L’ultima domenica prima dell’inizio del lavoro Rebecca si svegliò presto.

Spalancò la finestra.

Il disco enorme del sole sorgeva nel mare dietro la torre del Prino; non una nuvola nel cielo rosso e blu cobalto. Il profumo della resina della pineta vicina era intenso. Le piante di ulivo brillavano sotto i primi raggi del sole.

Respirò con avidità l’aria pura. Uno spasimo intenso di gioia, dopo tanti anni, le inondò tutto il corpo.

Decise di recarsi a messa per ringraziare Dio del bene che aveva ricevuto.

Per l’occasione estrasse dal suo bagaglio un magnifico scialle di lana nera, l’unica cosa che le restava della madre.

Lo indossò, uscì. Chiuse con cura la porta e si incamminò verso la chiesa salutando il gatto Ugo, che dal giorno del suo arrivo non l’aveva più lasciata sola.

Dal momento in cui aveva sistemato la ragazza Don Giovannino aveva iniziato a perdere la pace. Gli occhi di Rebecca erano ovunque. Sui muri lindi della camera nella canonica, su quelli scalcinati delle strade, persino su quelli della sacrestia, dove lui passava molto del suo tempo. Intuiva con terrore che il Demonio, a poco a poco, si stava impossessando della sua anima.

Non aveva più rivisto la giovane, ma per tre o quattro volte era passato dinanzi alla casa col desiderio di bussare alla porta, con la scusa di verificare come si trovasse…

Non l’aveva mai fatto. Certo per dimostrare a se stesso che poteva resistere alle tentazioni, si giustificava, nascondendo a se stesso il più prosaico timore che qualche compaesano potesse vederlo.

Era la sera del sabato quando Don Giovannino stava leggendo le poesie di un suo parrocchiano che aveva da poco fatto stampare a sue spese un libretto.

Non si intendeva molto di poesia, ma i versi gli parevano molto belli.

La sacrestia a quell’ora era un luogo adatto alla riflessione. Ma il volto della ragazza non lo abbandonava. Nonostante gli sforzi che faceva per scacciarlo esso ricompariva crudele, con tutta la sua bellezza.

Si ricordò che un suo amico pittore, qualche tempo addietro, gli aveva regalato una bottiglia di un liquore azzurrognolo chiamato assenzio. Gli aveva spiegato che era un ottimo antidoto nei momenti di malinconia.

Trovò la bottiglia e riempì un generoso bicchiere.

Beveva solo a pasto e non sempre. Certo alla domenica, quando era invitato, non poteva bere acqua insieme al coniglio arrosto o al cinghiale con patate, o magari a uno spezzatino di lumache profumato di menta.

Mandò giù il liquore in un colpo solo.

Un intenso bruciore prima alla gola, poi nello stomaco quasi lo fece svenire.

Come si riebbe, l’assenzio cominciò ad agire.

Benessere ed euforia invasero l’animo di Don Giovannino.

Si servì un secondo boccale, lo sorbì lentamente, l’eccitazione aumentò.

Gli occhi, il viso, il corpo misterioso di Rebecca ritornavano nella mente. Non tentava di scacciare quelle immagini peccaminose: in desiderio di poterla vedere, di toccare quel corpo divenne incontenibile. Non ricordava di aver provato sensazioni così intense.

Dopo il terzo bicchiere si accasciò sulla poltrona, scivolando in un profondo torpore che confinava col sonno.

Rebecca apparve sulla porta della sacrestia avvolta in un grande scialle nero.

I suoi occhi scintillavano nella stanza illuminata da qualche candela gocciolante.

Si avvicinò a Don Giovannino e sfiorò con le sue labbra quelle del prete, che fu colto da un intenso piacere. Inchiodato alla poltrona, non poteva muoversi.

Lei si diresse verso il tavolo dove erano posati i paramenti sacri, ripiegati con cura, e le ampolline per la celebrazione dell’Eucaristia. Lui la seguì con lo sguardo, inebetito. Gli parve che la ragazza nascondesse nella mano una boccetta colma di un liquido somigliante al vino, e ne versasse il contenuto in un’ampollina.

Poi tutto si confuse e Don Giovannino cadde in un profondo sonno.

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