Nuovi arrivi (di Mas Mas)

Mi affaccio al passaggio circolare che unisce lo scompartimento dell'astrotrasporto al gate di accesso alla stazione spaziale.
Una voce gracchia: "Ehi, un non umano!"
Guardo: due uomini in tuta blu con la banda gialla sul fianco. Quello più basso e giovane si rivolge a me, tra le teste degli altri passeggeri umani che sfilano: "Lei, venga. Deve passare al punto di controllo."
Sorrido, anche se loro vedono solo una lastra di cristallo: "Ma certo." Non fingo: è dove voglio che mi portino, e in fretta.
Nella memoria dell'Elaboratore Riunioni Virtuali dell'Omnibanca Galattica c’era un mare sotto un cielo al tramonto, già punteggiato di stelle. Tra le onde galleggiava un panfilo.
Dentro, nel salottino sottocoperta, quattro uomini erano seduti al tavolo di vetro.
Percorriamo qualche corridoio stretto e entriamo in uno stanzino con appena il posto per una scrivania, un terminale di rete e una sedia. L'anziano si siede, io e l'altro rimaniamo in piedi. Accende il terminale: "Bene, ci scusi la formalità ma dobbiamo controllare tutti i non umani in transito. Lei è?"
"Droide di servizio, in viaggio per raggiungere un nuovo posto di lavoro. Il mio nome amichevole è Randy. Il resto è scritto qui." e tiro fuori dalla tasca della tunica una olocarta di riconoscimento. La appoggio alla scrivania e quella comunica i miei dati, falsi, al terminale. Regalo di un fratello, purtroppo lontano.
Quello guarda: "Ok, bene Randy, mi sembra tutto a posto."
Intanto il giovane ha preso dalla scrivania un cilindro con una banda fluorescente e me lo passa tutto intorno. L'immagine che si forma in aria sopra al terminale mostra la ricostruzione del mio corpo: la forma umanoide i cui arti, addome e testa sono composti da cristalli allungati a base esagonale, incastonati gli uni negli altri, traslucidi.
La mia forma mi piace, e anche a qualche umano. A molti risulta invece aliena, soprattutto la mancanza di volto, e la voce che creo modulando vibrazioni all'interno della cassa toracica.
Aspetto che tutto sia registrato. Alla fine, stampano. Abitudine ancora non persa nel XXV secolo.
Il più massiccio dei quattro era vestito di una tunica bianca disadorna, con una criniera grigia e arruffata intorno a un volto quadrato. Con la punta delle dita muoveva impercettibilmente un cartellino bianco posato sul tavolo, con disegnato solo un triangolo nero, per metterlo perfettamente in squadro.
Appoggio la mano sulla scrivania, percepisco la sua struttura cristallina. Metallo, che sotto il mio tocco comincia a trasformarsi in gesso. La mutazione si estende secondo dopo secondo.
Il giovane mette via il rilevatore, l'altro prende il foglio uscito dalla base del terminale e fa per aprire il cassetto: "Bene Randy, puoi anda..." lo interrompe il crack del metallo, per metà gesso, che cede. La scrivania gli crolla sulle gambe: "Ehi! Mappor..." si trattiene, e salta in piedi.
L'altro strabuzza gli occhi e si avvicina ma quello: "Lascia, sto bene. Piuttosto vai a chiamare qualcuno della manutenzione."
L'altro scatta via con un: "Ok."
I cassetti sono mezzi sfasciati e il contenuto è sparso per terra. Punto il mucchio di fogli tra cui doveva finire anche il mio. Mi chino: "Accidenti! Lasci che l'aiuti."
"Oh, grazie. Che diavolo è successo? Mai visto niente di simile." e si mette a raccogliere cose anche lui, a spostare i rottami.
Prendo il pacco e mi giro un po' di lato. Mentre rimetto in bell'ordine la mucchia, scorro gli ultimi arrivi: due oggi e tre ieri.
Ieri uno solo ha caratteristiche interessanti: umanoide dal corpo lattiginoso e molle, viscido, senza scheletro e senza sembianze precise. Ha dato un nome più falso del mio: Sonny. Di sicuro è Kremniy. Riesco a leggere che ha espresso l'intenzione di prendere alloggio al Centro Ricreativo Danza e Spettacoli. Bene.
Male, invece, l'arrivo registrato stamattina: un umano pilota militare su un caccia stellare della flotta governativa. Riserbo totale su identità e intenzioni, ma io so bene chi è, sono due giorni che ne seguo le tracce.
Ho avuto la soffiata che il governo avesse registrato la vicinanza di due di noi, una cosa che non possono permettersi avvenga, per cui hanno mandato lui a indagare. L'ho seguito fino a qui, l'unica area abitata in tutto questo sistema solare, i miei due fratelli non possono essere altrove.
Un altro era un uomo in giacca blu con doppia fila di bottoni dorati e pantaloni bianchi, brizzolato, dal naso a punta. Stava seduto con le mani poggiate al tavolo e le dita intrecciate, e un sorriso da iena. Accanto a quello, un po’ dietro, c’era un altro, più basso e giovane, in giacca e cravatta blu e con una valigetta. Di fronte ai due c’era un cartellino con il disegno stilizzato della Terra.
Appena riesco mi cogedo: devo fare in fretta, sono in ritardo di un giorno.
Chiedo. La gente mi guarda strano, ma è gentile. Questo CRDS, come lo chiamano, è un bar che affitta camere e fa spettacoli serali. Lo trovo.
Il locale è una stanza di dieci metri, con pareti blu che emanano una luminescenza scura, in contrasto con il bianco del resto della base. Su un lato una vetrata con feritoie da cui i baristi servono bevande, di fronte un camminatoio che fa da palco.
Adesso ci sono appena tre persone.
Mi avvicino al banco. L'unico barista in abito viola con collo rigido e occhiali a banda mi sorride: "Che beve uno come te? Se beve."
"Odio l'acqua. Faccio la ruggine."
Ride. È simpatico, ma ho fretta: "Senti, hai visto passare un tizio biancastro e poliposo, ieri sera?"
"Oh sì, me lo ricordo bene. Siete amici?"
"Non ci crederai: fratelli. Sai dov'è?"
"No. Ho visto che ieri, dopo lo spettacolo, si è incontrato con Maggie, una ballerina, poi non so."
"Maggie eh?" Nome interessante: "Posso parlarle?"
"Se giri qui fuori ci sono i nostri alloggi, suona lì." Vado.
Seduto su un'altra sedia, scostata in obliquo, c'era un uomo secco vestito con un doppiopetto amaranto, dalla pelle scura e dal pizzetto a punta. Il volto aquilino era tirato in un sorriso. Stava con le gambe accavallate e un braccio indietro sullo schienale. Di fronte a lui aveva un cappello in tinta col vestito con poggiato accanto un cartellino con un tridente. Puzzava di zolfo.
Un citofono intelligente mi chiede chi voglio vedere e mi mette in comunicazione con la stanza. Speriamo il killer militare non mi abbia preceduto.
Risponde una voce sottile: "Chi è?"
"Salve, non ci conosciamo ma..."
"Vada via, sono molto impegnata adesso."
Brava, è il momento di essere paranoici. E se lo è, vuol dire che potrebbe essere una di noi, l'altro Sale. Devo rischiare per scoprirlo. Mi fremono i cristalli ma: "Aspetta Maggie. Il mio nome è Randy, ma tu puoi chiamarmi Silex. E anche io forse ti dovrei chiamare in un altro modo."
Silenzio, poi il pannello della porta scorre nel muro. Oltre, il solito corridoio. Una delle porte più avanti si apre e ne sbuca una testa, e un braccio che mi invita ad andare.
Mi affretto e entro. La stanza è soffusa di violetto e di fronte ho una ragazza minuta, pallida, occhi bianchi e fili d'oro per capelli. Ha una tuta azzurra attillata e unghie e rossetto blu. Ci sono un letto, un tavolo, un armadio e una cucina automatica, ma restiamo in piedi.
Lei ha gli occhi impauriti: "Silex?"
Ormai: "Sì, sono un Sale. Lo sei anche tu vero?"
Esita, poi: "Cila." Scosta i capelli dalla nuca e si gira: sotto la pelle, in trasparenza, si vedono vene fatte di fili optoelettrici argentati che pulsano di luce ionizzata.
Mostra anche il dorso delle mani, i polsi, lo sterno: "Sono un Sale, posso comunicare con gli impulsi optoelettrici, leggerli e scriverli."
"Straordinario! Chissà che potresti fare insieme a Kisill, che parla la lingua dell'informatica."
Lei rimane triste: "E tu?"
"Io posso mutare la composizione atomica della materia, trasformare un elemento in un altro. Non sapevo nemmeno esistessi, perché non ti sei mai fatta viva?"
"Sono sempre stata nascosta. Il mio aspetto mi permette di passare per umana e fare una vita tranquilla."
"Capisco, fai bene. Io invece, come vedi, non posso. Viaggio in cerca degli altri, per trovarli. Così, un giorno, potremmo riunirci."
"Ma sei pazzo? Il governo non lo permette, hanno il radar che rileva la nostra vicinanza..."
"Già, ma un giorno ci riuniremo e faremo conoscere a tutti le loro menzogne."
Mi guarda in silenzio, con compassione.
"Hai conosciuto Kremniy, vero? Dov'è? C'è un sicario militare che lo sta cercando."
"È già fuggito, stamattina."
"Meglio così. Ma perché vi siete incontrati? Vi siete messi in un bel pericolo."
"Noi... dovevamo vederci. Siamo stati insieme tutta la notte... noi..."
"Che vuoi dire? Comunque, adesso in pericolo siamo noi."
L'uomo in bianco disse: "Cominciamo?"
Quello in doppiopetto lo fissò: "Altissimo, vorrei parlare della possibile cessione di un altro cinque per cento della vostra holding energetica a noi umani, visto che pare non abbiate piene risorse per supportare le manovre di liquidità di capitali della G.O.D. Funding Inc."
L'uomo in bianco sorrise paterno: "Mio caro Anderson, lo sai bene che non ho intenzione di cedere alcunchè. Sono migliaia di anni che tutto funziona bene e..."
L'uomo in rosso alzò lo sguardo al cielo: "Ed è una noia mortale! Anche perchè, mi dicono che la tua opzione per quei titoli energetici che porterebbero nuova linfa ai tuoi impianti di generazione non andrà in porto: ci sono pronte liquidità della mia Lucifer Investments and Luxury per soffiarti l'affare."
L'Altissimo sbarrò gli occhi, che si illuminarono del colore del lampo: "Maligno, ma sei pazzo? Così mandi la Luxury in crisi di capitale!"
"Forse, ma se ne faranno una ragione." ghignò. Anderson si rizzò sulla sedia: "Allora dovete proprio cedere a noi! L'avete già fatto, fatelo ancora! Cosa vi costa?"
Il Maligno sorrise: "Un cinque ieri più un cinque oggi fa dieci, e poi venti, trenta e cinquantuno..."
Anderson lo interruppe: "Tu stai zitto e pensa alle tue quote di titoli monetari pangalattici, che presto diventeranno nostre."
Il Maligno lo fissò con le fiamme negli occhi: "Stai lontano da quei titoli, o ce la vedremo con la presidenza della Starships Traveller Enterprise!"
"Prova solo a fare un'offerta!"
Una voce mi interrompe da un angolo buio: "Già. Il rilevatore continua a segnalare una vicinanza."
Dal nulla si materializza un uomo con una tuta militare grigioverde, di sicuro una tuta occultante, e un casco nero da pilota sulla testa, con tanto di maschera sulla bocca e visiera nera. In mano ha una pistola a raggi.
Cila fa un gridolino e mi si stringe al fianco.
Quello si avvicina di due passi: "Allora ti ho seguito e sono riuscito a trovarvi entrambi."
Dannazione, chissà come è entrato. Credevo di seguirlo, invece l'ho portato da lei.
"E così abbiamo due Sali belli stretti stretti. Cosa siete, innamorati?"
Innamorati... noi no, ma forse...
"Sarebbe un bel colpo, due in meno."
In cosa l'ho cacciata: "Ma tu non ci vuoi morti, vero? I Triviri hanno altri piani."
La voce diventa nervosa: "E tu che ne sai dei Triviri?"
"Io poco, ma lei... E forse anche loro vorrebbero saperlo." intanto tocco il muro che ho dietro.
"Beh, adesso fuori di qui, venite avanti piano senza fare scherzi e nessuno si farà male."
Le dita cominciano a trasformare il metallo.
Cila mi si stringe di più: "No!" trema, quelli come lei non dovrebbero avere niente a che fare con questa guerra.
"Avanti! Fuori di qui." agita la canna.
La guardo: "Devi avere coraggio, tranquilla, andrà bene sorellina."
Quella parola sembra funzionare: si scosta e andiamo verso l'uscita.
Intanto ho trasformato e assorbito parte del muro nella mia struttura cristallina.
Per uscire gli passiamo di fianco. Fingo un sobbalzo e mi appoggio alla sua spalla. Con le dita sfioro la pelle tra tuta e casco. Grida solo un: "Ehi!" e mi spinge via.
Rilascio nella sua pelle la mia Neve Rossa, come la chiamano i drogati di sballo delle Colonie Perdute.
L'Altissimo battè le mani sul tavolo: "Insomma basta! Sono arcistufo di questi consigli di amministrazione, accidenti a quando ho pensato di concedervi una quota di capitale."
Il Maligno sibilò: "Ma è la normativa: antitrust, libero arbitrio, quelle robe lì."
"Lo so, l'ho fatta io. Ma adesso abbiamo altri problemi."
Anderson tornò tranquillo: "Già. C'è una segnalazione da parte del sistema di controllo e intercettazione da visionare, guardate." e premette il palmo della mano sul tavolo.
Fuori ci si piazza dietro, canna spianata. Ha un distintivo che sventola quando la gente che oltrepassiamo si fa da parte: "Missione governativa!"
Andiamo allo spazioporto. Ha fretta: se ci incrociasse qualcuno della sicurezza della base, credo avrebbe tante cose da spiegare anche lui.
Mentre camminiamo lo guardo. Ogni tanto strizza gli occhi, una volta scossa la testa: sta facendo effetto.
Arriviamo agli hangar singoli, una lunga fila di porte pressurizzate. Arriva di fronte a una e ci tiene lontani. Sbatte ancora le palpebre mentre attiva un comando remoto sulla cintura.
Torna a battere gli occhi: è il momento. Scatto tentando di aguartargli la mano. Reagisce ancora con rapidità, ma non riesce a puntare l’arma del tutto e lancia un colpo a vuoto.
Dietro sento un grido di paura: “Ah!”
Gli afferro il polso e lui, con l'altra mano, il mio. Digrigna i denti e tira, io pure. Le nostre forze si equivalgono: “Dannato!” grido.
Lo spingo contro la parete, cede su una gamba, poi si riprende e si tira su, mentre io scivolo un po’ di lato. Tenta di puntarmi la pistola, ma non gli lascio girare il polso. “Che mi hai fatto?” grida.
Mi allunga un calcio. Ahi! Mi cede una gamba. Adesso gli sono sotto, così ha più leva lui.
Sento un grido sommesso da dietro, e una mano chiara colpisce il casco. Il colpo è debole, ma lo distrae. Riprendo l’equilibrio. Cila è al mio fianco, ansima forte ma lo sguardo è deciso. Grazie sorella.
Il killer si riprende: “Arg!” Lascia il mio polso e spinge con furia Cila contro di me. Sbattiamo, barcollo ma non posso mollare la pistola. Mi da un calcio e volo indietro, però tiro tanto la sua mano da fargli cadere l'arma.
Mi ci butto sopra, lui non lo fa e la prendo. Alzo la testa: lo vedo tirare Cila dentro l’hangar. Mi lancio verso l’apertura ma mi si chiude a un centimetro.
“Maledetto!” posso solo gridare.
La superficie del tavolo si colorò e apparve la figura di una cabina con un pilota con un casco in testa ai comandi della sua astronave, ansimante. Dietro si intravedeva un corpo a terra, legato.
Il pilota scosse la testa e parlò, incerto: "Sono decollato dalla base, con un prigioniero. Mi hanno dato qualcosa, ma... sto bene... solo confuso. Ho bisogno di aiuto, venite a prendermi. Imposto il pilota automatico. Il prigioniero è legato, inerme. Se svengo... L'altro è fuggito. Spero mi troverete prima voi."
Dall’oblò nella porta lo vedo ridere mentre strattona Cila, rassegnata. Comincio a trasformare l’acciaio in polvere ma ci vuole troppo. Il tizio apre l’accesso al caccia, si gira verso di me e mi fa il saluto militare.
Cila sorride malinconica, e si accarezza il ventre, in un gesto inequivocabile, atavico.
Salgono, e in un secondo l’hangar viene invaso dallo spazio, poi brillano i motori privi di inerzia e il caccia sfreccia nel nero.
L'Altissimo guardò gli altri: "Se quei Sali si riunissero, potrebbero riuscire a violare la matrice centrale dell'Omnibanca Galattica e svelerenbero la nostra esistenza."
Sorrido per un secondo, consapevole di quello che è successo questa notte, del miracolo che adesso sta sfrecciando via dentro quel ventre, poi fuggo anch’io.

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