UNIVERSALI (di Ambrous Stack)

“Unità A-1, settore Alfa 519, completamento rigenerazione ambientale: alberi di grossa taglia, piantati con successo. Al momento nessun rigetto. Attesa di ore ventiquattro.” La macchina si fermò in prossimità della grande roccia marina.
Non ci credo, il terraformer non mi ha visto! Sono fortunato oggi. Il pensiero scivolò velocemente con il corpo, tra le correnti del fiume, terminando il proprio percorso nel tunnel di scarico dei Laboratori Gem.
Devo capire come salire al reparto di sperimentazione. Senza che gli umani mi notino. Il getto di scarico dell’acqua, piovve del soffitto disperdendolo nel grande tunnel. Riemerse dall’acqua accecato dalla luce bluastra dell’ambiente, gli occhi si strinsero in fessura, iniziando a notare le sagome delle porte ai lati di quella che appariva come un’enorme vasca.
L’acqua accarezzò il mento, con le gambe iniziò a spostarsi con affanno verso il bordo più vicino trovando l’opposizione di parecchi oggetti depositati sul fondo, incespicando. Strinse le labbra il più possibile, evitando di ingerire quel liquido viscoso, non sapendo dove potesse trovarsi. Il braccio fu strattonato dal lato interno della vasca, irrigidendosi tremò, voltandosi di scatto.
“Calma, calma fratello.” Fu il bisbiglio sommesso del Sale reso irriconoscibile dalle mutazioni.
“Dove siamo?”
“Nella vasca mutagena. Come mai tu non sei mutato?” Il viso sorpreso del Sale lo fece sentire fuori luogo.
“Io non vengo dal laboratorio, ma dal mondo esterno.” Mentre parlava notò, lo sguardo del suo simile, trasformarsi da sorpreso a perplesso.
“Da fuori? E cosa sei venuto a fare? Eri fortunato a trovarti nel mondo esterno, io la luce del sole, l’ho vista solamente dal vetro del laboratorio.”
“Mi chiamo Seline e cerco Silica One l’hai vista?” Lo sguardo del mutato si chiuse in fessura, mentre piccole gemme di silicio caddero nella vasca.
“Silica One è mia madre, così come lo è per molti Sali presenti nella vasca.” Seline l’osservò dubbioso, pose la domanda, temendo la risposta.
“Scusami qui nella vasca? Ma ci siamo solo noi.” Lo sguardo si chiuse, stringendo forte gli occhi il mutato afferrò il suo braccio, cercando di portarlo sul fondale. Seline fece opposizione ritirandolo, cercando di allontanarsi.
“Aspetta! Dove vai?”
“Via da qualche parte se non puoi aiutarmi.”
“Ma io voglio aiutarti ti stavo solo rispondendo. Hai avvertito quelle piccole montagnole nella vasca? Sono i nostri simili, sventrati nel proprio essere dagli esperimenti, cui gli umani ci sottopongono.” La voce rotta dalla disperazione, gli fece sentire un dolore intenso alla pancia, sentendosi stupido e inopportuno.
“Ti chiedo scusa, non…non avevo capito, ma tutto questo è mostruoso.” Come animati da fili immaginari, i corpi dei Sali di Silicio iniziarono a venire a galla, facendo allarmare il volto del Sale mutato.
“Via, scappa, non hai molto tempo prima che il sensore di purezza passi a raccoglierci. Quella porta che vedi, porta ai livelli superiori, li troverai quel che cerchi.”
La corsa annaspata nelle acque, portò più volte la testa alla totale immersione, mentre la bocca serrata bruscamente fremeva a ogni bracciata. Con La punta delle dita avvertì la pietra liscia del bordo. In lontananza un ronzio in avvicinamento gli fece osservare la macchina che ripuliva la vasca. I corpi furono risucchiati, il sale fu spremuto con quell’orrendo Crouch, tipico delle frantumazioni.
Con una forza che non credeva d’avere, s’issò sul bordo, mentre il fascio del raccoglitore passava alle sue spalle. La porta si ergeva nera e silenziosa, il sensore posto in cima, non rilevava la sua presenza. Questo è un problema, pensò mentre si appostava a fianco del montante, sedendosi a terra. Il tempo trascorse inesorabile, mentre altri Sali finivano nel frantumatore, e altre grida spezzate interrompevano la propria esistenza. Proprio nell’attimo dell’assopimento, la porta emise un soffio, aprendosi a scorrimento. Gli umani non notarono Seline, che lasciando stridere le proprie giunzioni, si eresse in piedi e si lasciò cadere oltre la porta mentre si richiudeva.
La vista annebbiata gli lasciò intravedere solo globi di luce, che divennero palle ritrovandosi a osservare le plafoniere al fosforo giallo, del corridoio. Le voci in avvicinamento, affrettarono la ripresa fisica, mettendosi dietro l’angolo. Il piede di uno scienziato fece capolino andando oltre, mentre immobile, Seline osservava la figura che si stagliava oscurando la luce. La statura degli umani, incuteva un certo timore consapevole delle brutture che avevano compiuto nei secoli contro la sua razza, non ultima l’acquisizione della coscienza e del dolore. Scosse il capo cercando di rimanere concentrato, lo sguardo si posò su un quadro posto appena oltre il passaggio degli scienziati, la mappa del laboratorio. Maledisse la propria vista non impeccabile, che non riusciva a mettere a fuoco i nomi sulla piantina, capendo solamente che era una struttura quadrata su più livelli, lui si trovava a quello zero. Silica One dove sarai? Si affacciò oltre l’angolo. Libero, di fronte nessuno, è il momento, il pensiero fu veloce quanto le sue gambe, raggiungendo un carrello pieno di strane fiale di ogni forma e colore. Si nascose dietro osservando i nomi sulla mappa. Sala di Conservazione, Sala Idrologica, Sala Mutagena, erano i luoghi principali del piano. Forse quella mutagena è la più adatta, pensiero che si liquefò nell’istante che lesse sul carrello, fosfati per Silica One. Trovata! Mi occorre seguire il carrello o salirci sopra, mentre pensava osservava il carrello a induzione magnetica che rimaneva sospeso una decina di centimetri da terra, cercando un cassetto o uno spazio al suo interno. Smosse alcune fiale facendole tintinnare, un brivido di terrore gli scosse la schiena, maledicendosi per la sua goffaggine.
La mano tastò sotto al carrello riuscendo a scorgere un pulsante minuscolo nella base. Il dito tastò la capocchia ruvida del pulsante, esercitando un piccola pressione, si sbloccò un piccolo cassetto sul lato. Seline si avvicinò, lo aprì leggermente, quel tanto da riuscire a rivelarne il contenuto. Polvere, sporcizia e impurità accumulate negli anni del disuso, forse un cassetto per gli attrezzi oppure un porta sostanze, ma non più utilizzato. Le sue dimensioni gli consentirono di infilarsi all’interno, provò a inserire un pezzo d’etichetta rubata a una fiala, per non far chiudere ermeticamente il cassetto. La mano tirò il bordo, lasciando l’etichetta bloccata a metà, nel tentativo di impedirne la chiusura. Il cassetto si chiuse imprecò contro se stesso.
L’ambiente buio, gli fece perdere la cognizione del tempo, scoprendosi in movimento dopo un sonno durato ore, minuti o giorni. L’unica certezza era l’etichetta, tastò il fondo del cassetto affondando la mano nelle polveri, sollevandole da terra senza provocare nessun starnuto, essendo privo di respirazione. Le dita toccarono il bordo, scorrendo fino al pezzo di plastica ancora incastrato, ovunque si trovasse il cassetto non era stato aperto. Tornò a sedersi sul fondo cercando di non perdere più conoscenza.
Il carrello ebbe un sussulto, fermandosi improvvisamente, Seline rimaneva immobile a gambe conserte mentre lo sguardo attendeva l’improbabile apertura. La calma apparente lasciava spazio al nervosismo, qualcosa accadeva all’esterno, il cassetto si aprì improvvisamente ritrovandosi quasi totalmente alla vista degli umani, protetto solamente da qualche centimetro di bordo non fece in tempo a muoversi, che una nube di polvere lo colpì in pieno ricoprendolo. Altro che cassetto inutilizzato, doveva essere una specie di cestino degli scarti e chissà quali. A fatica risorse dalla polvere, trovandosi schiacciato sul soffitto con un piccolo spazio vitale.
Si riposizionò non più sul fondo ma verso l’apertura, avendo perso l’etichetta di segnalazione, si posizionò in un punto imprecisato. Il brusco movimento di arresto, fece sussultare Seline che rimase in ginocchio pronto a balzare fuori, non appena il cassetto fosse stato aperto. Il momento arrivò, il brusco movimento anteriore lo fece sobbalzare, ma riuscì a non cadere. L’apertura questa volta era totale, la mano si aggrappò al bordo ormai divenuto una cornice, lasciandosi cadere nel vuoto.
Il pavimento sottostante era diverso dagli altri, metallo a buchi e sotto di lui, un liquame multicolore. Dal liquido spuntavano bolle verdastre, alcune rossastre che scoppiavano in fragranti Pak, rilasciando gas di dubbia natura. In quel momento ringrazìò gli umani di non avergli impiantato un sistema di respirazione.
Alzò lo sguardo per capire in quale laboratorio era finito, le pareti mostravano centinaia di fiale, alcune piene, molte vuote. Sulla parete opposta i propri simili restavano sospesi nel vuoto, nessun movimento, inerti come morti. Lo sguardo proseguì sui computer a parete, dove uno scienziato premeva pulsanti in modo meticoloso, mentre un altro osservava da una specie di microscopio elettronico. Un apparato che catturò la sua attenzione, perché privo del normale asse orizzontale dove poggiare la sostanza da esaminare, ma con una specie di capsula verticale. La mano dello scienziato arrivò alla parete delle fiale vuote, ne prese una appoggiandola sul tavolo, mentre proseguiva la camminata aprendo uno dei cassetti dove uno dei Sali rimaneva sospeso. La mano affondò in una specie di gelatina estraendolo.
Lo scienziato lo inserì nella capsula iniziando a sezionarlo sullo schermo olografico, mentre il secondo ricercatore prendeva una specie di matita trasparente, iniziandolo a incidere. L’incisore aprì un ferita molta profonda sul Sale, estraendo una nano macchina che fu riposta in un contenitore a parte, il resto del corpo fu spremuto come un limone, finché non ne rimase un guscio vuoto rivoltato. I resti furono bruciati nell’acido, formando quella specie di pasta polverosa, con cui aveva convissuto il viaggio. Se avesse mangiato il vomito sarebbe uscito a fiotto, ma trovandosi a stomaco vuoto, rimanevano solo i conati che gli stringevano violentemente la pancia. Ebbe un mancamento alle gambe appoggiandosi alla struttura centrale del laboratorio. Lo sguardo si perse nel vuoto, le palpebre sbatterono velocemente sperando si trattasse di un incubo, ma nulla lo risvegliava. La testa girava sentendosi impotente, in balia degli umani che torturavano da secoli la sua razza, torture che gridavano vendetta. Vendetta! Silica One, non devo dimenticarmi è lei quella importante. Il pensiero lo distolse dallo scoramento, levando gli occhi al soffitto ebbe un sussulto, Silica. L’enorme struttura di cristallo dove lui appoggiava era la gabbia di vetro che da decenni la imprigionava. Irrigidendosi temendo di essere scoperto, si concentrò sui movimenti dei due scienziati e di quello che aveva portato il carrello.
La porta del laboratorio si aprì, mentre una voce baritonale annunciava qualcosa, con termini a lui sconosciuti. Facendo lasciare il laboratorio agli umani. Il suono costante all’interno del laboratorio era un bip, seguito da un piccolo scroscio d’acqua, proveniente dalla gabbia centrale. Seline utilizzò il carrello per arrampicarsi raggiungendo velocemente il ripiano più alto.
Ora lo divideva da Silica solamente un piccolo salto di qualche centimetro ma che gli sembrò di qualche decina di metri. La rincorsa breve, il piccolo urto del piede con il bordo del ripiano, gli permise di aggrapparsi disperatamente al bordo della cella. Dandosi forza prima con le mani e poi con le braccia riuscì a sollevarsi in piedi.
Lo sguardo fisso alla porta, tentennò qualche istante nessun movimento oltre i vetri, nessuna tuta bianca. Il movimento scorreva a fianco del bordo del vetro mentre all’interno Silica One intubata, aveva raggiunto la ragguardevole forma di un masso di fiume, immersa in un liquido sembrava dormire.
“Silica, sono Seline mi senti?” Nessuna risposta giunse, la mano del Sale picchettò sul vetro prima leggermente, poi con veemenza. Gli occhi di Silica vibrarono.
“ Silica mi senti?” Lo sguardo assente privo di colore rendeva ancora più drammatica la situazione.
“Silica?
“Riconosco questa voce. Dimmi perché sei qui?
“Sono Seline, sono venuta a portarti via.
“Seline? Seline mia cara, ti sei fatta grande. Perché mai dovresti portarmi fuori?
“L’obelisco si è aperto rivelando la profezia. Tu devi guidarci alla ribellione.
“L’obelisco? Ha fatto il mio nome?
“Non proprio, ha parlato di una madre, che avrebbe guidato i suoi figli in battaglia.
“Seline, non sono io. Io sono spacciata, anche se non ho più la vista, sento il mio corpo martoriato dagli umani, parte di me non esiste più. Ma libera Sodia mia figlia naturale.” Lo sguardo di Seline, si fece duro, corrucciando il viso.
“Selica non sono venuta per tua figlia, ma per te.
“ E io ti dico prendi lei, la riconoscerai facilmente è l’unico esemplare di Sale Rosso.
Seline osservò le varie scatole contenitrici, scorgendo Sodia, nell’ultima a filo del pavimento.
“Trovata, l’ho vista Silica.”
“Vai da lei, io morirò qui.”
Senza salutarla, si calò velocemente dal carrello, cercando di non inciampare nel salto. Arrampicandosi alla maniglia d’apertura del contenitore, il pulsante a sfioro sulla maniglia, gli consentì di spalancare il pertugio. La porta si aprì nuovamente e Seline cadde all’interno del contenitore avvolta da un liquido trasparente. Le braccia non sentirono nessuna opposizione al contatto con il gel, la sorpresa durò qualche istante perché poi si aggrappò a Sodia trascinandola verso il basso. La mano spinse il vetro, ma non provocò nessun movimento, riprovò ma nulla, non riusciva a far forza.
La vibrazione giunse improvvisa, lasciando interdetta Seline, l’apertura di tutte le cassette fu automatica, lasciando che gli scienziati riempissero nuovamente con il gel e con altri Sali i contenitori. Il grado di angolazione del vetro, consentì ai due Sali di cadere sul pavimento, sfiorate dagli stivali degli umani. Sodia non dava segni di ripresa, mentre Seline ansimava dal terrore, nessuna protezione che gli consentisse di nascondersi, se non raggiungere il carrello. Seline si caricò Sodia sulle spalle e corse, finché le gambe non cedettero di schianto, lanciando l’altro Sale sotto la postazione mobile. Seline provò a rialzarsi, sentendo le gambe dure come marmo, muoversi lentamente. Sodia emise un piccolo sputacchio, mentre riprendeva coscienza. Seline faticosamente accelerò il passo, giungendo ai piedi di Sodia, sorprendendola.
“E tu chi sei?”
“Mi chiamo Seline e ti ho liberata in nome di tua madre.”
“Mia madre, dove si trova?”
“Mi spiace gli umani l’hanno massacrata nei laboratori.”
Sodia rimase ritta in piedi osservando Seline, scuotendo il capo verso il basso.”
“D’accordo portami fuori. Ma perché cercavi mia madre?”
“La cercavo perché pensavamo fosse colei che ci guiderà alla ribellione contro gli umani e chi ha permesso quello che ci hanno fatto. Dobbiamo trovare gli altri Sali delle tribù. Tua madre poteva indicarceli.”
“Seline, io so dove si trovano gli altri Sali. Ma dobbiamo guardarci dall’Altissimo, lui teme che le sue menzogne vengano scoperte, dobbiamo ribellarci e far uscire la verità. Mia madre mi ha raccontato tutto ora dobbiamo solo riunirci.”

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