Arami de Porto Ato D'Artagna|2

'Non può essere, non deve essere!' Corse fuori, giù dalle scale, attraverso l'atrio della biblioteca e poi ancora fuori la porta; girò l'angolo e si trovò nel viale prospiciente la finestra da cui aveva vissuto il sogno di poco prima.
La gente correva qua e là, un gruppo di persone si allontanava, tra loro scorse il balenare dell'ottone.
Di colpo, da dietro due anziani incuriositi, apparve il suo sosia, attuale, presente o passato che fosse. Gli si parò davanti, appena meno sorpreso di lui.
"Tu... Io... Tu! Che hai fatto? Se la gente lo usasse... Io... Noi... Dobbiamo riprenderlo!"
E così dicendo scartò a destra e a sinistra per superarlo.
Arami, l'altro, si mosse di qua, poi di là, bloccandogli il passaggio, come in un gioco del mimo allo specchio.
Aveva un sorriso sottile sul volto, tagliente.
Lui aveva invece bocca e stomaco contratti in uno spasmo: "Che fai? Ne va del nostro futuro! Lasciami andare! Ma chi sei? Sei Steampton?"

“No, no, no” disse verso l’originale. “Se fossi il bottolaio saresti già morto, no?!”Con la mano simulò uno sparo alla tempia seguito da un BANG a denti stretti.Voltandosi un attimo per vedere il macchinario ben utilizzato dagli abitanti del paese, si rivolse nuovamente al sé stesso preoccupato.“Guardali, come sono felici!”Lì vicino, un tale stava già tentando di sperimentare la propria fantasia con un “…pronto? Prova, prova…” mentre altri dietro di lui spingevano per farsi ascoltare da tutti quegli ingranaggi.La copia perfetta di Arami allargò le braccia e strinse le spalle.“Oltretutto” continuò lui, “mi sa che hai altri problemi. Dimentichi tutti i mostri e gli incubi che hai generato e che sono a caccia dell’eroe?”Rise di gusto, e asciugandosi una lacrima con uno strano e bizzarro movimento dell’occhio che, per un momento, si trasformò meccanicamente, riprese.“Tu… non io. L’eroe sei tu, loro hanno il tuo odore!”
Arami, l'Arami, un Arami, spalancò la bocca. Uscirono solo gorgoglii, poi un filo di voce: "Questo, potrebbe essere la fine, la fine di tutto..."Poi saltò contro il suo doppio: "Attento!"Entrambi volarono a terra, mentre un coltello volava sfiorando la testa di Arami, dell'altro."Ohibò," disse quello, che cadendo aveva appoggiato una mano malamente. La mano si era staccata e disintegrata in decine di piccoli ingranaggi: "Non è questo il modo di trattare qualcuno del mio calibro!" e avvicinò il moncone agli ingranaggi, che si riattacarono come mercurio a una calamita."La prossima volta, allora, la lascerò infilzare dal pugnale di quelli là!" disse quello capitombolato invece tutto intero, indicando poco oltre un uomo coperto di un pesante vestito grigio imbrattato che li guardava torvo.
“Ecco” disse la copia, “questo non me lo sarei aspettato.”L’uomo coperto continuò il suo incedere verso i due. La folla alle loro spalle si dimenticò per un momento di quanto era bello raccontare storie a quel particolare aggeggio che si trovava davanti e, semplicemente, fuggì verso le abitazioni.La mano, nuovamente rimessa a posto, andò ad armeggiare sotto le pieghe della veste tirandone fuori… un gatto!Arma utilissima il gatto. Da lanciare contro lo strano figuro che si stava avvicinando ai due, immaginò l’originale bibliotecario.La copia parlò verso L’Arami, quello lì, quello vero.“Starei volentieri qui ma… ho altre urgenze che richiedono la mia presenza! Herald, portami dove tu sai!”E accarezzò il gatto.…Senza nessun risultato se non un “miao” poco convinto.“Miao?” la copia guardò il gatto d’ottone. “Non hai capito, maledetto gatto, qui siamo nei guai!”“Le ha detto miao” sottolineò l’originale, “sì, indubbiamente.”
Dal bordo della grondaia sopra di loro penzolavano due lunghe gambe, E penzolavano due gambette piccine e sottili. "Divertente.""Già""La prossima volta facciamo azzuffare due donne!""Molto più divertente!""Già"Il piccolo omino giocherellò con la bombetta tra le dita prima di rinfilarci dentro la testa. Si alzò in piedi e, ombra contro la luna bianca, ordinò al suo aiutante. "Vandel, richiama Herald, e andiamo a casa. Il Nostro scrittore ha demoni a volontà, un popolino inviperito con la sua macchina e un Arrovvelloso Carmelo Bene da gestire."Allo schiocco di lingua un gatto d'ottone li raggiunse sul tetto. Sotto, l'Altro Arami guardava e pareva assai preoccupato. "Non te l'avevamo ancora detto, ma..."il Bottolaio si complimentò con il gatto. "...Herald risponde solo a Vandel che risponde solo a me. Fino ad ora non fatto altro che fare quello che io ho detto a Vandel e Vandel ha detto a Herald. hihihihi, non certo quello che gli hai chiesto tu!"Entrambi sollevarono il cappello per saluto."Ora Fate i bravi e anziché darvele di santa ragione, cercate una soluzione o venderò i vostri pezzi al prossimo mercato! ahahahahahah!""Buon divertimento!"Porse il suo inchino,Vandel, con in braccio il gatto. Sparirono, parse atutti, passeggiando sulle nuvole.
Marco Viggi Arami, chissà quale, guardò in alto, poi l'altro Arami: "Era lui! Quindi lui non eri tu, cioè tu non eri lui ma eri io, cioè io non ero lui... Oh! Siamo dannati!" e guardò verso il bruto che si avvicinava."Anche là!" l'altro indicò verso un'altra direzione, da cui un altro tizio coperto di panni grigi faceva capolino: "e là indicando in un'altra direzione."Dio, siamo circondati!" disse l'altro Arami.Il primo lo prese per il bavero: "Ehi, si scuota, su! La sua vita non varrà molto, ma la mia vale ancora troppe opere prime, troppe meraviglie, troppi cuori infranti per finire tanto presto. Lei che conosce la città deve guidarci in salvo!"Scosso dalle parole e dallo sguardo più vero del suo della sua controparte, l'Arami disperato spalancò gli occhi: "Di là!" disse lanciandosi verso un gruppo di persone in fuga poco lontano.Corsero verso la gente e la raggiunsero proprio mentre anche l'uomo grigio vi arrivava.I due Arami sfilarono tra le persone, mentre il loro aversario spingeva e gridava per raggiungerli. L'improvvisa apparizione di un coltellaccio non fece altro che aumentare il panico nella gente, rendendo impossibile al sicario raggiungere le sue prede: "Dannati, fermi!" potè solo gridare."Ce la facciamo, adesso di là!" disse un Arami all'altro mentre, districandosi tra le ultime persone, si lanciavano verso un vicolo laterale.In antaggio di molti metri ormai, corsero nella stradina, a perdifiato, fino a un altro bivio. Non appena svoltato l'angolo Arami si gettò dietro un pilastro di metallo costruito appena oltre al muro e si immobilizzò cercando di rallentare il più possibile il respiro.Dell'Altro sè, nessuna traccia.Due, cinque, dieci secondi di silenzio.Sudato, emise un filo di voce: "Ehi, dove sei?" e allungò appena il collo oltre il bordo.Ciò che vide con la coda dell'occhio lo pietrificò: ancora fuori nel vicolo il suo doppio era già per metà mutato in un ammasso di bulloni, metallo e giunture, che in breve tornarono ad avere forma umana, anche se di un uomo intabarrato in pesanti vestiti grigi macchiati di unto.Da sotto il cappuccio tirato sulla faccia l'unico occhio visibile brillò di malvagità: "Ehi, venite, è qui!" disse chiamando l'altro bandito, appena entrato nel vicolo, che stava cercando più indietro, inconcludente.
Non vi era più distinzione ormai tra i bruti incappucciati e il falso Arami.Le sue caratteristiche l’avevano ormai trasformato in uno degli incubi fuoriuscito dal congegno meccanico. Nemici immaginari delle storie fantastiche.Due di questi corsero veloci superandolo per giungere infine nel vicolo dove il vero Arami cercava riparo tra le cianfrusaglie. Nemmeno il pilastro metallico poteva fargli da riparo.Strizzò gli occhi immaginandosi che fosse ormai la fine quando, poco prima di chiuderli completamente vide l’inaspettato.Il vestito grigio di uno di questi s’impuntò sul davanti formando una strana piega. Il rumore di tessuto strappato anticipò una lama metallica passante da parte a parte.Il falso Arami, così come falso incappucciato ritrasse il braccio modificato meccanicamente dal nemico e questo cadde al suolo lasciando solamente il tessuto della veste.Non avevano sostanza.“Ho fatto la mia parte” disse l’attore rimanendo nelle vesti del nemico. “Ora tocca a voi col vostro nemico.”Iscariah si voltò correndo fuori dal vicolo.Pochi passi e dovette subito fermarsi: il cielo si stava riempiendo di stranezze.Battaglia ovunque il suo occhio poteva posarsi.“Stanno creando eroi…” disse a bassa voce poi, voltandosi verso Arami parò più forte.“I cittadini si stanno ribellando! Stanno usando la vostra macchina per sconfiggere gli incubi!”
Arami stava lì, accovacciato a terra, tenendosi la testa. La sollevò appena per vedere Iscariah girarsi e fuggire lontano. Guardò il cielo: la sagoma d'ottone del drago sfrecciò sopra la città, inseguita da un gigante fiammeggiante a cavallo di un aliante meccanico avvolto nel vapore, uno stormo di uccelli di vetro percorso da fulmini elettrici e bersagliato da terra da una schiera di arcieri che lanciavano frecce dalla punta crepitante fiamme. Il terreno prese a tremare: lontano nel vicolo, si affacciò una specie di enorme verme fatto di anelli di metallo.
Arami saltò in piedi, una luce folle negli occhi: "Sarò il più grande, tra i gandi del maggior poema della storia!"Fuggì dal vicolo, corse senza rendersi conto di ciò che attraversava: creature impossibili, tentacoli di pietra, incendi, fuoco e fiamme, terremoti.Corse verso una sensazione, era sicuro di sapere dove fosse il suo TEDIO, e dopo molti minuti lo trovò. Lo sguardo annebbiato vedeva solo ombre, forse risparmiando al suo cervello le visioni che avrebbero potuto farlo crollare nel baratro della follia definitiva. Ma d'un tratto la visione del TEDIO che passava di mano i nmano si stagliò chiara nella confusione.Come un forsennato corse ad abbrancarlo, strappandolo a qualcuno, o qualcosa, non sapeva, e fuggendo, inseguito. E mentre correva, parlava. Parlava, recitava, immaginava, delirava.Fuggì così per minuti, chissà quanti. Poi qualcosa di enorme calò su di lui, un'ombra oscurò il sole, poi solo calore, pressione, e nulla più.
Lontano da Porto Ato un uomo bruno trascinava un carretto lungo una strada di campagna. Su di esso, tra le mucchie di cianfrusaglie, un omino nero stava seduto su una sdraio in miniatura, rivolto all'indietro.Da sotto occhiali scuri da saldatore osservava colonne di fumo alzarsi dalla città, palazzi sgretolarsi: "Vendel, guarda, ce l'hanno fatta!" si alzò e indicò la sagoma del drago che crollava tra le case con un ultimo ruggito, scosso da scariche elettriche."Ah, l'umana, ottusa natura! Ne sappiamo qualcosa noi Vendel, vero? Hanno appena sconfitto un nemico, e già, guarda, si accapigliano tra loro." tornò a sedere.Vendel continuava a tirare: "Non avremo esagerato?" Un gatto d'ottone si alzò da in mezzo alle cose accatastate e saltò sulle sue spalle."Beh, lo spettacolo è stato memorabile, anche se chi aveva peccato di presunzione alla fine è stato punito. Molte anime sono finite all'inferno, ma è ciò che si sono cercate. Eh, brutta bestia la superbia, torna sempre a chiedere il conto, mio caro Arami." e Jeremia alzò gli occhi al cielo."Deepbottom!"Un tuono scosse l'aria, l'omino nero, sorpreso, guardò intorno in cerca della fonte.Il carretto si fermò: "Signore, là davanti."Jeremia si sporse oltre i fianchi di Vendel che indicava.In fondo alla strada, rivoli di lava scoglievano la terra uscendo dai piedi di un uomo alto, dal corpo umano fatto di carne nera fessurata di vene incandescenti. Il volto era affilato, con due baffi sottili a punta e un pizzetto lungo affilato, fatti di lingue di fuoco. Dalla schiena fuoriuscivano due grandi ali fatte di fumo, e una coda finiva accanto alla sua spalla in un imbuto che vomitò con una cacofonia di grida e lamenti dannati getti di vapori multicolore nel cielo.Interruppe l'incedere solenne e assottigliò gli occhi brillanti come crateri ardenti: "Ho concupito, grazie a te, con i diavoli degli inferi e ora sono tornato a trovarti. Sono qui per regolare i conti, ora anche tu tornerai a gustare le delizie dell'inferno!" poi staccò i piedi dall'arena fusa e si lanciò in carica.Jeremia spalancò la bocca e non distolse lo sguardo: "Vendel, forse sì, abbiamo esagerato. Direi che è il caso di svegliare Herald. Miciomiciomicio!"