e il suono acuto, emesso dall’automatismo elettrico, le gonfiava il cuore d’angoscia. D’istinto afferrò il lumino bianco, diede un ultimo sguardo alla foto dello zio e si affrettò verso il cancello. Un fruscio alle spalle richiamò la Sua attenzione. Non c’era vento e le foglie erano immobili. Il bip accelerava il battito scandendo il tempo rimanente. Sara fece per proseguire ma sentì di nuovo quel fruscio. Qualcuno sembrava camminare alle Sue spalle. Si voltò nuovamente ma non vide nulla; poteva solo sentire passi invisibili avvicinarsi. Tutte le candele divamparono illuminando il cimitero, poi, ogni fiamma si spense avvolgendo Sara nell’oscurità.
Il fiato le si spezzò. Strinse la candela e iniziò a correre. Superò il cancello che si chiuse con clangore. Sara si voltò a guardare il cimitero ma questo non aveva registrato nessun cambiamento. Le fiamme brillavano come se niente fosse accaduto.
Sara iniziò ad avviarsi verso casa. La sua abitazione si trovava all’estremo della via degli Occhi del Diavolo e, malgrado la lontananza, le sue finestre riuscivano a fissare direttamente quei segnali luminosi.
I lampioni si riflettevano nella nebbia e su tutto dominava il silenzio. Il battito del cuore Le rimbombava nelle tempie. La nebbia nascondeva il paese alla vista e Sara faticava a riconoscere la stessa strada.
Un’ombra si mosse alle Sue spalle. Si voltò, ma niente. Vedeva solo gli Occhi, brillare in lontananza. Un altro movimento ma nessun rumore. Una mano invisibile le sfiorò la guancia, il braccio e poi la schiena. Era come se un vento immobile continuasse a toccarla e a spingerla. Poi più niente. Sara si guardò attorno e finalmente la vide. Un’ombra era ferma nella nebbia a una decina di metri da Lei. Sara non capiva cosa potesse proiettarla. Il cuore batteva così forte da stordirle i sensi. Doveva andarsene ma il Suo sguardo non riusciva a distogliersi da quell’ombra. Il respiro affannato le dava alla testa e l’aria fredda bruciava le narici. L’ombra iniziò ad avvicinarsi, lentamente, come le acque di una palude. Il suo incedere era ipnotico ma il calore della candela risvegliò Sara che si voltò. Due occhi rossi le bruciarono lo sguardo e Sara cadde a terra. Sbatté violentemente il coccige contro l’asfalto. Rimase bloccata senza fiato, immobile e senza riuscire a chiamare aiuto. Riaprì gli occhi ma vide solo nebbia.
Continuava a piangere e il calore della candela non la rassicurava. Il paese sembrava deserto e alle finestre non splendeva nessuna luce.
Sara arrivò a casa. Si trattava di una piccola abitazione su due piani. Entrò e accese tutte le luci. Oltre l’ingresso la sala e la cucina costituivano un ambiente unico. Di fianco alla porta una scala portava al piano superiore e, sotto la scala, un’altra porta conduceva giù, in cantina. Odiava la cantina, il buio e la sensazione di essere sepolta viva. Più volte aveva sentito rumori provenire da lì e decise che la porta sarebbe stata sempre chiusa a chiave.
Si avvicinò alla finestra della cucina e fissò quei due segnali rossi impermeabili alla foschia della nebbia. Appoggiò il lumino davanti alla finestra e invocò lo zio per proteggere la Sua anima. Pregare non le avrebbe fatto male.
-Ave Maria, piena di grazia...- un rumore la interruppe. Silenzio e poi un cigolio. Sembrava provenire dalla cantina. Ancora un cigolio. Passi lenti salivano le scale. Voleva scappare dalla finestra ma le inferiate, che la proteggevano dall’esterno, ora la chiudevano in casa. Un altro cigolio. Sara si mosse lentamente verso l’ingresso. Piano, lentamente, senza far rumore. Ancora pochi passi e avrebbe raggiunto l’entrata. La porta della cantina si spalancò. Sara arretrò di scatto ritrovandosi davanti alla finestra. Le luci tremolavano. Dalla cantina sorgeva un’ombra scura. Aumentava in dimensioni espandendosi nella stanza. Da quell’ombra provenivano bisbigli incomprensibili che strisciavano nella testa di Sara come viscidi serpenti.
Sara era immobile. L’ombra non si fermava e continuava a fagocitare la stanza trasformandola in oscurità. Lei continuò a pregare. La voce era un balbettio accelerato e lacrime impaurite bagnavano il viso e le labbra. L’ombra si fermò a un passo da Lei, allora Sara pregò più forte. Un pugno la colpì alla bocca, poi l’ombra Le afferrò la caviglia. Cadde sbattendo ancora violentemente la schiena. Sara venne risucchiata nel buio. Qualcosa la trascinava verso la cantina. Allungò le mani e riuscì ad aggrapparsi alla ringhiera; il contraccolpo, però, le spezzò la caviglia. Un ringhio doloroso le uscì dalle labbra. In bocca sentiva il sapore del sangue e il dolore le trapassava il corpo.
Riaprì gli occhi. Salotto e cucina erano tornati normali.
La luce illuminava tutto e la candela ardeva sulla finestra. La porta della cantina, però, era ancora aperta.
Strisciò verso la finestra. Si alzò, a fatica, e afferrò la candela. Le voci ripresero la loro litania. Sara guardò verso la cantina e vide che l’ombra stava tornando.
L’ombra sibilava come mille serpenti. Sara le diede le spalle e strinse con più forza la candela.
-Ti prego Zio aiutami, ti prego Dio aiutami-. Le parole si confondevano nelle lacrime. Piangeva e pregava. Sentiva il calore della fiamma bruciarle il volto ma non voleva allontanarla da Lei.
Silenzio.
Sara si girò. Comparvero gli Occhi del Diavolo e spensero la fiamma.