IL SILENZIO

Sono giorni che cammino.
Ho perso il conto, ormai. Potrebbe essere una settimana che vago su questa terra, così come un mese, o forse un anno. Sono stanca, molto stanca. Vorrei fermarmi ma una forza interiore mi spinge ad andare avanti. L’orizzonte è una linea immaginaria, quel confine che da bambina avrei sempre desiderato toccare e oltrepassare. Poi, quando l’età hanno illuminato la mia mente, ho compreso che non mi sarebbe mai stato permesso. Più ti avvicini, più quella linea si allontana. Oggi perciò ho deciso di concentrarmi sulla strada che si srotola davanti a me, senza andare troppo oltre con lo sguardo. Una strada impervia che da poco ho cominciato a battere.
Non voglio perdermi in strane evoluzioni con il mio pensiero, voglio essere qui, ora, e pensare a quello che accadrà a breve, per essere in grado di affrontare qualunque cosa dovesse capitarmi da qui in avanti.
Il futuro mi spaventa e per questo non ho intenzione né di sfidarlo né di adularlo. Mi basta sapere che c’è e che mi sta aspettando. Spero di arrivare da lui preparata nel migliore dei modi possibili.
C’è stato un tempo in cui volevo che il futuro mi si svelasse in tutti i suoi dettagli. Era un gioco al massacro in cui volevo sempre vincere, e spesso ne uscivo sconfitta e malandata.
Come quella volta che mi feci leggere le carte.
L’aveva detto la cartomante.

A partire da oggi vivrai un periodo fervido di novità.

E io ero felice, soddisfatta di sapere che la strada davanti a me era piena di sorprese.

Poi la donna aveva aggiunto quella frase inquietante:

Attenta, però, qui c’è l’arcano maggiore della Morte.

Un brivido mi aveva attraversato, ma la donna aveva continuato spiegando che non c’era nulla di cui aver paura. Quella carta poteva essere letta come la necessità di un cambiamento, di una rigenerazione. L’accettazione di cose nuove. La fine del vecchio e l’inizio del nuovo. Allora pensai che mi piacevano le novità, non avrei saputo vivere senza, erano la mia linfa vitale e quindi quell’arcano maggiore non doveva essere per forza un presagio negativo. Poi si sa, il nuovo spazza via il vecchio, questo è inevitabile. Bisogna sempre saper rinunciare a qualcosa per avere altro. Questo mi dicevo spesso, quando, tanto tempo fa insistevo per voler sapere cosa mi avrebbe riservato il destino.
E tutto quello che incontro è morto.
Ora tutta quella curiosità è sparita. Anzi, a dirla tutta non è solo il futuro a farmi paura. Temo anche il paesaggio intorno a me, testimonianza di morte e desolazione. Ma devo andare avanti, farmi coraggio. Non devo farmi distrarre dal panorama che vedo scorrere davanti ai miei occhi.
Un tempo non era così. Avevamo colori, forme, e occhi per guardare.
Oggi, perfino le pietre sono morte. Quelle pietre con cui giocavamo sulla sabbia. Le raccoglievamo insieme alle conchiglie. Con cura sceglievamo le più belle, quelle sane e colorate. Con i bastoncini di legno incidevamo la sabbia bagnata dalle onde del mare e facevamo bellissimi disegni che sembravano prendere vita, adornati con quelle pietre e quelle conchiglie. Ora quelle pietre hanno perso la vita e con loro anche la sabbia. Tutto è divenuto polvere. Anche noi a ben guardare siamo polvere, ma forse lo siamo sempre stati, e oggi questa cosa è più evidente che mai.
Perfino le pietre sono morte. Perfino la sabbia. E la polvere.
La polvere e i detriti sono tutti intorno a me, mi circondano e rappresentano il simbolo di una morte piombata dall’alto.
Quel rumore lassù in alto, ci ha colti all’improvviso. Un rimbombo dal cielo, che non era un’avvisaglia di un temporale. Ci metteva all’erta perché qualcosa di molto più pericoloso stava arrivando.
Un tuono, sempre più vicino, le posate che cadono nei piatti, le vesti che rimangono sparpagliate sui nostri letti, le nostre anime sospese per una manciata di secondi prima che tutto si faccia più chiaro.
Chi era in quei luoghi raccontò che si era sentito un boato, verso le sette di sera o poco più. Quell'ora in cui, generalmente, le famiglie si ricompongono nelle loro case. L'ora in cui le mamme armeggiano vicino ai fornelli alla ricerca di un pasto caldo da offrire ai propri cari. L'ora in cui i padri, la maggior parte, ritornano dal lavoro alle proprie case, e quella in cui i ragazzi stanno riponendo negli zaini i quaderni e i libri di scuola per l'indomani. Quell'ora in cui insomma l'aggregazione familiare giunge al suo massimo. E proprio allora si era sentito quel rumore, strano, inconsueto, come se una gigantesca buca si stesse aprendo sopra e sotto le nostre case, e stesse per inghiottire tutti. Poi gli allarmi avevano cominciato a suonare, per strada molti avevano cominciato a correre, quasi contemporaneamente, mentre alcuni erano rimasti impietriti. Lo stordimento iniziale aveva lasciato presto il posto al terrore e all'orrore quando le mura, i soffitti e i pavimenti avevano cominciato a ondeggiare e crollare. E in un attimo tutto era stato stravolto, tutto aveva cambiato volto, le cose, le idee, la percezione della realtà, la vita e la morte. Un terremoto. Si doveva trattare sicuramente di un terremoto, pensai.
Sono giorni che cammino, senza sapere dove andare.
Ho cominciato a camminare perché non potevo rimanere lì, in mezzo alla polvere e alla morte. All’inizio avevo provato a gridare forte alcuni nomi: quelli dei miei cari, di mia madre, mio padre, dei miei fratelli. Nessuno aveva risposto al mio appello.
Nemmeno Amesine rispondeva alle mie invocazioni. Capii in quell’istante di essere rimasta sola.
Allora mi ero inginocchiata e avevo iniziato a raschiare con le mani per terra, cercando di smuovere le macerie intorno a me e sotto di me. Forse qualcuno era lì sotto e potevo salvarlo. Ma il sangue sulle mie mani si era mescolato al sale delle mie lacrime e i singhiozzi avevano esaurito le mie energie. Così avevo smesso presto di scavare e di cercare. Mi ero alzata in piedi, avevo girato lo sguardo al cielo e con aria di sfida avevo cominciato a camminare.
E sono sola, con nessun altro bagaglio che una valigia rossa.
Sono riuscita a salvarmi e cammino da sola, da giorni. Ho dimenticato ogni cosa. Un giorno riuscirò a fermarmi e saprò tutto di me. Riuscirò a raccontare dei giorni passati e la mia valigia potrà aprirsi in un arcobaleno di ricordi e immagini. Mi trascino dietro questa valigia rossa, senza sapere cosa contenga perché in realtà dentro ci ho nascosto la mia vita e quella di tutti gli altri. Per paura di perderle. Perché io ce l’ho avuta una vita, prima che tutto fosse seppellito sotto quelle dannate macerie. Solo quando sarò giunta alla fine di questo lungo viaggio, fatto di silenzio e dolore, potrò raccontare la mia storia. Sempre che ci sarà qualcuno pronto ad ascoltarmi.
E un nome che torna, a farmi compagnia. Amesine. Questo nome. È tutto quello che mi resta.
Ho dimenticato tutto, ma un nome continua a ronzare nella mia testa. Amesine, capelli rossi come il fuoco e occhi azzurri come il cielo. La ragazza con la valigia rossa, così la chiamavano tutti, da quando era arrivata, nel nostro piccolo paese di qualche centinaio di anime. Appena l’avevo vista avevo deciso che lei sarebbe diventata l’amica che non avevo mai avuto. Perché di bambine nel mio paesino ce n’erano poche e quelle poche erano lontane dalla mia portata. Celine, la figlia del medico, non si abbassava a giocare con me, umile figlia di un falegname. Poi c’era Madele, che però era un po’ fuori di testa per via del fatto, come raccontava mia madre, che era nata un po’ prima del previsto. Con lei era difficile giocare, andava sempre a finire che si metteva a piangere e correva a rifugiarsi tra le braccia della madre. La quale, puntualmente, mi dava dell’insensibile e della maligna. Ma io non volevo farle del male. E’ che quando di gioca bisogna rispettare delle regole: non è divertente giocare con chi, come lei, non le rispettava mai.
Comunque, a parte loro due, c’erano i maschi, ma quelli meglio perderli che trovarli, perciò mi ritrovavo spesso a giocare da sola in compagnia della mia amica immaginaria che avevo chiamato Amelie. Strano che il nome di Amesine si avvicinasse molto a quello della mia amica immaginaria. Purtroppo io e Amesine non abbiamo fatto in tempo a diventare vere amiche. La morte ha spazzato via tutto e ora, con me, rimane solo un nome e una valigia.
Un nome e una valigia. Che non posso aprire. Che non devo aprire.
Anche lei aveva scelto me.
“Promettimi che non la aprirai fino al mio ritorno”, aveva detto Amesine quando me l’aveva consegnata. Ed era scappata via. Mi raccontarono che era dovuta partire con il treno, per andare in non so quale campo, così mi sembra lo chiamassero. Ci portavano molti come lei, raccontava mia madre.
“Perché, lei com’è?”, chiesi.
“Amesine è un’ebrea, non penso che riuscirà a tornare”, furono le ultime parole di mia madre. Poi era successo il finimondo. Una bomba. Altro che terremoto.
Quel boato che avevamo udito sopra le nostre teste era il rumore di un aeroplano. Era stata sganciata una bomba, sopra il nostro piccolo paese di poche centinaia di anime. Ora tutte morte, stecchite. Tranne una. Io.
Mi chiamo Anpardo. E non so nient’altro di me. 
Non voglio più ricordare. Per ora me ne rimango in silenzio, e cerco di non andare con la mente al passato, a ciò che è stato. Il mio silenzio è finalmente molto simile a quello di Amesine, un silenzio che avevo sempre invidiato.
Lei era una bambina silenziosa e quando ci incontravamo ero io che non facevo altro che parlare, la sommergevo di parole e racconti. Lei mi ascoltava con pazienza. Il suo silenzio era un dono. Sembravo lo spazio inaccessibile che era riuscita a crearsi, dove era permesso entrare solo a lei e al suo Dio. La vedevo spesso rimanere assorta nei suoi pensieri, con lo sguardo rivolto verso gli spazi immensi che circondavano il nostro borgo. La contemplazione, pensavo, non è altro che l'incontro di due silenzi: quello di Dio e quello dell'uomo.

Il mio di silenzio, invece, non aveva nulla di così elevato. L’ho sempre vissuto come una penitenza. Per me è sempre stato difficile rimanere zitta, avevo sempre bisogno di spiegare perché sapevo di non essere capita. Spesso mi sentivo offesa, quando gli altri volevano sopraffarmi con le loro ragioni. Mi dicevo spesso che se fossi riuscita a vincere il bisogno di parlare e avessi saputo tacere, avrei dominato le mie passioni e ritrovato l’equilibrio interiore. Eppure il mio silenzio, quando sono riuscita a metterlo in pratica, è sempre stato una "penitenza". Solo ora che non ho nessuno con cui parlare posso considerarlo un dono .

Anche perché l’esplosione deve avermi tolto l’uso della parola. Non riesco più a sentirmi, per quanti sforzi faccia. Devo essere divenuta muta o sorda. Una delle due.

Però in questo silenzio, tutto sommato, non si sta tanto male.