L’uliveto – parte II

maggio 1st, 2012

Sera, quasi notte, luna piena.
Il bastardino non era ancora rientrato; aveva preso il costume di uscire per recarsi nell’uliveto a fare una dormita.
«Va’ a riprendere il cane» disse la moglie di François.
L’uomo si versò un generoso bicchiere di vino che tracannò senza quasi respirare e uscì.

Nell’uliveto non soffiava un alito di vento. I botton d’oro risplendevano come piccoli occhi di giada.
L’uomo vide il cane acciambellato a ridosso dell’albero più grande, che dormiva.
«François, vieni… Vieni…» gli parve di udire una voce. «Guardami, François…, guardami…»
Terrorizzato si voltò verso il punto dal quale sembrava provenire il richiamo: udì la giovane pianta, prossima vittima della sua scure, rivolgersi proprio a lui.
«Vieni, François, vieni fra le mie braccia…»
Stupefatto, l’uomo osservò il tronco trasformarsi nel corpo di una giovane donna.
«Sto sognando» si disse.
Si avvicinò.
Braccia bianche lo catturarono e lo attirarono dolcemente. Sentì il contatto di due seni morbidi e generosi, un corpo caldo… Si abbandonò al dolce languore che lo colse. I sensi si svegliarono, bruciarono. Possedette con furore quella creatura meravigliosa.
«François, non tagliare il mio corpo, ti prego, non darmi la morte: sarò sempre tua, ogni volta che lo vorrai.»

Quando François ritornò a casa la moglie dormiva.
Si sdraiò al suo fianco senza fiato. Si alzò di nuovo. «No, no!» gridò infine, «Quella pianta domani non la taglio, non voglio tagliarla!»
«Perché?» sobbalzò la moglie, «Che ti prende ora?»
«Perché, perché… È un albero ben fatto e poi… ho un gran mal di testa.»
Neppure la signora aveva più tanta voglia di dedicarsi al giardino e la mattina seguente non insistette. La domenica successiva, poi, sarebbero stati invitati a un matrimonio e all’uliveto non ci sarebbero andati: avrebbe avuto tutto il tempo per convincere François.
«Tra due settimane butteremo giù quell’albero: se non lo fa mio marito lo farà qualcun’altro» si ripromise.

***

Le notti seguenti François, con la scusa del cane che non rientrava, tornò sovente all’uliveto. Il magico amplesso lo sorprese ogni volta incredulo, e fu sempre più intenso. Le ore del giorno divennero per lui una pena, l’attesa lo logorava e sfiniva. Pensava a lei ogni momento. Come una potente droga, quella creatura misteriosa aveva avvelenato il suo sangue.

Una mattina la moglie di François, colta da un leggero malessere, non si recò al lavoro. Andò invece a fare la spesa nella piccola bottega del paese, e a scambiare due salutari chiacchiere in piazza. Lì incontrò Antonio.
Sì, Antonio aveva un po’ di tempo per tagliare una pianta di ulivo.
Prima di mezzodì l’albero giaceva al suolo, con grande soddisfazione della signora. Ora c’era spazio sufficiente per iniziare a piantare le rose.
«A mio marito lo racconterò domenica, non c’è bisogno di farlo arrabbiare prima del tempo» decise.
Ma quella stessa sera François ritornò all’uliveto.
Vi trovò la sua pianta, la sua amata, abbandonata per terra senza vita.
Pensò alla moglie, comprese, strinse i pugni.
Si avvicinò all’adorata amante. La chiamò. La pregò di svegliarsi. Carezzò il tronco ruvido, baciò le foglie, disperò fino a impazzirne.
Entrò nella casupola, cercò una corda. Si arrampicò sul vecchio ulivo, preparò un cappio e s’impiccò.

Lo trovarono il mattino seguente.
Nessuno seppe spiegarlo.
Seduta sul tronco dell’ulivo abbattuto, la moglie di François osservava il corpo ben fatto di Antonio, piangendo un po’.

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