Mary Dumbgear - II

Mi allontano dal carro di cianfrusaglie di Jeremia.
A passo spedito, mi dirigo verso la Taverna di Rosmary. Lì troverò come impiegare la mia nuova voce.

Un formicolio alla gola e una serie di punture di spilli mi dicono che l'aggeggio si sta accomodando prima del previsto. Meglio.

Davanti alla taverna c'è il solito Ccanich, un cane da guardia a vapore. Sembra innocuo a vederlo, ma quando gioca con le ganasce d'acciaio, non c'è n'è per nessuno. Alza la testa e gli oculari mi mettono a fuoco. L'asta snodata di ottone che funge da coda si muove allegra, mentre mi fa passare.

Mi abituo subito alla penombra, ma per il puzzo ci vuole di più. Con una smorfia, mi avvicino al bancone.

"Mary Dumbgear! Credevo che avessi allietato l'inferno con la tua nobile presenza! AHAHAH... Invece eccoti qua! Racconta, come te la passi? Non dici nulla? Nemmeno mi saluti? Oh, vedo che c'è ancora il buco. Scusami... AHAHAH..."

Usborne è sempre così gentile. La sua mole lo fa assomigliare alle botti di birra che ha alle spalle. Nel mio sguardo vede qualcosa che lo terrorizza e subito inizia a balbettare. Vecchio birraio, dimenticavi che puoi vedere la tua morte, se mi fissi abbastanza a lungo negli occhi? Sorrido e dalle labbra lascio uscire una nota che a malapena si può sentire. Leggera, ma letale. La sua faccia diventa ancora più rossa. Un gorgoglio sale dalla gola. E stramazza sul banco. Mi guardo in giro. Per fortuna nessuna donna in vista.

Il tonfo ha richiamato Rosmary, la moglie del fu Usborne. Inizia a starnazzare. Meglio non far sapere ancora che sono tornata in forma. Alzo le spalle e porto una mano sul cuore. Sbraita più forte. La tentazione di un bel canto si fa strada, ma preferisco uscire.

Il Ccanich scodinzola ancora e sembra farmi l'occhiolino. Anche tu detestavi Usborne, vero? Da una piccola scatola prendo un pezzo di carbone eterno con la molletta e lo infilo tra le ganasce. La lingua meccanica lo porta nel focolare e la coda si muove più in fretta.

Inizia a farsi buio, mentre cammino verso la strada in salita, a fianco della taverna. Prosegue tortuosa fino alla cima della collina, per poi svoltare rapida verso la spiaggia. A metà c'è il sentiero, quasi invisibile, che porta alla calanca dove vivo. Nessuno può arrivarci: l'abbraccio dei rovi meccanici blocca qualsiasi intruso. Sorrido pensando che in fondo è un aggeggio affettuoso. Gli stivaletti trovano un teschio croccante, uno degli ultimi amanti del Hugbramble. Le spine di avvicinano, ma il fischio silenzioso del Tamer le quieta, aprendosi in un varco. Un'altra nota e tornano al loro posto.

Respiro a fondo l'aria salmastra. Passo dopo passo, allento i lacci del corpetto. A piedi nudi, arrivo alla sabbia. Cade il bustino. La gonna si affloscia vuota. La brezza profumata accarezza la pelle, insinuandosi fra i capelli sciolti. Il collare lo lascio sopra il solito masso. In silenzio scivolo nell'acqua e finalmente sono a casa.

Dovrei pensare a come sfruttare l'acquisto fatto oggi, ma il lampo d'argento di un'orata mi fa venire l'acquolina in bocca. Guizzo rapida, affondando le unghie nella pelle ruvida. E buon appetito a me.

Ritorno a riva quando il sole si sta alzando. Raggi ancora acerbi mi asciugano lenti. Con la nuova voce, potrei mettere su un affare redditizio. Quale donna della buona società vorrebbe mai innamorarsi di Mary Dumbgear? Minacciandole di cantare per loro, potrei fare un bel gruzzolo. Devo trovare una sciocca da usare come esempio se non mi tenessero buona. C'è però la questione dell'assassino che si metterebbe alle mia calcagna. Dovrò organizzarmi per bene se voglio ottenere il massimo profitto col minimo rischio. Sarà divertente!

Mi rivesto con calma. Oggi andrò in giro a conoscere le gentili donzelle della bruna città, alla ricerca della prima da far innamorare.

La piazza oggi è tranquilla, senza il pandemonio di Jeremia. Osservo il lento via vai sotto i portici. È ancora presto, le dame arriveranno nel pomeriggio a sorseggiare il the, come la brava regina Vittoria insegna.

Ritorno all'ombra, passeggiando nei vicoli più malfamati. Non corro alcun pericolo. Qui tutti mi conoscono: a rischiare la pelle sarebbe il folle che volesse aggredirmi.

Sento un grido strozzato, venire da dietro una porta malmessa. Di solito mi faccio gli affari miei, ma il rumore di stoffa strappata mi fa rabbrividire e mi costringe ad andare a vedere.

Uno scuro personaggio blocca a terra quella che mi sembra una ragazzina. Faccio in tempo a notare l'orrore negli occhi di lei e un piccolo seno candido, sfuggito dal vestito strappato. E noto pure che il gentiluomo è per metà meccanico: un ottimo pasto per lo steelball. Lo carico e lo libero nei pantaloni slacciati.

Un urlo di furore lo rimette in piedi, mentre mezza chiappa è già andata. Si volta rabbioso, ma il coleottero meccanico continua a sgranocchire e frantumare. Lascio che il piccoletto si diverta, sorridendo soddisfatta. Mi avvicino al fagotto strappato e l'aiuto ad alzarsi. Trema e piange, aggrappandosi al mio braccio. Accidenti! Non diventerà appiccicosa, spero!

Sostenendola, la conduco verso la porta sbilenca. Recupero lo scarabeo, ormai sazio. Dello stronzo rimane mezza faccia e un braccio: le uniche parti ancora di carne. A quelle penseranno i topi.

Una volta fuori, impallidisce e sviene. Che diamine! Ci mancava solo questa! Se la lascio qua, arriva sicuro qualche altro bastardo a completare l'opera. Me la carico sulle spalle. Potrei portarla da Madame Maxine, ma prima di sera sarebbe già al lavoro per lei. Non sono nemmeno tanto sicura che sia una ragazza di vita. Sembra troppo delicata. A guardarla bene però, non sembra nemmeno un ragazzina. Avrà almeno vent'anni. La pelle, candida sotto il vestito, è ambrata sul viso e sulle braccia. Non è quella di una cittadina, chissà quale angolo d'inferno l'ha spedita in questa bruna città.

Non mi vengono in mente altri posti dove portarla. Sbuffo e mi incammino verso la calanca, passando per viottoli solitari.

Raggiunta la spiaggia, poso la ragazza sul letto, nella grotta. Il respiro mi sembra tranquillo. Mi spoglio e mi tuffo tra le onde: vicino agli scogli cresce un'alga che fa al caso mio. Rimette in forze e cura le ferite alla svelta. E dio solo sa quanto in fretta vorrei sbarazzarmi di quest'impiccio! Ho un affare da portare avanti, io!

Recupero il vegetale e torno alla grotta. Non mi curo di vestirmi e preparo la poltiglia per l'ospite.

La ragazza si sta svegliando, l'alga è pronta e gliela porgo. Mi guarda smarrita e imbarazzata. Come se non avesse mai visto un paio di tette! Ne ha un paio pure lei, non dovrebbe essere una novità. Sbuffo e le faccio cenno di ingoiare. Mi chiede cos'è. Per un momento sono tentata di provare il maleficio di Jeremia. La osservo e decido che forse non è il caso. Le rifaccio cenno di mangiare e si decide a ubbidire. Masticando, mi dice di chiamarsi Claire. Non che mi interessi granché, appena si reggerà sulle gambe la rispedirò da dove è venuta.

Vuole sapere come mi chiamo, per potermi ringraziare. Sbuffo e con la mano le faccio intendere che non m' importa. Le porto una ciotola d'acqua fresca, dalla sorgente in fondo alla grotta. Beve avida: l'alga rimette in piedi alla svelta, ma mette sete.

Guardo i cenci che ha addosso. Arrossisce ancora, coprendosi. Santa pazienza! Da un baule, osservo un vestito nuovo: può andare. Lo prende, restando in attesa di qualcosa. Poi capisco ed esco. Mah... Quanto pudore! Decisamente non è una puttana.

Il sole è ormai alto e mi dice che è quasi l'ora del the, nella città bruna. Mi giro e vedo che si è rivestita. Ottimo, così può andarsene. Recupero corsetto, gonna e collare in fretta. Prima partiamo, meglio è.

Mi chiede dove andiamo. Sul presentmec legge "TI RIPORTO IN CITTÀ". Gli occhi le si fanno più grandi e acquosi. Oddio! Ti prego! Non si rimetterà a frignare, spero!

"COSA C'È?"

"Non so dove andare. Sono arrivata stamattina dal mio paese, e quel porco meccanico, con la scusa di mostrarmi una stanza dove stare, mi è saltato addosso. Se non fossi arrivata tu..."

"OK, PIANTALA! TORNA AL TUO PAESE, ALLORA."

"Non c'è più nessuno."

Mi prende in giro? Come sarebbe a dire?

"Due settimane fa è passato Jeremia col suo carretto di marchingegni dannati. Ha fatto affari con tutti. Solo io mi sono tenuta alla larga. Appena se n'è andato, la gente ha dato vita ai malefici, annientandosi a vicenda."

"COME SEI SOPRAVISSUTA?"

"Mi sono nascosta nel cimitero."

Bella trovata! Beh, se è riuscita a cavarsela con un paese di diavoli, se la caverà anche qua.

Arriviamo in silenzio nella piazza. Le porgo la mano per salutarla e lei mi abbraccia. Questa cosa inizia a darmi fastidio. Se uso la mia nuova voce, devo abituarmici però. La allontano gentilmente e mi giro verso il caffè gremito di gentildonne. Allungo il passo per andare a scegliere la mia prima "innamorata". A metà strada mi giro e vedo Claire che mi guarda, ferma in mezzo alla piazza. Alzo gli occhi al cielo e torno indietro.

"E SIA! RIMANI CON ME!"

Torniamo alla calanca. A pensarci, la mia ospite potrebbe essermi d'aiuto: potrei darle il 5% delle generose offerte delle pie donne.

Fingerebbe di essere innamorata.

Convinceremmo le nobili signore.

E nessuno tenterebbe di uccidermi!

Caspio! Sono un genio…

 

Sono passati due anni. Gli affari sono andati a gonfie vele. Claire è talmente abituata a fingersi innamorata, che ormai lo è sul serio. E devo ammettere che il dolce gusto della sua pelle sulle mie labbra mi piace.

Jeremia è tornato, mi avvicino al banco, ma stavolta non mi serve nulla. Mi vede e il sorriso maligno gli si spegne nel vedere Claire baciarmi e nessun uomo tentare di uccidermi.

Per adesso ti ho fregato, malefico venditore. Il tuo aggeggio non mi ha ancora dannato.

O forse sì: Claire mi trascina davanti alla vetrina del nuovo negozio della piazza. Un altro cappellino nuovo! Mi giro verso Jeremia, mi guarda e ride: accidenti! Vuoi vedere che la vera dannazione è avere una donna fra i piedi? Claire mi sorride.

Faccio l'occhiolino al bottolaio. Mamma ti saluta!

Van lo guarda perplesso.

Ma questa è un'altra storia.