Oltrenotte (di AnnaritaTraetta)
luglio 21st, 2012
“Ho percorso la strada dal mio controllo alle tue labbra.
Perdendo il controllo, scoprendo le labbra.
L’olfatto sa quanto questo sia importante e privo di equilibrio,
un nervo enorme avvoltolato nella gioia.”
Gennaio torrenziale, oceano di pioggia da su, la città annegata giù. Notte.
Blessy. Sale sul bus.
Luci di sirena della police.
Dubliners.
Vuole raggiungere il suo bunker, guardare le sue pareti popolate di Picasso del primo periodo, vuole affogare nella calma.
Si sarebbe fatta una doccia, per lavare via tutto. Come la pioggia. Quanta rabbia c’era nella pioggia? La pioggia non era passivo – aggressiva. Scorreva, bagnava, si placava, guariva, addolciva, inturgidiva. Voleva essere come la pioggia.
Adduceva questa scusa alla fuga.
Quanta rabbia c’era. Rabbia per i suoi terrori, quando la notte si svegliava e non riusciva a prendere sonno, abbuffata di ansia e vuoti distruttivi, quando le sue confusioni brulicanti le davano del tu.
In testa ha quel Picasso del primo periodo, madre e bambino…madre…Lì dove era iniziato tutto.
In un block notes raccoglieva l’inchiostro vomitato dalla testa, da sempre tutto quello da cui rifuggiva – dal grembiule di scuola alla giacca stirata alle divise di ogni sorta – lo aveva sostituito con la tempesta silenziosa e cupa di pullulanti pensieri in denim sdrucito.
Tra i banchi e verso una cattedra burocrate Blessy non proferiva parola, silenziosa e con gli occhi lividi e fissi, faceva fluire banalmente inchiostro su un block notes e così spietatamente blandiva i blabla di apparentemente saputi docenti che d’un tratto diventavano adulatori sospettosi del bluff, come se il fiume sul foglio provenisse da un alieno di Nettuno, non guardavano il suo oceano, ciechi.
Tutti ad ammirare l’ordine e a non vedere il caos dentro che in qualche modo doveva esplodere.
Così arrivò la ribellione.
Muta e senza voce, perché non poteva che essere così.
E quel fiume estremo d’inchiostro straripava come pulsavano le vene. Così torrenti violenti di paure potevano diventare acquitrini ed estuari stagnanti.
Avrebbe voluto uscire da quella sorta di schermo di Derek Jarman in cui si sente cieca e senza via d’uscita, lo detesta.
Aveva per troppo tempo blaterato su difese, che aveva calcolato al millimetro e usato come bussola ma erano state illuse: Gesù, non avevano funzionato più, perché a un certo punto dopo lunghe fughe cadi giù, quel violento bisogno di immergersi in qualcosa risale a galla, annaspa e fa un blitz. Ed è un blackout. Un blastoma al cervello. Pus.
Si affonda dopo un abbandono che hai cercato di eludere – illusa! – seminando le paure di sempre. Madre…
Quello è adesso il suo peggiore tabù: la rabbia che sgretola la diga. Il controllo era sempre stato la sua virtù.
L’unica via d’uscita è guardare allo specchio i suoi spettri senza spaventarsene, perché gli odî se stagnano troppo diventano macigni, udibile ronzio soffocato e ulcerano lo stomaco.
- Ha ragione quel Luscher!
Controllo, Blessy, freddezza, testa, controllo.
- Tu. Tu. Non mi farai male mai più.
Drizza il busto, le vertebre sfatte e la nuca indietro, giù.
- Ho trentatré vertebre! aveva ripetuto una sera, massacrata da intrugli etilici.
Eluso il controllo serve morfina in blister.
Blessy si ferma in una bettola, beve un fluido Curaçao, tutto giù d’un colpo, che brucia le budella e scava un buco come un bullet nella testa, come un bullone. Troppo per lei, su. Gesù! Non c’era scritto nel bugiardino di quella medicina. Con una Winston leggera buttava fuori fumi nebulosi e blatte dalla testa.
- La ricordi “la Prussia”?
Scrosciava una sorta di monsone su quella gioia matta, sulle labbra tremanti e livide dal freddo. E di là era stato l’oblio. Erano stati gli ultimi flash. Se n’era andato anche lui risucchiandola giù.
Si ritrovò così a deambulare distratta su asfalto sconnesso, intorno le fabbriche, luce nemmeno a pagarla. E si piegava, si piegava in due, non poteva fare altro.
Si accasciò sul ciglio e ripeteva solo che non ce la faceva, non ce la faceva, singhiozzi.
Luna alta nel velluto del cielo.
Da allora in poi quante volte lui gli aveva spento il sorriso, Blessy si era disperata, affondata in una notte scura, quella da cui non sai se riesci a uscire se non con unghie piantate su un appiglio qualsiasi, altrimenti glugluglu, ingoi solo acqua.
Lui aveva chirurgicamente incasellato fotogrammi di quella gioia matta, li aveva tagliati con una mannaia d’acciaio, relegati in un pozzo d’acqua scura dove non li avrebbe più ritrovati.
Sì a lui capitava che Blessy tornasse alla mente, ricordava, sì, era stato immenso, ma non era bastato, qualcos’altro aveva la luce più accecante, la notte che Blessy aveva dentro diventava sempre più flebile e muta, scompariva più facilmente, imballata per non farne sentire l’urlo, scendeva giù nel pozzo.
Così Blessy ora attribuiva quello spettro di gioia matta a un’illusoria luce di neon artificiale, lui aveva sovrapposto altra luce accecante a quei pezzettini ora scarniti di loro, mentendo a se stesso, ora superava se stesso e i suoi limiti aprendo un rubinetto che per Blessy a malapena era concesso che gocciolasse.
E allora Blessy per una volta, un’unica volta, decise che non sarebbe più tornata. Più. Più. Più.
Bloody Blessy. Il dolore le aveva inondato la faccia, entrando nel naso e nella bocca soffocandola. Aveva sputato sangue. Aveva sanguinato ma adesso aveva il sangue diverso, un sangue quasi nobile, onnipotente, guarito.
Le felicità creano dipendenza liquida, amniotica e simbiotica che lacerava nemmeno così blandamente: spezzarla, buttarla, bruciarla! Ma a tagliare le corde del ponte si sentiva al largo e persa. Le assenze si allungano in su, atomiche. Non doveva implorare più. Fughe.
Gennaio torrenziale, oceano di pioggia da su, la città annegata giù. Notte.
Blessy. Sale sul bus.
Gambe imbustate in una sorta di fishnet pervinca e occhi annebbiati e grondanti leggono solo “Occhi…” sulla copertina della Duras o perlomeno tentano, le altre parole sono acqua che trabocca e grandina, troppo. Aveva sempre giocato a pescare nel dolore degli altri, cieca del suo.
Blessy ha perso il controllo, scappa da un’onda che risucchia ma qualcosa le toglie ancore di salvezza eppure la salva e goccia a goccia lucide e razionali difese, come armature bellicose, spariscono lasciandola disarmata. Blessy non è pronta o non lo sa se lo è.
Ha visto Blaze per ore dormire, da sveglia, come abbandonato alla corrente, Blaze le ha preso le vene, le ha lette e usate e fissate su una tela ancora incompleta e iperuranica, proveniente da un altro mondo.
“Perché tu ti sei fatta una tana dentro, non so come ma hai la chiave della mia gabbia toracica, vivi nel mio cosmo. Io ti vedo come una meteora che vedo passare ad un certo punto mentre percorro il mio cammino e non so da dove sei venuta, dove stai andando e soprattutto cosa accade mentre ci incrociamo, tu hai gli occhi altrove che non vedono ciò che guardano ma ciò che pensi e così sembri assopita nel pensiero che ti tiene al guinzaglio” aveva detto, fool.
Blaze assorbe e nobilita il sangue dalle ferite, ha sete dei suoi vuoti distruttivi, tollera la sua intermittenza, i suoi choc elettrici che la rinsaviscono dopo lunghe ore di coma, i suoi terrori ordinari, che guarda in fondo, fino ad avere vertigini di Blessy.
E anche se quella bolla esplodesse ora, strariperebbe senza liquefarsi in un vuoto senza echi di risposta, canali disciplinatori e autodistruttivi non assorbirebbero l’oceano muto che si infrange sui suoi occhi ululando.
Testa, freddezza, controllo, Blessy…No, non più controllo, Gesù, non più.
Blessy nello specchio respira più forte, pensando all’azzardo e calmando l’ansia che ha sciolto per Blaze presto su una panchina nel mattino a raccontarsi brandelli di dolore, calpestando il fondo, elettrico contatto.
Blessy e il mare al fianco con il gelo pungente dell’inverno posato su acque cianotiche. Avion. Se prendi dell’acqua nel palmo della mano, poi non rimane niente, anzi no, rimane il rumore della risacca e un suono cobalto di carillon.
Blessy va. Va oltre la notte.
Mattino. Un altro mattino. Aria fiordaliso. Da quella stessa panchina adesso può salvarsi. Aveva buttato tutte le blatte fuori: questo sta pensando. Altro bussa alla porta. Non vuole più il suo bunker. Quell’armatura l’aveva abbruttita e le aveva reso pesante e abulico il passo.
Blessy non era sbagliata, la paura del largo, quella era sbagliata.
Blessy non era sbagliata, anzi nemmeno la paura era sbagliata.
Derevaun seraun, derevaun seraun…
Non sarebbe stata un’altra Evelyne. Blessy avrebbe salpato! Non Evelyne. Blessy.
“Blaze non è reale,
Blaze non esiste,
non è fuori di me,
Blaze è le mie paure,
blasonate
e brulle
e udibili
e finalmente riconosciute
a cui ho dato come voce un sussurro
un bisbiglio.
Blaze è i miei spettri,
burattini di tristezza di burro,
messi fuori di me.
Blaze non esiste
e potrebbe essere chiunque,
Blaze è la room blindata di grumi di pianto
che uno specchio mi rimanda.
Blaze è la buccia sottile
tra il pelo d’acqua e terrori subacquei.
«It’s in the water baby,
it’s in the special way we fuck».
Blessy”.
Blessy è andata oltre la notte, ci era entrata dentro, l’aveva attraversata, era corsa a spezzare dipendenze, laggiù aveva imparato a far battere il cuore meno velocemente, to freez, così si dice, aveva imparato dagli animali a sangue freddo, era andata in frantumi mantenendo gli occhi sbarrati ma l’onda non l’aveva scaraventata del tutto.
Anche i settantasei minuti di cecità in letterbox di Derek Jarman dovrebbero bastare.
Del resto non aveva mai considerato la pillola dell’oblio di Matrix una buona soluzione. Truth. Blanda o blasfema che fosse. Starci, contorcersi e sublimarla. Sempre. Con un mare di inchiostro o con pennellate impressionistiche.
Con il rumore della risacca.
Ora le sue vene sono rapite, elettriche.
Come nuovo ossigeno dalle branchie.
Con una benda sugli occhi si tuffa negli abissi.
Salta.
Prova.
Con una fifa blu.



luglio 23rd, 2012 at 1:13 AM
E’ stato decisamente piacevole attraversare un arcobaleno letterario di colori. Però mi soffermo qui perché questo è un racconto scritto con una intensità particolare, profonda, spennellata con sguardi dentro e oltre il blu.
Grazie per le belle citazioni e per le emozioni vere che trasportano, inesorabili, verso un abisso sempre più blu.
A rileggerti con piacere
luglio 23rd, 2012 at 10:55 AM
se è arrivata l’intensità posso dirmi “oltre-contenta”.
grazie per le belle parole!!!
a riscrivervi con piacere
luglio 23rd, 2012 at 3:10 PM
Una trappola d’angoscia. Che di sentimenti più gradevoli certamente, ma comunque rimani a viverlo! E allora l’intento è raggiunto. nonostante l’obbiettivo del gioco non sia stato centrato del tutto, un bel testo!
luglio 23rd, 2012 at 7:35 PM
eheh sono stati giorni in cui pensavo con tante BL e tante U e proliferavano canzonifilmquadri in tinta unita, questo divertimento compensava l’angoscia
grazie ^_^
agosto 19th, 2012 at 2:58 PM
un racconto in monocromo anche nei pensieri, una spirale di blu che avvolge il lettore come un’onda cattiva ma non eterna, mi è piaciuto molto davvero e spero di rileggerti su LPV