Arami de Porto Ato D'Artagna

cavalier Arami de Porto Ato d’Artagna

Il cavalier Arami vagò per tutto il pomeriggio, con un misto di timore e desiderio sotto le lenti spesse. Lisciava i baffi, soppesava il calamaio, lo nascondeva, tornava a guardarlo: Il demonio ha messo il suo marchio su quest'inchiostro. Ma, forse, posso ottenere ciò che voglio senza finire tra le fiamme degli inferi. Raggirare il diavolo? Quel Deepbottom: lo fa tutti i giorni.
Fu a notte fonda, solo, che versò l'inchiostro nel serbatoio del TEDIO: Se dovrò dannare qualcuno, sceglierò qualcuno che mandare all'inferno sia un regalo per il mondo. Sarò vate e giustiziere.
Dal giorno dopo iniziò la ricerca. Trovò notizie di un gruppo di orchi armati di arti meccanici che terrorizzava le campagne poco distanti. Si recò in zona e registrò le testimonianze dei contadini.
Poi, una volta riempito il TEDIO, si avvicinò a un gruppo di bambini: "Ragazzi, facciamo un gioco. Vediamo chi inventa il modo più bello per sconfiggere gli orchi."
I bambini fecero a gara a inventare storie mirabolanti. Arami mulinava la leva del TEDIO mentre quello fagocitava parole.
Quando la macchina emise un tintinnio si congedò. Nel TEDIO una fessura si aprì e ne uscì un libro.
Arami cominciò a leggerlo: scorse la prima, la seconda pagina, mentre sul suo volto si dipingeva meraviglia.
Lesse fino a notte, fino a finirlo.
Quando lo chiuse, alzò gli occhi al cielo, lucidi: Un capolavoro. Magistrale, emozionante, vivo. Il mio capolavoro!
Proseguì il viaggio.
Finì in un paese minerario dove c'era appena stata una rapina al locale deposito di preziosi. I banditi erano conosciuti nella zona, avevano già fatto altre scorribande. La gente era ancora scossa e potè registrare materiale per un altro libro.
Per il finale si recò alla taverna del paese, dove minatori alticci gli fornirono parecchi spunti.
Anche questa volta, dovette leggere il libro fino in fondo, impossibile staccarsene.
Sarò vate! Il mio nome sarà nell'olimpo!
Arrivò nella città di Giscard, un importante crocevia di scambi commerciali. L'ideale per Arami.
Vi sorgeva una importante casa editrice, dotata di copiatori robotici amanuensi in grado di fare centinaia di copie al giorno.
Arami sottopose al direttore le sue due opere. Costui ne rimase entusiasta e gli assicurò una produzione ai massimi livelli.
Durante quei giorni in città girò per i quartieri delle ex miniere ormai chiuse, ridotti a rifugi per disperati e dominati dalla criminalità. Raccolse testimonianze su crimini e criminali, e si fece raccontare da prostitute e madri disperate sogni sfavillanti su come esse avrebbero ripulito il quartiere cacciando malvagi e sfruttatori.
Quando già in città qualcuno lo riconosceva, diede alle stampe il suo terzo libro.
Ormai sento che la fama sta arrivando. Ma non voglio goderne il massimo fulgore lontano da casa. Voglio essere a Porto Ato quando mi investirà, e devo arrivarci prima che faccia inverno.
Si congedò dall'editore con la promessa che qualunque altro libro avesse scritto glielo avrebbe spedito con urgenza.
Viaggiò per vie poco usate, a caccia di nuove storie.
Così nacquero altri libri: su un castello assediato da mostri, su una regione in perenne guerra di confine, su un pirata dei cieli che razziava villaggi e rapiva le donne.
Tre capolavori da scuotere l'anima, spediti per la pubblicazione.
Arami viaggiò lento, ma non tanto da farsi superare dalla sua fama.
Quando arrivò a Porto Ato era ancora solo un bibliotecario noioso.
Rimise piede in casa, per la prima volta dopo mesi: È l'inizio dell'inverno. La città, stretta tra le montagne e il mare, per i prossimi mesi sarà quasi isolata dal mondo. Così, quando arriverà primavera, la mia fama fuori di qui sarà prepotente, e mi investirà con tutta la sua forza.
Capitò intanto che una sera, camminando per una strada buia, sentisse delle grida. Accorse.
Sorprese tre tizi imbacuccati in grossi abiti sporchi di olio e fuliggine. Avevano appena catturato una giovane donna, e si apprestavano ad abusarne.
Con il suo arrivo i tre fuggirono.
La donna gli raccontò la sua storia e lui la registrò. Chiamarono le autorità e scoprirono che i tre avevano già colpito nei giorni prima.
Così Arami passò la notte a cercare le vittime precedenti e a intervistarle.
Quando cominciava ad albeggiare aveva materiale per il suo settimo libro. Esausto si sedette su una pietra per strada: Manca il finale ora, ci vuole l'eroe, ma chi? Ehi... potrei essere io a entrare nel libro!
Arami recitò al TEDIO la storia di lui che cacciava per sempre i malvagi.
La mattina spedì con l'ultima nave della posta il libro a Giscard.
Tornò a chiudersi nella sua biblioteca, tra la polvere, nel buio e sotto il freddo che copriva tutto per l'inverno: Ancora tre storie. Ancora solo tre dannazioni. Ma poi quali dannazioni? Devo scoprire cosa ne è stato dei miei protagonisti. Ma poi, perchè usare e mettere in pericolo persone vere? Perchè non storie inventate?
Così Arami cominciò a raccontare al TEDIO la storia di un drago, dalle scaglie fatte di pezzi di ottone conficcati nella pelle, il cui cuore meccanico funzionava divorando carbone e la cui bocca poteva vomitare ondate di vapore incandescente. Il drago aveva rapito la figlia del re d'Artagna, ma il prode cavalier Arami sarebbe riuscito a salvarle la vita.
La narrazione andò avanti per tutto l'inverno. Il libro fu pronto a partire con la prima posta dopo il disgelo.
Intanto, Arami cominciò a fremere: di notizie, di fama e dei suoi libri.
Questi furono i primi ad arrivare: con un carico di novità ecco copia di cinque dei suoi lavori.
Li sistemò, raggiante, tra gli scaffali della biblioteca.
Per strada, con i primi viandanti, cominciarono ad arrivare i primi riconoscimenti: "Ma è lei quel Arami? Ho letto i suoi capolavori!"
"Sa, in taverna a Parries leggono il suo libro ad alta voce!"
"Ma come fa? Rimango incollata ai suoi romanzi tutte le volte che li rileggo!"
Arami trotterellava per strada a testa alta e con le gote sorridenti per tutto il tempo che poteva.
Un giorno, seduto a un caffè, venne avvicinato da un uomo basso, un fascio di muscoli: "Siete il cavalier Arami! Volevo proprio dirvi che," e gli allungò un destro alla mascella: "la vostra dannata penna avreste potuto ficcarvela nel cuore!"
Arami rovinò a terra, più incredulo che ferito. Mentre recuperava gli occhiali caduti, quello gli fu di nuovo sopra: "Quando quei dannati orchi hanno capito che non li temevamo più per colpa di questo libro... hanno scoperto che lei aveva scritto che mio figlio... e se la sono presa con lui... era un ragazzo, solo un ragazzo..."
Con il volto contratto rigato di lacrime, l'uomo buttò a terra la copia del libro e ci sputò sopra, poi se ne andò a grandi passi.
Arami si ricompose e fuggì verso casa, tra i pensieri: La maledizione, forse ha colpito le persone sbagliate. Devo scoprire cosa è successo.
Nei giorni seguenti si informò: il pirata di cui aveva narrato era stato affrontato da un'alleanza di alcuni villaggi. Il pirata era stato battuto ma era ritornato con rinforzi e aveva fatto strage dei ribelli.
Forse i protagonisti... chi sono in effetti i protagonisti dei miei libri?
Foschi presagi si affollarono nella sua mente pensando agli ultimi due libri scritti.
Ridusse le sue uscite, ma ci vollero pochi giorni perchè una sera, percorrendo un tratto di strada deserto, si rendesse conto di essere seguito da un tizio coperto di un pesante drappo di panno lurido.
Fuggì a casa e non ne uscì più.
Due giorni dopo, trovò sulla porta un biglietto piantato con un pugnale: "Se ti ritieni tanto forte da poterci sconfiggere, perchè ti rintani come un coniglio? Vediamoci al molo, stanotte."
Arami impallidì: Magari, con un'altra storia...
Scrisse sul biglietto: "Tra una settimana, con la luna piena." Si lanciò sul TEDIO e parlò per tutto il giorno.
A sera, aveva tra le mani un altro libro. Riuscì a farlo spedire subito, con un corriere urgente su dirigibile a propulsione.
Attese la settimana terrorizzato.
La notte dell'appuntamento rimase in casa, e la mattina seguente mandò qualcuno a chiedere novità.
La persona tornò e lui l'ascoltò, poi chiuse la porta e vi si appoggiò con le spalle basse: Non ha funzionato come avrebbe dovuto. Non mi cercheranno per un po', ma poi torneranno, loro o qualcun altro. Ci vorrebbe un'altra storia, forse...
Passò qualche ora a meditare di fronte al TEDIO. All'inizio i pensieri si accavallarono disperati, ma poi qualcosa cominciò a prendere forma.
Rinfrancato, venne attratto da grida in strada.
Si affacciò alla finestra: due donne urlavano indicando le vette. Alzò lo sguardo: sul profilo del monte a ridosso della città la sagoma lontana di una creatura, che doveva essere enorme, si stagliava contro il cielo, con riflessi bronzei e sbuffi di vapore.
Arami spalancò la bocca, i pensieri vorticarono: Anche lui è qui per me. Gli occhi divennero duri, la mente fu spazzata da un pensiero: Ci vuole una storia. L'ultima. La grande storia che mi consegni all'immortalità!
Arami corse a vomitare parole al TEDIO.

Ma il TEDIO non era più lì.
Sparito.
Non era mai esistito fu il primo pensiero a venirgli in mente. D’altra parte poteva trattarsi di un sogno. Una lettura mal digerita che l’aveva portato a immaginarsi tutto.
Già, doveva essere così: era stato tutto un sogno.
Lui era solamente un bibliotecario, la fantasia era la sua arma migliore. Non era l’eroe che si era cucito addosso e che aveva registrato nei suoi libri.
I libri…
Eccoli ammucchiati uno sull’altro. Lì, in bella vista.
No!
Niente sogno, tutto reale. Così reale che anche le urla che venivano da fuori riuscirono a farlo sobbalzare.
Fuori stava succedendo qualcosa. E non erano i suoi personaggi.
Fu un tremendo vociare di folla quello che udì in strada. Lesto si mosse verso la finestra, l’aprì maledicendosi e sperando che non si trattasse di una stratagemma dei suoi nemici immaginari, eppur così reali.
Non era tempo di preoccuparsi ulteriormente: aprì anche le imposte e quello che vide lo lasciò a bocca aperta.
Lui.
Cioè, davvero… lui!
Sì, proprio il cavalier Arami de Porto Ato d’Artagna!
I movimenti, la posizione delle mani mentre si spiegava, quelle lenti e quei baffi. Gli venne da guardarsi perfino le mani ma quelle erano ancora lì.
Il tale in piedi, in mezzo alle persone della città, era un altro sé.
Non era possibile, si ritrasse dalla finestra cadendo sulle ginocchia molli. Si toccò ancora le mani, il volto, gli occhiali, fino arrivare alla punta dei baffi.
Era tutto al proprio posto.
Guardò i libri e ricordò ancora del suo TEDIO sparito improvvisamente.
Si fece coraggio e si voltò. Gli occhi emersero pian piano dalla finestra per guardare nuovamente quello spettacolo così strambo da non sembrare vero.
E cosa ancora più stramba, ora che la notava: il TEDIO era accanto a lui. Non lui, lui…beh, quell’altro “lui”.
La folle sembrava tenerlo a distanza, come un pazzo, ma lui faceva segno verso il macchinario.
Glielo stava consegnando.