La mattina incominciò.
Il sole spuntò a est e la spiaggia prese un aspetto festoso. Schegge di luce vorticarono sospese  in aria come sciami di moscerini dalle ali di cristallo, la sabbia scintillò come un vestito di paillettes e una sfavillante parata di piccole onde si arcuò sulla battigia lambendo l’agile scafo di alcuni pattini di colore rosso acceso che profumavano di vernice fresca e portavano sulla fiancata la scritta  “ Bagni Aurora” in bianco abbagliante. Il primo ombrellone si aprì, azzurro e bianco. Dalla sua finestra al secondo piano della pensione dei “Bagni”, Attilio Bersaghi lo vide e pensò che sembrava un fiore gigante. Stava inzuppando i biscotti nel caffellatte , si sentiva allegro e un po’ spaesato. Fece un gesto di saluto al bagnino.
Il cane era di umore inquieto, si era messo ad annusare gli angoli della stanza e graffiava il battiscopa con le unghie grosse e nere. Attilio lo richiamò “ Qua, Buio, qua.”, subito il cane  gli andò vicino e sedette accanto a lui, gli occhi fissi sulla guantiera con i biscotti, la coda che spazzolava il pavimento. “E va bene” capitolò Attilio “Un biscotto. Ma bada, uno soltanto”. Buio glielo tolse di mano con un affondo rapidissimo, uno schioccare della mascella che fece ridere Attilio. “Basta, basta …” si alzò spazzolando le briciole dal pigiama. Un leggerissimo capogiro lo colse alla sprovvista, l’euforia del primo giorno di ferie, come no. “Abbiamo davanti a noi tre settimane di assoluta felicità” disse a voce alta,  sorridendo. Nel corso di quell’anno aveva preso l’abitudine di parlare con il cane. In principio, veramente, se n’era  vergognato, come di una debolezza da vecchia zitella . Poi ci aveva fatto l’abitudine, fino a considerare Buio un interlocutore perfetto. In certi casi gli era sembrato addirittura che il cane riuscisse a seguire certi passaggi arzigogolati dei suoi pensieri, meglio di lui stesso, così gli pareva. “In spiaggia!” annunciò. Buio s’infilò sotto il letto e un momento dopo uscì fuori stringendo fra i denti la palla di gomma gialla che Attilio aveva comprato in autogrill durante il viaggio da Roma ad Aglianico. “Sono un po’ ingrassato.” Disse Attilio guardandosi allo specchio “non sembra anche a te?”. Aveva infilato il costume dell’anno prima, un bermuda con disegni hawaiani di palme e noci di cocco e faceva fatica ad allacciarlo. Buio lasciò cadere a terra la palla, tirò indietro le labbra e scoprì i denti in quello che Attilio considerava un vero e proprio sorriso. Sembra davvero che mi prenda in giro, pensò Attilio.
“Byron!” Attilio socchiuse gli occhi, il sole di mezzogiorno era abbagliante. Vide in controluce la figura snella di una donna in costume da bagno intero, che veniva verso di lui quasi correndo e facendogli grandi cenni di saluto come se avesse paura di vederlo andare via. Quando gli arrivò accanto, senza fiato, il costume intriso di acqua, e qualche goccia brillante fra i capelli, Attilio ricordò improvvisamente il suo nome: Laura. “Byron, non ci posso credere!” “Neppure io”. Attilio rise “non mi ricordavo più che mi chiamavate così.” “E lui? Come si chiama questo bel cagnone?” “Si chiama Buio” disse Attilio. Laura si chinò ad accarezzare la testa del cane che si scosse spruzzando acqua dappertutto. Risero entrambi e poi entrarono in acqua tutti e tre insieme. La palla gialla incominciò a volteggiare avanti e indietro. Buio abbaiava tuffandosi tra le onde e strappandola dalle loro mani.
“Ti chiamavamo Byron perché eri sempre un po’ malinconico, con la testa fra le nuvole. “
Nel tardo pomeriggio avevano fatto una passeggiata fino al Piccolo Bar. Strano ma vero, era rimasto più o meno quello di quarant’anni prima. Attilio si era stupito, Laura no. Lei veniva in vacanza ad Aglianico tutte le estati. “Guarda, ci sono ancora i tavolini di alluminio, le seggiole intrecciate, il juke-box, addirittura. “ Attilio toccava tutto, si ricordò che aveva inciso il proprio nome con la punta del suo coltellino svizzero sotto il piano di uno di quei tavolini. Non lo trovò e ci restò male. Andò alla cassa e chiese qualche gettone per far funzionare il juke-box. Il gestore gli spiegò che in realtà a suonare erano dei CD. “Però nella macchina, i dischi originali ci sono ancora, provi a mettere su qualcosa. L’illusione è perfetta” . Attilio chiuse gli occhi e digitò numeri e lettere a caso. Si era ricordato che un tempo gli piaceva farlo. Con uno scatto la rastrelliera dei dischi incominciò a girare tra lo scintillio di piccole luci.“Non aprire ancora gli occhi, Byron per favore” . Laura lo prese per mano e lo trascinò nuovamente in giardino. “Ti ricordi?” Attilio guardò e vide quattro sedie in circolo attorno a un tavolino “questo era il nostro posto, ci sedevamo sempre qui “ disse Laura “ Byron, Luca il ragioniere, Franco, Alex e poi c’ero io, l’unica ragazza.” Attilio ebbe un leggero capogiro. Gli sembrò che il tempo si srotolasse all’indietro vertiginosamente con il juke –box che suonava “Happiness is a warm gun” dei Beatles.
“La felicità è una pistola calda” Attilio provò un brivido di eccitazione. “ Chiamami sempre  Byron” . Laura sorrise, luce ed ombra che si alternavano sul suo viso, i rami degli alberi che frusciavano alla brezza sui tavolini del Piccolo Bar. Per un momento, ad Attilio sembrò la ragazzina di allora.
“Buio! Dove ti sei cacciato?” l’imbarazzo lo aveva colto alla sprovvista. Si guardò attorno e vide il cane seduto sulle zampe, fuori dal perimetro del bar. Fischiò piano. Buio girò la testa dalla sua parte e ringhiò.

II PARTE

Buio non era più tornato.

Il giorno dopo piovve. Dalla finestra della pensione, Attilio guardava la spiaggia color grigio sporco. Più scura del cielo e delle onde melmose, che si accendevano all’improvviso all’affacciarsi del sole tra un rovescio e l’altro, come un occhio maligno e innaturalmente allegro. Una volta, gli sembrò di vedere il cane in lontananza che filava dritto lungo la linea sconvolta della battigia, il muso a terra e il pelo arruffato sotto le raffiche di vento. Attilio si precipitò fuori senza nemmeno indossare una giacca o prendere l’ombrello. Corse a perdifiato finché non arrivò al punto da cui riusciva a scorgere la finestra della sua camera.

Una lunga serie di impronte segnava la battigia e proseguiva oltre le brevi dune che segnavano il confine dei Bagni, perdendosi nella macchia stillante e lustra della pineta. Con le scarpe pesanti di acqua e i capelli incollati alla fronte, Attilio arrancò fino ai cespugli di araucaria chiamando il nome di Buio con l’impressione che le folate di vento grondanti pioggia, glielo strappassero dalle labbra per ributtarlo all’indietro con maligna soddisfazione. Quando arrivò ai margini della pineta, dovette fermarsi. I rami degli alberi si piegavano avanti e indietro come sospesi ad un elastico gigantesco. Fischiò per chiamare il cane. Dal folto, gli rispose il verso modulato di un merlo che sembrava una risata. Allora si arrese e tornò indietro. Il vento soffiava a favore, sospingendolo nel territorio consueto dei Bagni, oltre la roccaforte dei pattini e l’asta con la bandierina rossa in cima che schioccava come una frusta. Quando arrivò dove si vedeva la sua stanza, Attilio alzò gli occhi. Dietro il vetro della finestra gli sembrò di scorgere il movimento furtivo di una tendina che viene riabbassata.

Quella notte, Attilio sognò di Alex.

Lo rivede com’era ai tempi del Piccolo Bar, capelli lunghi, pantaloni a zampa di elefante e la chitarra a tracolla. Punta un dito contro di lui e spara come fosse una pistola. “Non vale” strepita Attilio. “Sei il solito cagone, Byron” fa Alex. Un filo di fumo gli esce da un orecchio e si arriccia nell’aria come quello di una sigaretta. Attilio si lascia scivolare sotto il letto. Alex è disteso sul pavimento, schiacciato nell’ombra come una figura ritagliata. Gira la faccia verso di lui “Io non invecchierò mai” sussurra.

Si svegliò in un bagno di sudore. Gettò uno sguardo alla sveglia, segnava le tre, i numeri verdi brillavano come occhi di serpente. Perché sono venuto qui? . Tu lo sai perché. Dice Alex chiuso nella testa. “Lasciami stare una buona volta” Non posso. Attilio sbuffò. Stava impazzendo. Accese la luce e guardò sotto il letto. C’era una matassa di polvere. Ci alitò sopra spingendola dalla parte opposta. Pensa un po’ si disse, se il dottor Romani o il collega Ponzi mi vedessero in questo momento. Tornò a stendersi sotto le coperte e spense la luce. Il viso di Laura rimase sospeso su di lui scacciando ogni altro pensiero.

Dopo la pioggia scoppiò il caldo torrido.

Un pomeriggio, Laura volle passeggiare in pineta. Ci andarono all’ora della siesta. Sedettero su un tronco abbattuto e Attilio le circondò la vita con un braccio e la baciò. Si spogliarono in fretta e fecero l’amore sull’erba sotto la spinta di un desiderio improvviso. Rialzandosi da terra, Attilio sentì frusciare un cespuglio. Era Buio. Lo riconobbe dal collare. In quei pochi giorni era diventato magro e sporco, il pelo ridotto a una matassa ruvida e senza lucentezza, gli occhi inquieti e bordati di rosso lo fissavano con bruciante intensità. Lo chiamò piano, una volta. Il cane appiattì le orecchie e mostrò i denti. “ Andiamo via” disse Laura. Attilio le appoggiò una mano sul braccio e si accorse che stava tremando. Un altro cane, grosso e con il pelo arruffato sbucò dai cespugli e trotterellò verso di loro. “Presto” disse Attilio. Nella fretta, Laura ruppe il tacco di una scarpa.

I cani apparivano all’improvviso. Di solito, nelle prime o nelle ultime ore del giorno, quando il sole radente incendiava il mare e la sabbia tingendoli di un colore acceso, innaturale. Sfilavano lungo l’arenile uno dopo l’altro, scivolando via silenziosi come una pattuglia di fantasmi. Attilio cercava ogni volta con lo sguardo il luccichio della placchetta di ottone sul collare di Buio e dopo averla vista, voltava le spalle di scatto e andava via con il cuore stretto in una morsa..

“Si deve essere ammalato” sedevano al Piccolo Bar e Attilio scuoteva la testa parlando del cane.

“ Non può essere, qui non pungono neanche le pulci” Laura sorrise.

“Ah, davvero? Eppure Alex è morto proprio qui” Attilio si morse le labbra . Non sapeva nemmeno lui come gli era uscita. “Lascia stare” disse Laura “è acqua passata”. No, pensò Attilio certe cose non scivolano via come l’acqua sotto i ponti. Piuttosto, si raccolgono come pozze di acqua stagnante e putrida. “Credevamo tutti che non saremmo mai invecchiati” disse a voce alta.

La risata di Alex risuona forte e chiara nella sua testa, sale fino alle vette dell’etere e poi ricade con un rumore di cocci spezzati.

Quando tornò alla pensione, Attilio trovò la palla gialla sul cassettone. La buttò sul pavimento e la prese a calci con stizza. “Vienimi a prendere” disse parlando ad Alex “ ti sfido”.

Lo svegliò l’abbaiare dei cani sulla spiaggia.

Le pareti della stanza stavano scivolando l’una verso l’altra. Prima che si chiudessero su di lui, Attilio strinse il bordo del lenzuolo e chiuse gli occhi. Quando si ridestò la stanza era piena di fumo e una mano dotata di una forza immensa e spietata lo inchiodava al materasso, stringendogli la gola in una morsa. Lottò, dibattendosi sul letto come un pesce preso all’amo, con la schiena inarcata e sbattendo i piedi sulla testata di legno finché tutto cessò di colpo e si sentì nuovamente capace di respirare. Si assopì poco prima dell’alba con la brezza che entrava in camera e agitava le tende facendole assomigliare a pallide meduse fluttuanti in un abisso marino.

.

Verso la fine della stagione estiva, la pensione Aurora si svuotò. Nei corridoi semideserti l’eco dei passi di Attilio risuonava con metodica ostinazione, risvegliando un eco nelle stanze vuote. Scese in spiaggia tutti i giorni, perfino quando il mare era sottosopra e il vento urlava buttandogli la sabbia in faccia. Con l’asciugamano sulla spalla, raggiungeva la battigia e si accomodava nel punto in cui poteva scorgere la finestra della propria stanza. Guardava in su e a volte, portava con sé un grosso binocolo con il quale cercava di mettere a fuoco i movimenti della tendina. Un anziano professore di lettere che indugiava alla pensione negli ultimi sgoccioli delle ferie, gli affibbiò il soprannome di Capitano Drogo e un giorno con aria maliziosa gli domandò se stessero arrivando i Tartari. Attilio lo guardò soprappensiero, con l’aria svagata di chi ha la mente altrove, la faccia smunta e febbrile, gli occhi opachi nel fondo dei quali si aggirava un’ombra, come un grosso pesce torpido . “Proprio” rispose.

Alla fine di settembre, la pensione Aurora chiuse definitivamente.

Attilio radunò i propri bagagli e si avviò per il sentiero sabbioso che conduceva alla casa di Laura. Mentre procedeva facendo sobbalzare il troller su e giù in mezzo ai cespugli spinosi e le macchie di erba ruvida e agli assembramenti di sassi, riandò con la mente al pomeriggio in cui l’aveva accompagnata alla stazione di Aglianico. “Ciao Byron” gli aveva detto “ e dimentica le tristezze”.

La villetta apparve alla fine di una svolta, con le sue finestre sbarrate, il portoncino serrato e i gerani polverosi e sfioriti. Il portico sull’entrata era invaso dalla sabbia. Attilio salì i pochi gradini e sistemò il troller sotto la tettoia. Dallo zaino, tirò fuori un paio di grandi teli da spiaggia e una bottiglia di acqua minerale. Distese un telo sul pavimento e annodò l’altro come una tenda indiana alle assi del portico. Quando ebbe finito, si rivolse ad Alex “ Manca solo la chitarra”. Mentre il sole calava, Attilio notò, là dove iniziava il vialetto, la palla gialla. Il vento, la sospingeva pian piano verso di lui, lungo una traiettoria obliqua e disseminata da una miriade di piccoli ostacoli. Al riparo della tenda , Attilio bevve un sorso d’acqua e la guardò avanzare. Sopra la sua testa, il telo vibrava con piccole scosse, il blu e il rosso stinto dei disegni marinari che si fondevano con le ombre del portico. L’attesa era incominciata.

In bilico sull’orlo del sonno, avvertì il frusciare dell’erba e il rumore greve e ansimante del respiro dei cani. Aprì un occhio e li vide trotterellare tra le forme incerte dei cespugli, simili a figure maligne accovacciate nel buio. Fischiò sommessamente. Una delle irrequiete sagome in movimento, si staccò dalle altre e zampettando salì i gradini del portico. Era Buio. Sembrò ad Attilio, che il cane fosse diventato più grosso e più magro allo stesso tempo. Nella scarsa luce notturna, riuscì quasi a contarne le costole, il cui profilo aguzzo sembrava essere sul punto di forare la pelliccia rada e la pelle giallastra tesa sul ventre dell’animale come quella di un vecchio tamburo. “Povero amico mio!” esclamò. Il cane si ritrasse di colpo e Attilio nascose la faccia dentro le mani. Sotto le dita, sentì le ossa degli zigomi, sporgenti e quasi del tutto prive di carne. “Prendi me e lascia lui” disse a bassa voce “lui non c’entra”. Dal folto arrivò una risata aspra o una nota distorta. “Mi hai sentito?” Il vento scosse la tenda e la gonfiò di colpo come la vela di una barca. Il cane era sceso nuovamente ai piedi del portico, Attilio vide che aveva il pelo ritto e gli occhi che luccicavano inquieti. Avevamo acceso un falò sulla spiaggia. Dov’è il vecchio Alex? chiesi. Qualcuno ridacchiò. Insieme alla vecchia Laura nella vecchia cabina. Presi un ramo dal falò e una bottiglia di vino. Dove vai, scemo? Che fai? Uno scherzo! Gridai e le parole se le portò via il vento,le stracciò e le disperse come frammenti di carta.

“Uno scherzo!” grida Attilio. “ero ubriaco, ero matto, ero scemo!”. Eri solo in quella cabina. Gli detti fuoco e tu non ti accorgesti di niente mentre dormivi ubriaco. “Volevo morire! Mi gettai tra le fiamme per salvarti!” Attilio si accartoccia per terra stringendo le braccia attorno alle ginocchia. La forza che l’ha sostenuto fino a questo momento, se ne va del tutto. Non vuole sapere quello che sta per succedere e nasconde la faccia nella spugna irruvidita del telo che esala un leggero afrore di sabbia e di acqua salata. Un cane abbaia con foga. Un altro risponde. Un urlio rabbioso si alza dal branco e insegue le nuvole che corrono spinte dal vento.

Nella cucina della casa sprangata, una scintilla scocca da un’antiquata presa elettrica e cadendo finisce su una macchia d’olio che Laura nella fretta si è dimenticata di asciugare. L’orlo dell’allegro grembiule appeso nell’angolo prende fuoco, le fiamme avanzano verso il contenitore del carburante per il barbecue.

Attilio alza la testa e si stupisce del silenzio. “Mi hai perdonato?”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

14 Responses to “La felicità è una pistola calda – Completo”

  1. Lilazulaman Says:

    Il modo di descrivere cose e situazioni è, come sempre, inappuntabile.
    Cosa potrà mai accadere in questo festoso \revival\, non si riesce proprio ad intuire.
    Non vedo l’ora di leggere la seconda parte.

  2. Debby Says:

    *** Le descrizioni sono davvero molto belle, e sono molto curiosa di leggere come prosegue, non riesco davvero ad immaginarlo

  3. scartabella Says:

    Grazie!Il bello viene adesso. Volevo dire, la parte più difficile, almeno per me!

  4. Arianna Says:

    Anche se, per ora, sembra un racconto tranquillo, è scritto molto bene.
    Voto: **

  5. Loki Says:

    *** scarta stupiscimi con la seconda parte!

  6. Sara Priscilla Says:

    Bellissimo complimenti!! chissà come va a finire!

  7. Sahara Says:

    ***Bellissimo racconto ho apprezzato tutto,l’atmosfera,le descrizioni.
    Mi è piaciuto molto l’originalità di Attilio/Byron.
    I miei complimenti

  8. Borderline Says:

    Come al solito è scritto con cura, le immagini sono efficaci ma… manca quel guizzo scartabelliano che spero di trovare nell’ultima parte dell’orrorealsole :)

  9. LaPiccolaVolante Says:

    VOTAZIONI CHIUSE.

  10. Lilazulaman Says:

    Il racconto è bellissimo, magari raccapricciante,ma a mio avviso non troppo horror.
    Ho apprezzato tantissimo le atmosfere che sai creare con le tue parole.
    Ancora una volta brava.

  11. Arianna Says:

    É scritto molto bene, però gli elementi horror sono inseriti in un contesto discorsivo che li diluisce molto. *

  12. Sahara Says:

    Bellissimo, anche se non troppo horror mi hai incantata con la tua scrittura. Atmosfere suggestive.Mi hai trasmesso e mi è piaciuto un senso di amarezza e inquietudine. A te i miei **

  13. scartabella Says:

    Grazie di nuovo a tutti! Forse non mi è riuscita in pieno quella che doveva essere “una lenta e inesorabile progressione verso l’orrore”. In effetti, avrei voluto giocare sul tema “può un senso di colpa creare fantasmi?” intendendo i “fenomeni” come proiezioni della mente colpevole e poi spiazzare con un finale che può essere inteso come frutto del caso o come vendetta del morto. Ma sembra anche a me che non sia del tutto riuscito, eh eh.

  14. LaPiccolaVolante Says:

    brrava lo stesso!

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