Gionash Rimbowseek II

Gionash buttò un pezzo di carbone nel bruciatore sul suo cuore. Gli arti d’ottone mossi dalla caldaia sulla schiena spinsero su gambe e braccia. Si lanciò lungo la via verso cui era andato il tarfulo. La strada si infilava tra palazzi grigi, lasciando al suo sguardo all’insù solo una striscia di cielo, marrone di nubi di vapore. I piani terra delle case erano occupati da botteghe o negozi, c’era qualche passante.
Gionash puntò un barbiere con mustacchi all’insù e un grembiule bianco che spazzava di fronte alla bottega: “Ha visto passare un trufolo? Un uccello meccanico, veloce, veniva dalla piazza.” disse grattandosi il braccio.
“Ah, forse qualcosa è sfrecciato lungo la via, di là.”
Gionash proseguì. Poco più avanti, una fruttivendola aspettava tra le cassette davanti al negozio. Chiese, ma lei non aveva notato nulla. Guardò il cielo, poi il braccio mentre lo grattava. Si sfregò il collo: la mano era zebrata di nero, e bruciava. Avvicinò la mano agli occhiali: tra il nero minuscoli lapilli. Che razza di diavoleria era quella?
Carbone, eterno, brucia. Passerà; sì? Gli pareva di sentire ancora la voce di Steampton nella testa.
Seguì le tracce del tarfulo fino a una piazza ciottolata tra due palazzi. In mezzo c’erano cinque colonne di ottone piene di ingranaggi e bracci attorno a cui giocavano dei ragazzi. Chiese a uno con un grosso basco e un paio di occhiali da saldatore, che rispose: “Sì, l’ho visto sfrecciare e salire fino al tetto di quel palazzo lì. Ma signore, la sua faccia...”
“Che ha la mia faccia?”
“È tutta sporca, di nero.”
Gionash si strofinò il volto. Il ragazzo gli puntò l’indice: “Ecco, adesso anche la bocca.”
Gionash sbarrò gli occhi: “Diavolo d’un Steampton e del suo truzzulo!” La sua voce suonò diversa dal solito, con un riverbero metallico. Il ragazzo storse la bocca: “Come signore? Diavolo d’un che?”
Gionash fece un passo indietro. La lingua gli pizzicava; la bocca secca, il sapore di bruciato. Andò di fronte a una colonna, cercò il punto più lucido e si specchiò. La lingua, le labbra: coperte di nero. “Bleah!” disse. Bleah! Io diavolo ma tu mostro. Ancora la voce di Steampton nella testa?
Si guardò intorno, il ragazzo lo guardava e indicava su. Sulle nuvole marroni di grasso sfrecciò una scia d’argento, da un palazzo a un altro. Gionash sorrise. Il guizzo saltò verso la strada. Gionash buttò del carbone nel bruciatore e partì di corsa.
Voltò per la strada e intravide la scia guizzare tra i palazzi. La seguì fino a che non sparì oltre un incrocio. Corse all’angolo: la via era libera ma del troccolo nessuna traccia. Ansimando si terse il sudore dalla fronte, che cominciò a bruciare.
Gionash proseguì, attento al cielo. Appena più avanti, su una panchina, c’era una signora con un vestito azzurro e un busto di ferro da cui spuntavano due spilloni che sferruzzavano del pizzo. Lui si avvicinò e schiarì la voce; il bruciore era ormai arrivato ai polmoni: “Mi scusi milady, ha mica visto passare qualcosa in cielo?”
Quella strinse gli occhi: “Come dice buon uomo? Non la capisco. Cosa è passato?”
La sua voce uscì ancor più condita di scatti di metallo e riverberi di campanellini: “Un uccello di ferro, molto veloce, una scia.”
La donna scosse piano il capo: “Il vostro volto.”
Gionash indicò: “Una scia, da là.” ma poi fece un passo indietro e chinò la testa: “Mi perdoni, scusi.” e si allontanò. Maledetto Steampton. Che diavolo gli aveva fatto? L’arcobaleno, volevi? Prendilo allora!
“Ehi! Sei dentro la mia testa? Vai via!” Disse sottovoce. Sì, dentro. Siore e siori, dobbiamo vedere come va questa storia, no?
Mosse la schiena dentro le appendici che tenevano il bruciatore attaccato al suo busto, per grattarsi. Aveva bruciore ormai in tutto il corpo, e voci nella testa. “Quando finirà? Avevi detto che...”
Da sopra, un volo e un cinguettare di acciaio. Alzò lo sguardo e il pugno: “E tu, maledetto, scendi! Se è vero che ti ho pagato con questo bruciore...”
Si interruppe quando il tarfulo volò giù a pochi metri da lui. Era grande come un piccione, con la testa fatta di una sfera di vetro piena di liquido ribollente su un corpo di ingranaggi d’oro e due ali di lamine iridescenti. Gionash si immobilizzò, il tarfulo puntò verso di lui due occhi rubino. Gionash lo fissò. Fece un passo. Poi un altro; allungò le mani. Si caricò e saltò.
Il tarfulo schizzò in aria, le mani colpirono il marciapiede. Il tarfulo volò qua e là cinguettando trilli di campanelle.
“Dannato aggeggio, vieni qui!”
Il tarfulo si posò a tre metri. Lo fissò e lanciò un trillo vibrante acciaio.
Lui gli saltò addosso.
Di nuovo quello saltò via e Gionash finì lungo disteso.
Il tarfulo si alzò poi picchiò su Gionash. Una beccata alla schiena: “Ahi!” una alla testa: “Ahu!” una alla gamba: “Ohi!”
Gionash saltò in piedi, il cuore lanciò lapilli. Il tarfulo gli vorticò intorno, poi volò distante.
Non volevi un amico? Strano modo!
Gionash scosse la testa: “E tu vattene via!” Il tarfulo si posò su un cornicione al secondo piano.
Gionash alzò lo sguardo al cielo: “Sei tu, Steampton? Cosa vuoi, farmi bruciare o farmi impazzire?”
Pazzo? Già pazzo. Arcobaleno, o no?
Le parole venivano a tratti, come da lontano, percepiva solo stralci di frasi più lunghe. “Cosa vuoi dire diavolo d’un mercante? Sì, cerco l’arcobaleno. Ma è quel tuo uccello che mi farà diventare matto, e anche te! Vai via!” Gionash fece qualche passo di corsa lontano dal tarfulo.
Oh. No amico? Fuggi, va. E niente arcobaleno...
“Al diavolo, al diavolo tu e il tuo tricciolo!” disse Gionash mentre si allontanava.
Il tarfulo saltò in cielo e sparì.
Trofolo o taraffo che fosse, mangiarcobaleni o cacacolori, dannato bagaglio, doveva lasciarlo perdere. Doveva pensare a far sparire la voce nella testa, a curarsi. Stava diventando nero, non riusciva più a parlare. Si grattò un braccio, il collo, la faccia, addosso. Bruciava dappertutto.
Gionash terse il sudore dalla faccia. Il fuoco sul suo petto si affievoliva man mano che procedeva a testa bassa lungo la via. Arrivò davanti a una vetrina. Si specchiò. La faccia era ormai nera. Dannato. Dannato! Era dannato. Dannato? Dan na to, hi hi hi!
Sete, arsura. Aprì la bocca. Intravide nero anche nella gola, striato di fuoco. Seguì il nero sotto la camicia: arrivava fin sotto il bruciatore sul suo petto. Sospirò: “Se arriva al cuore... speriamo non mi ammazzi.”
Ammazza, contrario; ah, chi lo sa?
“Vai via!” gridò. Partì di corsa. Il bruciatore sul petto si infiammò. Andò verso casa, appena fuori città.
Arrivò al vialetto che attraversava il giardino sul davanti. Oltre, la casa se ne stava tranquilla con i suoi rampicanti neri sulla facciata bianca e il camino che spuntava da dietro, incrostato di residui alchemici, lascito di una vita di lavoro di suo padre come Gran Maestro Alchimista.
Gionash si avviò verso la porta, ansimando. Pensò a quanto aveva corso. Il carbone nel bruciatore avrebbe dovuto essere finito da tempo. Anzi, il carbone nel bruciatore non ce l’aveva nemmeno messo, quando era scappanto dal gurzo. Eppure il fuoco ardeva.
Hi hi, carbone, eterno!
“Sei stato tu!”
Brucia per sempre, no? Sì!
Gionash sorrise mentre si avvicinava alla porta. “Allora per questo me l’hai dato, il carbone da un’energia illimitata. Con questa riuscirò a catturare il torzolo.”
Sempre catturarlo. Più furbo, ti credevo.
“Dov’è? Lo sai?”
No no no. Poco furbo, proprio.
Gionash poggiò la mano sulla maniglia, ma poi girò la testa verso il lato della casa. Andò all’angolo e fino al retro, dove c’era il giardino piccolo, recintato, con il gazebo e le tombe di famiglia. Spalancò la bocca: attorno alla lapide di sua madre erano cresciuti diversi alberi, alti appena come lui, fragili ma con tanti fiori di tutti i colori. Un profumo dolce arrivò alle sue narici.
Da sopra un albero il tarfulo saltò a terra. Trillò dal becco e si guardò intorno.
Gionash si caricò sulle gambe. Il petto divampò. Saltò lo steccato bianco e si lanciò sul tarfulo: “Ahhh!”
Quello lo guardò, attese l’ultimo istante e saltò in aria con uno sbattere di lamine di metallo.
Amicizia strana.
Gionash finì in ginocchio.
Il tarfulo volò in cerchio due volte poi puntò il cielo.
Gionash allungò la mano: “Fermo!”
Il tarfulo picchiò poi planò sul davanzale della finestra della camera al secondo piano.
“Fermo! Tu... io... non andare, aspetta.”
Il tarfulo emise due trilli.
“Tu mi capisci?”
Un vibrare di acciaio.
Oh, sì! Parole di carbone, l’uomo non capisce, ma buono per macchine; che arte, la mia arte!
“Aspetta, non andare. Come ti chiami? Dalila? Io sono Gionash.”
Il tarfulo saltò giù, a pochi metri. Lo fissò con quei due rubini nel vetro.
“Io devo trovare l’arcobaleno. Amici? Tu devi portarmi da lui.”
Il tarfulo saltellò verso Gionash, e balzò sulla lapide di sua madre. Aprì il becco e il vibrare metallico si modulò sul suono di una voce femminile: “Gionash, amico mio. L’arcobaleno è lontano, perché lo vuoi raggiungere?”
“Alla mamma piaceva tanto. Però è morta, per colpa sua. L’arcobaleno è bello, ma è infido. Devo capirlo, devo sapere, devo controllarlo.”
“Io ti posso portare qui l’arcobaleno. Te ne ho già portati, tua madre ne sarà sempre circondata. Non ti basta?”
Gionash guardò la lapide di sua madre. Sorrise, spostando lo sguardo sui fiori, sui colori dell’iride. Il cuore di ottone si accese di tepore.
Ah, che quadretto! Il carbone che brucia, di calore, di amore; o è ardore, fuoco, energia?
Gionash abbassò lo sguardo: “Sì, è vero.” Il bagliore nel petto divenne lingue di fuoco. Gli occhi si fecero lame: “Ma io, lo posso raggiungere. Con questo carbone, ce la posso fare. Lo devo vedere, cosa c’è sotto l’arcobaleno. Qualcuno lo deve controllare. Guidami, ora!”
Ahhh, ecco il finale siore e siori! Gionash l’essere di carbone col cuore di fuoco. Brucia, allora, brucia! Il tepore dell’amore non riesce a tenere a bada il fulgore del carbone eterno. Mai ci riuscirà? Chissà. Adesso abbiamo il nostro epilogo, ce ne possiamo andare. Buona sfortuna, Gionash Rimbowseek!
Il tarfulo guardò il volto d’ebano e saltò in cielo. Gionash ruggì mentre partiva di corsa.