IL RICHIAMO

Per chi, come me, è nato con il dono della vita eterna il tempo non esiste. Le stagioni, i mesi, gli anni, le ore, i ritardi e le attese sono qualcosa di lontano, di estraneo. Vivo i miei eterni giorni in una routine quotidiana, sono piccole cose che faccio sempre, che mi aiutano a mantenere la mente impegnata e lucida, alcuni direbbero che lo faccio per non impazzire, ma si sbagliano ovviamente, perché anche la pazzia, come tutti i mali dell’uomo, è una realtà che non vivrò mai. Volete sapere il mio nome? Non ve lo dirò. Saperlo non è importante. Vi dirò invece come mi chiama la gente del posto, la gente che aiuto: Gaia, come la madre terra. I cambiamenti non mi appartengono, ho milioni di anni, talmente tanti che non ricordo il numero esatto, i mei occhi hanno visto la storia del mondo e dell’uomo andare avanti, in un lento susseguirsi di vite nate e perdute; sono vecchia, molto vecchia, il mio spirito e la mia anima lo sono, ma il mio corpo no. Ho il fisico asciutto e tonico di una giovane donna, gli occhi non sono cerchiati da rughe né spenti dall’età, sono brillanti e luminosi, del colore grigio argento delle nuvole; i miei capelli sono fili lunghi, neri e lucidi come la Posidonia. Ma la mia età la sento tutta, non nelle membra, la percepisco nel mio cuore, nel mio spirito. Sono una vecchia in un corpo da giovane. Vivo da decenni in una torre aragonese, la gente del posto la chiama Barì, posta su una lingua di terra che si estende tra due grandi spiagge; dall’alto della sua cima si vede la grande distesa del mare, azzurro e profondo, misterioso e ricco di tesori. Il mare è il mio più grande amico, l’unico che rimarrà accanto a me nonostante lo scorrere inesorabile del tempo; ascolta le mie parole, i miei segreti, sussurrati tra la spuma bianca delle sue onde, e non chiede nulla in cambio, anzi, mi riempie di regali, ogni giorno: l’aria salmastra che scuote le mie membra e rinvigorisce lo spirito, il canto delle sue acque ogni notte, come una dolce ninnananna, il sapore del sale , e le conchiglie, le mie più care alleate. La notte dormo poco, c'è un rumore che mi tiene sveglia, un rumore che non posso spegnere ne mandare via. E' il Richiamo. Un lento brusio di voci che giunge al mio orecchio, sono le richieste silenziose di aiuto, mischiate all'eco del mare, al bisbiglio della natura, alle risate, alle paure e ai sogni degli uomini. Ogni mattina mi alzo presto, e con il giorno arriva il leggero bussare alla porta; é il rumore della gente che viene, è l’inizio del mio compito quotidiano. Ma io so già che verranno, ancora prima di vederli, li sento, sento il loro dolore, ogni giorno, ogni notte. Mi sommerge, come vento freddo. Li faccio entrare e faccio scegliere loro una delle mie conchiglie, grazie a loro il mio dono passa da me alla persona, sono il mio tramite. Nel momento in cui la conchiglia entra nelle mani dell’uomo o donna, inizia il cambiamento: la felicità, la leggerezza, il divertimento, il perdono, che erano state sepolte nell’animo della persona, ritornano a galla, inondano il cuore ed invadono la mente infondendo la giusta dose di serenità e coraggio per continuare ad essere felici. La sera è il momento che preferisco, quando il mare si scalda, mi immergo nelle sue acque. Nuoto sott’acqua, sempre più in giù, nell’immobile silenzio degli abissi, e, in quell’attimo, il Mio attimo, in cui non ho più ossigeno, e i miei polmoni premono sulla cassa toracica, lo sento: io non sono più io, non sono più colei che dispensa gioia, l'immortale, sono acqua, sono sale, sono un tutt’uno con il mare. Poi, torno in superficie, e sono di nuovo me stessa.
Oggi è un giorno diverso, lo sento, è giorno di burrasca. Il mare è grosso e agitato, il vento è forte ed impetuoso, scuote la mia torre fin dalle fondamenta. Mi affaccio alla finestra e vedo le onde farsi sempre più grosse, le creste bianche di spuma marina, sembrano meringhe. Un energico bussare alla porta mi fa sobbalzare. Sull’uscio, avvolta in un grande scialle corallo c’è una bambina sui 10 anni, solo gli occhi, due fessure azzurre, sono scoperte e mi guardano. Qualche passo dietro di lei, c’è un giovane altro e vestito con i tipici abiti da pescatore. Faccio un cenno ed entrambi entrano nella torre. Li scruto, non riesco a capire di cosa abbiano bisogno; la Bambina è giovane, e sembra felice, di quella felicità che solo i piccoli possiedono, legata all’infanzia, ai giochi, ai sogni e alle aspettative. Sposto allora la mia attenzione sul giovane Pescatore: è alto, con i capelli neri piuttosto lunghi e scompigliati dal vento e limpidi occhi blu, dello stesso colore del mare. Nel suo sguardo non c’è quella tipica aspettativa che tutti coloro che chiedono aiuto possiedono; c’è più una sorta di dolore lontano, passato. Sono confusa, non riesco a percepire il richiamo d’aiuto. Poi il Pescatore si gira verso di me e mi spiega che lui e la sorella sono stati sorpresi dalla tempesta e hanno bisogno di un posto in cui asciugarsi e aspettare la fine della pioggia. Li guardo sorpresa, nessuno mi ha mai chiesto ospitalità prima d’ora. Dicono che nella vita ci sono momenti che cambiano completamente il tuo destino, scelte che si prendono, a volte inconsapevolmente, e che ci portano verso la strada che, altrimenti, non avremmo preso mai; questo è quel momento per me, è la mia risposta alla domanda del Pescatore a portarlo. La domanda è: < Puoi aiutaci?> La risposta è: <Si.> Il destino ci ha messo lo zampino, lo so, ed è strano per me che del destino non me ne è mai importato nulla, il destino è per chi possiede un numero di anni limitati davanti a se, per me non è così, o almeno lo credevo, prima che il Pescatore e la Bambina entrassero nella mia vita. Sono due giorni che la tempesta continua a sfogare la sua ira la fuori. La Bambina parla moltissimo, fa domande continuamente, e quando scopre la storia delle conchiglie e del dono, vuole conoscere ogni minimo dettaglio. E’ stancante all’inizio, ma dopo un pò mi abituo a lei, alla sua energia vibrante che si espande e tocca ogni cosa, i mobili, le pareti, me. Il Pescatore invece è più silenzioso, sta seduto tutto il giorno in un angolo e ci guarda; ha tirato fuori un pezzo di legno e lo intaglia con un coltellino.
Oggi è il terzo giorno di tempesta. Una tegola del tetto è venuta via, e l’acqua gocciola sulla parete, così il Pescatore si è offerto di salire ad aggiustarla. Io e la Bambina rimaniamo sole; lei osserva le mie conchiglie, le piace farlo; mi chiede quale, tra le tante, donerei a lei, allora le spiego che non funziona così, che ogni persona sente il richiamo della conchiglia a lui destinata, che non sono io a scegliere, è chi ha bisogno di aiuto a trovare la sua cura. Mi guarda pensierosa e mi dice che suo fratello non crede nella magia delle conchiglie, secondo lui ognuno si salva da solo. Poi si avvicina e mi racconta la storia del Pescatore: era innamorato di una ragazza, era bella e gentile, aveva i capelli color del grano, insieme erano felici, e si amavano, di quell’amore puro ed eterno delle fiabe. Un giorno però la giovane era morta, colpita al petto dal cavallo di suo padre. Il dolore era entrato cosi nella vita del Pescatore, all’improvviso, intenso e profondo. Ma aveva continuato a lottare, era andato avanti per la sua famiglia, e per se stesso. L’ ho visto, nel suo sguardo, quel dolore antico ancora presente, non più vivo, ma sopito.
Il quarto giorno di tempesta siamo tutti esausti. Io mi sento strana, irrequieta. Non riesco a stare ferma, mi siedo e mi alzo in continuazione. Il Pescatore mi guarda da sotto le ciglia ed io ricambio. Penso che abbia bisogno del mio aiuto, perché non si può vivere con la sofferenza addosso, che prima o poi quel passato tornerà fuori e lo torturerà, che non riuscirà ad amare di nuovo se il suo cuore è preso in ostaggio. Cosi mi avvicino con il mio cesto di conchiglie e gli chiedo di sceglierne una. Lui mi guarda e dice di no. Insisto, gli dico che il mio dono lo può aiutare, che la conchiglia lo libererà e lo aiuterà ad essere di nuovo felice. Lui sembra quasi irritato e mi chiede di smetterla. Allora mi allontano. Sento dentro di me agitarsi strane sensazioni, non le conosco, e mi spaventano. Anche la paura è una cosa nuova per me. Lo scompiglio è entrato nella mia realtà, non capisco più cosa mi stia succedendo. Mi scopro ad osservare la Bambina ed il Pescatore sempre più spesso. Cambiano ogni giorno. Sono piccole differenze quasi invisibili, ma io le vedo ugualmente. Mi guado dentro il piccolo specchio appeso alla parete, sono sempre uguale, ovviamente. Mi tocco la guancia, la mia pelle è liscia e compatta, perfetta. Sulla superficie vedo comparire due occhi blu che mi osservano. Ci guardiamo a vicenda dentro lo specchio. Poi lui parla e mi dice che ho gli occhi limpidi come le stelle, argentati e immobili, occhi lontani. I suoi invece sono occhi vivi. Occhi che raccontano storie vissute, occhi cangianti, sempre in movimento. Questa sera il pescatore è più gentile, lo sento. Si avvicina a me e mi sorride. Quanta vita che c'è in lui. Quanti sogni per il futuro deve avere. Quanto diversa deve essere la sua realtà dalla mia. Ma ora, qui, vicino a me, sembra che la distanza tra i nostri mondi si assottigli, diventa un velo di chiffon, che lascia intravedere qualcosa. Parla il pescatore questa sera. Parla e racconta. <So che ti chiedi perché non voglio il tuo aiuto, la risposta è semplice: perché questo dolore che mi porto dentro mi ricorda che ho amato, mi ricorda come eravamo assieme e quello che ci siamo promessi. Ed anche se ora lei non c'è più, non voglio dimenticare ciò che ho provato. Se si è amato come ho amato io allora anche la sofferenza sarà altrettanto forte. Ricordo e dolore sono uniti per me, senza l’uno non ci sarebbe l’altro, e allora accetto questa realtà e li tengo entrambi. Va bene così, tutto ciò non mi impedisce di vivere, mi aiuta solo a non dimenticare.> Le sue parole mi entrano dentro e mi sconvolgono. Non vuole smettere di soffrire per ricordare l'amore. E’ la prima volta che vedo la sofferenza sotto questa luce, io che l ho sempre combattuta con il mio dono, non ho mai pensato che potesse essere un mezzo per continuare ad amare. Penso che non ci sia niente di più coraggioso al mondo di questo, di vivere accettando tutto ciò che la vita ci offre, gioia, dolore, amore, tristezza. Continuo a guardarlo ma non rispondo. Lascio che questa sua verità mi entri dentro, mi penetri nella pelle e nelle ossa. La assaporo, e, per la prima volt, sento che potrei non essere solo Gaia, colei che porta la felicità, ma potrei essere una donna qualunque, seduta affianco ad un uomo che non ha bisogno del mio aiuto, che non ha bisogno delle conchiglie, che mi guarda e vede solo me.
Il quinto giorno la pioggia smette, il vento rallenta la sua corsa. Il Pescatore dice che è tempo di andare. La Bambina sembra dispiaciuta, ma le passera, i bambini dimenticano subito. Il Pescatore mi osserva, poi mi allunga un fagotto avvolto in un fazzoletto grigio. Lo prendo. Lui mi sorride e se ne va. Apro il fazzoletto e dentro c'è una conchiglia di legno, piccola e perfetta. E' una bolma rugosa, la conchiglia del ricordo che viene regalata come promessa di ritorno. Significa < Aspettami. Tornerò>. La stringo nella mano, e percepisco, sulla sua liscia superficie, il tocco dolce del Pescatore. Ma lo so, la sua è una promessa da marinaio. Non tornerà.
Ogni giorno mi guardo allo specchio. Non sono diversa. Eppure mi sento diversa. O forse vorrei essere diversa? Volere...Essere... cosa sono? Cosa voglio? Specchio. Io. Uguale. Cambia. Cambia. Cambia. Sempre la stessa. Cambia. Cambia. Sempre io. Cambia. No. Non posso cambiare.
Il primo giorno dell'autunno è arrivato. Ho iniziato a contare le stagioni. Mi piace sapere in che momento del ciclo della natura sto esistendo. Perché io esisto, non vivo, la mia è una realtà, non una vita, eppure voglio anche io far parte della natura. Anche io voglio appartenere a questo mondo che gira repentino, dove regna il caos, dove la gente ama e soffre. Anche io voglio contribuire al ciclo di nascita e morte.
Vado in spiaggia. Mi avvicino alla riva. L'acqua mi sfiora le dita dei piedi, sembra una carezza, il richiamo di un'amante voglioso. E penso che ci dev’ essere qualcosa si sacro nel sale, lo ritroviamo nelle nostre lacrime e nel mare. In lontananza, sulla spiaggia, ci sono due puntini, uno nero seguito da uno rosso corallo. Forse sono il Pescatore con la Bambina. Forse no. Pescatore eccomi qui, mi vedi? Sono di fronte al mare, il mio amico fidato, con i capelli sciolti e l'abito sgualcito dalle notti insonni; se mi guardassi ora forse non vedresti più la bella ragazza dagli occhi luccicanti come stelle, vedresti una donna stanca, soffocata dai troppi pensieri e dubbi e da una vita troppo lunga. Non desiderare una vita eterna, Pescatore, una vita senza stagioni, senza cambiamenti, ma soprattutto, non avere paura della morte, fa parte dell’imprevedibile avventura che ti è stata data in dono. Non avere paura di una vita che finisce, abbi solo paura di una vita non vissuta, una vita come la mia. Ti ricordi? Tu mi hai donato la tua verità, mi hai fatto capire che il dolore e la sofferenza appartengono all'essere umano e sono necessari per vivere, allo stesso modo della gioia e della felicità. Avevi ragione. Ma io cosa sono senza il mio potere? Che ne è di Gaia senza le sue conchiglie e senza poter aiutare le persone? La mia realtà è questa, io sono questo. Se non posso svolgere questo unico mio compito allora non sono più niente.
La carezza del mare è sempre più insistente e sempre più invitante, ora la sua mano ghiacciata risale lungo le mie cosce e mi attira sempre di più verso di lui. Lascio andare il pezzo di veste che stavo trattenendo e le mie conchiglie, care compagne, si gettano felici tra le acque nere, si spingono tra loro, per arrivare per prime tra gli abissi, la loro casa. L'ultima a scendere è la bolma rugosa, la conchiglia di legno del pescatore. Rimane ferma un attimo, come a volermi salutare, lei che mi ha rammentato ogni giorno un incontro che altrimenti non avrei creduto reale.
Se la mia realtà fosse diversa me ne andrei, Pescatore. Salirei su una barca e prenderei il largo, visiterei posti nuovi, vedrei gente diversa, parlerei con loro senza paura perché non sentirei più il loro dolore, sarei come te. Non sai quanto tu sia fortunato. Ogni giorno davanti allo specchio noterei qualcosa di diverso, una ruga in più forse, o un capello bianco, piccoli segni della vita che scorre anche su di me e non più al di fuori di me. Potrei arrabbiarmi, sognare, fare progetti, vivere nell’incertezza del domani, soffrire e amare. Si, perché mi innamorerei perdutamente e forse sceglierei di appartenere a qualcuno, io, che sono sempre stata solo di me stessa, sarei di un altro. Avrei dei figli e, forse, capirei meglio quell'amore viscerarle che unisce una madre al proprio bambino, che li rende due in uno. Sarei cosi felice, Pescatore.
Il mare mi chiama, e mi sussurra dolci promesse. Ora, mi bacia delicato il petto, poi il collo; i capelli si sono aperti a ventaglio, sono fradici di acqua e pesanti, come le vesti che mi si attorcigliano al corpo e mi spingono giù. Chiudo gli occhi al rumore delle onde e mi lascio cullare da loro. Sento delle voci dietro di me, sembrano disperate, sono echi lontani, non le riconosco, non so chi stanno chiamando, sicuramente non me. Vado avanti, finche l'acqua non mi sommerge nel suo abbraccio infinito. Silenzio. Tutto quello che c'è qui è silenzio. Niente più dolore, amore, vita. Solo Silenzio. Il Mio attimo passa, ma questa volta non riemergo. Questa è la mia scelta. Ho risposto all’ultimo richiamo, quello del mare.
Volete sapere il mio nome ora? Non ve lo dirò. Vi dirò invece come avrei voluto chiamarmi se, qualcuno, avesse risposto al mio di richiamo, a quella muta richiesta d'aiuto che non sapevo di aver inviato e mi avesse salvata. Avrei scelto un nome corto, un nome che avrei potuto pronunciare con leggerezza, senza paura, un nome da donna che crede, che sogna e fa progetti. Mi sarei chiamata Hope. Speranza.