La regina degli odori

Dormo poco e male, però faccio dei sogni. Sogni belli, o almeno credo, perché svaniscono sempre prima che riesca ad afferrarli: non ne ricordo neanche uno. Ma ne sento gli odori; mi piace pensare che succeda solo a me. Sono intensi, valgono da soli l’intero sogno e mi bastano. Quando mi sveglio, sono lì, mi sussurrano parole, mi raccontano storie che nessuno saprebbe narrare. Loro no, non scappano, a volte giocano a farsi rincorrere, ma poi si lasciano prendere, e allora io sto al gioco e li tengo con me finché hanno voglia di restare.
Li porto nella stanza delle ampolle, il mio santuario degli odori. Trascorro intere giornate ad ascoltarli, quando decidono di parlare. Quando tacciono provo a interrogarli, ma non rispondono quasi mai. Sono strani gli odori. Decidono loro cosa raccontare, e quando, e a chi. Se non ne hanno più voglia, semplicemente scompaiono, senza salutare. Spesso restano solo qualche istante e, di sé, lasciano soltanto una vaga percezione, quella che basta a sentirne la nostalgia.
Quando gli odori se ne vanno, le ampolle perdono luce, non brillano più. Diventano opache e polverose e qualcosa dentro di me diventa parte di quella polvere. A quanti abbandoni potrò sopravvivere?
Cuoio, sangue ed erba
Mi è sempre piaciuto l’odore del cuoio, era l’odore del suo passo, mi dava sicurezza. Ero alta poco più del suo stivale e già lo seguivo come un’ombra, anche quando si alzava all’alba per andare a caccia. Quelle mattine il cuoio si mischiava al sentore pungente dell’erba umida di rugiada e mi piaceva; si andava a caccia: lui di lepri, io di odori. Fino al giorno in cui fu lui a essere cacciato. Dopo il primo sparo mi gettò a terra e mi spinse di là dal rovo. Ruzzolai giù per il fossato, piena di spine. Urlai forte, non capivo.
“Non fiatare!”, fu l’ultima cosa che disse. Poi il secondo sparo, l’eco vibrante del colpo, infine un silenzio irreale e la paura di ciò che avrei visto.
Rimasi immobile in fondo al fossato, chiusi gli occhi e annusai disperatamente l’erba rimasta sulle mie ginocchia sbucciate. Non aveva il solito odore; sentivo note che non mi piacevano, poi mi spiegarono che era il sangue. Non mi piaceva, eppure ne avevo bisogno; pensando all’odore non avrei pensato al resto. Lottava per scappare via e allora decisi di imprigionarlo nella mente; quella sensazione sarebbe diventata un sogno e quel sogno l’avrei ricordato; sì, sarebbe andata così. Al risveglio, però, non ricordai proprio nulla. Dov’ero? Iniziai a chiamarlo. Era buio, bisognava tornare a casa; cosa facevamo ancora fuori? Le ginocchia mi bruciavano; ci volle impegno a risalire il fossato. Perché non veniva ad aiutarmi? Superato il rovo lo vidi e ricordai. Piansi le mie ultime lacrime di bambina e, in quel momento, l’odore tornò forte e pungente. Mi accorsi di portare ancora in spalla la sua bisaccia; dentro ci trovai un’ampolla e la presi, istintivamente. Iniziò a luccicare e tutto diventò più sopportabile. Io e gli odori parlavamo la stessa lingua. Da quel giorno, nessun altro ci sarebbe più riuscito.
Legno di cedro e incenso
Era ancora notte fonda quando mi svegliai di soprassalto. Un incubo, forse. Se solo potessi ricordare. L’unica cosa di cui mi resi conto era che l’odore ripugnante di legno marcio, compagno di ogni sonno all’orfanotrofio, non c’era più. Aveva lasciato il posto a un profumo caldo e intenso, dolce e legnoso. Salima, la vecchia cuoca libanese, una volta mi fece annusare qualcosa del genere. Erano scaglie di legno dall’aroma persistente. Allungai la mano per prenderne un po’, ma lei mi fermò con dolcezza. Sorrise e richiuse il sacchetto. Sopra era disegnato un albero maestoso, dalla forma particolare. Non lo conoscevo. Il giorno dopo tornai da lei con il libro delle piante e le mostrai il disegno di un acero. Lei scosse la testa e sfogliò velocemente le pagine; si fermò soddisfatta sulla pagina del cedro e me lo indicò. Rimasi incantata; sembrava altissimo e i suoi rami erano enormi braccia, avvolgenti come quel profumo che mi sorprese al risveglio. Sì, doveva essere proprio legno di cedro, arricchito da incensi profumati. Rimasi a lungo ad ascoltare le cose che mi sussurrava quell’odore. Doveva restare con me, ma lontano da quel posto. Mi serviva un’ampolla. Presi quella della lampada a olio in fondo alla stanza, sarebbe andata bene. Luccicò, sì. Potevo andarmene, finalmente.
Neve, corteccia e terra bagnata
Avevo solo tre ampolle quando la prima luce si spense. Non capivo cosa fosse accaduto. Lucidai l’ampolla come meglio potevo, ma più strofinavo e più diventava opaca, come se qualcuno avesse soffiato fumo al suo interno. Poi arrivò il contraccolpo e fu come un morso al cuore. Mi lasciò a terra per ore e, quando mi rialzai, l’assenza di quell’odore sembrava incolmabile. Guardai le ampolle rimaste, sperando che avessero voglia di parlarmi. Quando ormai non ci speravo più, iniziarono a mormorare qualcosa; mi spiegarono come avrei potuto colmare quel vuoto. No, non potevo farlo. Non ne ero capace.
Fuori aveva smesso di nevicare; presi un’ampolla nuova e tornai nel bosco dove era iniziato tutto; avrei trovato nuovi odori da portare via con me. Ecco ciò che avrei fatto. Restai molto tempo sulla neve fresca, scavai con le mani fino a sporcarle di terra bagnata, ma l’ampolla non luccicò. Graffiai la corteccia degli alberi fino a sanguinare. Inutilmente.
Sono gli odori che decidono, e quel giorno nessuno di loro mi degnò della sua luce. Dovevo stare alle regole e ora conoscevo anche l’ultima: solo quella mi avrebbe incoronata regina degli odori.
Arancio amaro e sale
Mi accompagnarono per tutto l’inverno. Quegli aromi portavano un ricordo che profumava di una gioia perduta, il sapore pieno di un frutto divorato avidamente, che però aveva lasciato l’amaro in bocca. E il sale che, implacabile, si ostinava a riaprire le ferite. Bruciavano come l’inferno.
Lo avevo supplicato di non lasciarmi, e me ne ero pentita nello stesso istante. Cosa stavo facendo? Non aspettai la sua risposta; lo guardai un’ultima volta, pensai a quanto dovevo sembrare patetica ai suoi occhi e decisi che era giunto il momento di riprendermi un frammento della mia anima. Ci volle poco per finirlo, sapevo dove colpire.
Un soffio di energia vitale mi rese forte come non lo ero mai stata. Corsi a casa, nella stanza delle ampolle e vidi una luce debole, là dove non la vedevo più da tempo. Chiusi gli occhi e ascoltai: arancio amaro e sale, finalmente, mi dicevano le parole che volevo sentire, e altro ancora che non sapevo di desiderare. Arancio amaro e sale. Li assaporai golosa fino all’ultimo secondo dell’ultimo minuto e poi li lasciai andare. Quando la luce dell’ampolla si spense, sapevo che non l’avrei più rivista. Ma non provai dolore, non mi aveva tolto nulla; questa volta ero stata io a prendere. La salutai grata, come una vecchia amica che se ne andava esausta, dopo avermi dato tutto quello che poteva. Di lei mi rimase la nostalgia di un odore che avrei cercato ancora a lungo in ogni frutto e in ogni granello di sale. Ma ormai avevo imparato le regole: quando la luce di un odore scompare, non ritorna più. Non vuole. Solo il furto di una vita può strapparla a forza dal suo nuovo cammino; allora tornerà per un momento, il tempo di pagare il riscatto alla regina degli odori, e poi nulla potrà più trattenerla. La sua ampolla è destinata alla polvere.
Fiori di sambuco e uva spina
Quel mattino mi svegliai avvolta dall’aroma del sambuco, e mi accorsi che l’estate stava arrivando. Quanto tempo avevo trascorso rinchiusa nel mio santuario? Avevo riempito così tante ampolle che la loro luce mi bastava. Non sentivo la mancanza del sole, ma era tempo di rivederlo, perché l’odore lasciato dal sogno voleva essere catturato all’aria aperta.
Lo rincorsi divertita, seguendone le evoluzioni e odorando le note che raccoglieva strada facendo: muschiate, legnose, fruttate. Al termine della corsa, riconobbi distintamente il profumo dolciastro dell’uva spina, e poi la vidi penzolare dagli arbusti spinosi del bosco. Mi fermai a guardarla, invidiando quelle bacche; avrei voluto anche io una pelle trasparente. Guardandomi allo specchio avrei visto ciò che era rimasto della mia anima, ciò che ancora avrei potuto salvare. Dopo l’inverno dell’arancio amaro, altre due luci mi abbandonarono. Altri due vuoti dilanianti. Altri due furti di vita. Non seppi resistere. Dopo, neanche sapevo se ce l’avevo più, un’anima. Quella che mi ero ripresa a forza era ancora la mia, o era un corpo estraneo che prima o poi avrei rigettato?
Giurai a me stessa che avrei lasciato spegnere ogni altra luce senza forzarla a tornare; sarei stata una regina simbolica, rinunciando ai miei poteri per il bene del regno. Sapevo come sarebbe andata a finire; un giorno nessun nuovo odore avrebbe riempito le mie ampolle e io sarei rimasta a contare le luci rimaste. Una alla volta si sarebbero spente, portandosi via a morsi la mia vita. Presa la decisione non ci pensai più, abbagliata dalla nuova luce che si accese in quel momento: fiori di sambuco e uva spina. Una nuova ampolla, un nuovo respiro di vita.
Niente di niente
Sapevo che questo giorno sarebbe arrivato. Non ho avuto bisogno di guardare le ampolle per capire che anche l’ultima luce aveva smesso di brillare. Questa notte non ho fatto sogni, mi sono alzata a fatica, in preda a dolori lancinanti, quasi senza fiato. Compresi che stava arrivando a prendersi gli ultimi granelli di polvere, la mia, ed io la attendevo curiosa. Che odore avrebbe avuto? Me ne avrebbe lasciato un po’ da annusare, prima di prendermi e portarmi via?
Ero pronta, con una nuova ampolla preparata apposta per l’occasione. Quando mi scivolò fra le mani frantumandosi in mille pezzi, realizzai che era già arrivata da un pezzo e no, la morte non aveva odore. Se li era presi tutti, uno a uno, ma non per se stessa. Che ne aveva fatto dunque?
La risposta arrivò con un sospiro gelido che mi sollevò da terra. Forse ero già polvere, ma non me ne resi conto. Neanche ora me ne rendo conto, mentre viaggio leggera nell’aria, inebriata da un profumo mai sentito; penso che sia la somma di tutti gli odori che ho conservato gelosamente nelle mie ampolle, compreso l’ultimo, e che ora anche io sia parte della loro luce. Ora sì, tutto ha senso.