IL MENESTRELLO

Il boccale pestò contro il bordo nero del tavolino.
«Ehi tu, vieni qua, cantaci qualcosa.»
Era vuoto e scheggiato verso il manico. Era un brutto boccale, vecchio e opaco; respingeva anche la luce, la poca luce che illuminava a sprazzi il locale, lasciando che le ombre dipingessero le pareti scolorite dalla muffa.
Alzai gli occhi dal mio sidro. L’uomo che stringeva il boccale aveva due denti d’oro, i canini. Più che sorridere, mostrava i denti, tutti, come un cane pronto ad azzannare. Un orecchino gli pendeva dal setto nasale. Una massa di capelli scuri e sporchi gli scivolavano oltre le spalle in ricci stopposi. Nell’incavo della spalla si scorgevano le lingue nere di un tatuaggio, uno di quelli artigianali, fatti con la polvere di piombo. Uno di quelli che indicavano l’appartenenza ai Leoni Neri. La cappa scura giaceva su una sedia cui mancava un bracciolo, sopra la cappa stava una Super Redhawk modificata.
Era circondato da altri tre suoi simili, che mi guardavano senza interesse, gli occhi annebbiati dalla noia più che dalla pessima birra che veniva distillata in quella bettola.
«Signore, temo che non riuscirei ad allietarvi«, risposi.
Lei mi riposava sulle gambe, rossa e con quella ferita che aveva rimediato a Calidhor, e che quasi l’aveva spezzata in due. Era stato uno dei “Neri” a sfregiarla: non aveva gradito la storia che gli avevamo cantato. Quell’esperienza era servita da lezione a tutti e tre. Anche se solo io e lei ne avremmo beneficiato per il futuro.
Dall’unico vetro presente nel locale si scorgeva a fatica l’esterno. Il pouloer, il “vento di polvere”, continuava a schiaffeggiare le assi che impedivano a quella baracca di crollare a terra; non c’era alcuna possibilità di uscire di lì. A volte il vento durava giorni interi: a Metrisa avevo sentito parlare di una decina di keepers rimasti intrappolati in una cantina per un mese, con il pouloer che travolgeva le pareti, che si infilava negli interstizi tra i mattoni, scavando nel cemento. Quando il vento era infine cessato, bruscamente come al solito, i keepers non erano più dieci, ma sette. E i cadaveri della madre e dei due bambini che i viaggiatori avevano abbandonato nella cantina erano nient’altro che ossa, ripulite di ogni traccia di carne che un tempo aveva dato loro una forma.
In pratica: uscire fuori con il pouloer che imperversava era un puro atto suicida.
«Menestrello, vieni qua. Raccontaci una storia. Hai una bella chitarra. Lascia che sia tua e bella ancora per qualche giorno.» Il boccale scheggiato mi sfiorò la spalla, schiantandosi contro il muro che mi stava di fronte. Il barista abbozzò un sorriso e non si chinò a raccogliere i cocci. Non c’erano più vetrai, e le scorte di suppellettili scarseggiavano ovunque, ma non avrebbe mai osato dire a un Leone Nero di non frantumare la sua roba: piuttosto si sarebbe adattato a bere dalle coppe di gomma ricavate dagli pneumatici sfasciati.
«Messere, non volevo essere sgarbato. Se è questo il vostro desiderio», sospirai. Bevvi d’un fiato il mio sidro. Non era differente dall’acqua salata che mi aveva accompagnato nel viaggio fino a quel luogo. Lasciai sul bancone una moneta e tre proiettili. Il barista raccolse tutto nel palmo della mano, soppesando le munizioni. Il denaro serviva ormai relativamente a poco, ma proiettili e armi avevano un valore che non sarebbe diminuito molto presto.
Mi avvicinai al tavolino dei Neri, la chitarra a tracolla.
Uno schiocco di dita mi precedette e una ragazzina comparve al tavolo con un vassoio sul quale alloggiavano quattro boccali traboccanti di birra scura. Raccolse quelli vuoti e si allontanò, veloce e silenziosa. La piaga che le percorreva il lato destro del volto le feriva la pelle come il morso di un animale vorace. Puzzava di cancrena.
L’uomo con l’orecchino mi squadrò. Non dovevo avere un aspetto usuale. Non per lui. Chissà da quanto tempo non varcava le trincee scavate attorno a Polisena. Io stesso avevo impiegato un giorno in più di quanto previsto per attraversarle, rimettendoci un cavallo.
«Cosa volete che vi racconti?», chiesi.
«Una storia qualunque, basta che sia allegra»¸ replicò lui. Prese il boccale, trangugiando metà della bevanda in un solo colpo.
«Potrei raccontarvi la storia dei due amanti»¸ azzardai.
Volevano sempre le stesse cose, i “Neri”: sempre storie allegre. E le volevano da me. Che nemmeno quando l’allegria abbondava ero in grado di raccontarle. Una lampadina appesa al soffitto mandò un ultimo bagliore sfrigolante, prima di esplodere.
«Quello che ti pare», ribadì il Nero. Fissava il punto, in fondo al locale, in cui la lampadina si era spenta. Gli altri posavano i loro occhi annoiati alternativamente su di me e su lei. Era e restava una bella chitarra, nonostante lo sfregio. Ma non valeva nulla, non più. Tutto il suo valore ero io, che sapevo come farla cantare.
Mi guardai attorno, alla ricerca di un amplificatore. Quella bettola aveva, all’esterno, un’insegna arrugginita che recitava “Il gatto nero – angolo blues”, e il piccolo palco a semicerchio nascosto dietro una catasta di sedie rotte confermava che un tempo, lì dentro, si suonava. Era stato per quel motivo, oltre che per il sopraggiungere del vento, che avevo deciso di entrare.
Incrociai lo sguardo del barista. Indossava una maglia bianca, sporca sotto le ascelle, e un paio di pantaloni neri troppo larghi per lui. Sulla maglietta portava un panciotto verde, da croupier.
«Dov’è l’amplificatore?», chiesi.
Il barista sputò a terra, prima di rispondermi, sghignazzando.
«E la corrente per farlo funzionare dove la prenderesti? Non ho un gruppo elettrico così forte per far suonare te e mantenere la luce qua dentro.»
«Messere…»
Alla risposta del barista il Nero si era già alzato, senza che occorresse il mio intervento. Lo fissò. Poco. Non c’era bisogno di dire o fare niente quando un Leone Nero aveva deciso una cosa: o la si faceva, o lo si contrariava, accettando le conseguenze di quella decisione.
Eppure il barista non capitolò. Non quella volta.
«Mi dispiace, Ser Ibris, ma non posso accontentarvi. Anche volendo. Non ho più l’apparecchio da un pezzo. Da mesi. E poi la sua chitarra suona anche senza bisogno di un amplificatore», soggiunse, accompagnando la dichiarazione con un gesto secco del mento, che era percorso al centro da una fossa piccola e profonda.
Il Nero si voltò verso di me.
«È vero?», chiese, alzando un sopracciglio folto.
Annuii.
«Sì, ma il suono risulterà meno limpido, più distorto.»
«Pensi me ne freghi qualcosa?», borbottò lui, tornando a sedersi, di peso, sulla poltroncina di ferro. «Suona», aggiunse.
Gli altri tre si erano allungati sugli schienali delle sedie. Nel locale non c’erano altri avventori. Il “vento di polvere” graffiò contro la porta.
«Vi racconterò, -vi racconteremo-, la storia dei due amanti, allora. È la più allegra che conosca», dissi, imbracciando la mia chitarra.
Il Nero bevve il resto della sua birra, senza smettere di fissare l’angolo buio dove, qualche minuto prima, la lampadina era morta.
«“L’amore è la più buia delle prigioni”, dicevano le vecchie, i nipotini in braccio che succhiavano pane cosparso di zucchero. E raccontavano, mentre le nipoti più grandi rinfocolavano il camino, la storia dei due amanti, che per amore persero tutto.
Dirce e Iolao, si chiamavano i due; si amavano sin da piccoli, si amavano senza possibilità di sfuggire al loro amore.
Si amavano come la lucertola ama il sole; come la terra ama l’acqua. Si amavano come la rosa ama le sue spine. E l’uno era la spina dell’altra.
Si amavano senza riserva, senza attesa, senza pudore. Erano lo scandalo delle loro famiglie.
Erano un’indecenza quegli occhi che brillavano solo alla vista dell’altro, quelle bocche che non facevano altro che baciare. Quelle mani che frugavano ovunque, dovunque; in pubblico, all’aperto, in ogni luogo fosse loro concesso di stare assieme.
E più le famiglie si opponevano a quegli incontri, più forte era l’impegno che i due mettevano per disubbidire agli ordini.
Nessuno sapeva, nemmeno Iolao, che Dirce aveva promesso. Aveva promesso e giurato la sua vita per l’amore. Dirce, la solitaria, finalmente amata purché rispettasse le condizioni del patto. Dirce che aveva stregato Iolao, intrappolandolo nel suo cuore per dodici mesi. Per dodici mesi, Dirce si concesse ai pasti del cuore, finché il suo cuore non si ammalò. Non aveva rispettato il patto; allo scadere del dodicesimo mese non aveva compiuto il sacrificio richiesto, e la malattia, l’eterna corruzione senza lo scampo della morte, era quella la sua condanna.
Era una malattia che non lasciava scampo, che la teneva immobilizzata a letto.
Nessun medico sapeva come curarla; e la malattia la consumava dall’interno come un lupo che le si fosse acquattato in grembo, pronto a divorarla alla prima occasione.
Dirce moriva e a Iolao era impedito l’accesso alla sua stanza, al suo capezzale. Le tendine della sua camera erano sempre tirate, cosicché lui non poteva nemmeno sbirciare all’interno.
Anche Iolao voleva ammalarsi di quello stesso male, voleva condividere con la sua amante i cuccioli di quel lupo che la stava sbranando. E il non poterlo fare lo stava gettando nella follia più nera.
“Potresti salvarla”, gli disse un giorno un medico. Era un medico di grande fama, uno dei migliori chirurghi prima che la medicina non avesse più valore. Lo aveva seguito nel bar in cui Iolao si rifugiava, cercando di annegare il suo dolore. Gli si era seduto vicino.
“Come, come posso salvarla?”, Iolao afferrò il medico per il bavero. L’altro non si scompose.
“Potresti donarle il tuo cuore. È di un trapianto che ha bisogno.”
Iolao ci rifletté qualche minuto, non di più: se avesse rifiutato, Dirce sarebbe morta. Accettando, invece, si sarebbe unito a lei per sempre, le sarebbe stato dentro, più di quanto non fosse stato fino a quel momento. Così disse di sì.
Lo fecero una notte, al buio, nella stanza di un ospedale. Iolao arrivò, sdraiato su un lettino, scortato da due infermiere. Il medico lo attendeva nella sala operatoria. Era tutto pronto: i ferri chirurgici su un vassoietto e, poco distante, la valigia bianca che avrebbe contenuto il suo cuore, prima del trapianto.
Fu l’ultima cosa che Iolao vide nella sua vita, prima di addormentarsi per sempre.»
Mi interruppi, avevo sbagliato un accordo e lei se ne risentì. I tre Neri mi guardavano, le birre quasi intatte nei boccali sporchi. Solo Ser Ibris sembrava distante, distratto, affatto interessato. Mi sbagliavo.
«Continua», mi disse. «Concludi la tua storia.»
«Il giorno seguente, Dirce aprì gli occhi. Il lupo era andato via, aveva smesso di tormentarla. Era bella, e viva, come non era più stata in quelle ultime settimane.
Quella stessa notte, mentre il respiro ne abbandonava il corpo, il cuore di Iolao si era consumato tra le fiamme di un fuoco acceso su un piatto d’oro.
Nessuno parlò più di lui: né Dirce, né nessun altro.
E fu come se non fosse mai esistito.»
«Un cuore per un cuore», mormorò il Nero, quando mi interruppi per la seconda volta. Avrei dovuto chiudere con un ultimo accordo, ma i polpastrelli sanguinavano, e le dita scivolavano sulle corde. Annuii.
«Conoscevo già questa storia. Anche se la ricordavo diversa. Ma immagino voi menestrelli ci mettiate un po’ del vostro, quando raccontate», disse.
Annuii ancora. La lampadina che stava sopra il tavolo dei quattro uomini sfarfallò.
«Ciononostante, non è una storia allegra», commentò.
«Lo è. Anche se non è divertente. È una storia d’amore, e l’amore è una faccenda allegra, di questi tempi.»
«Sei anche filosofo, menestrello?»
Posai a terra la chitarra. Avevo la gola secca. Nessuno dei quattro mi offrì una sorsata della loro birra. Il barista sonnecchiava sul bancone; il poulouer sembrava in procinto di acquietarsi.
«Non vi è piaciuta?», chiesi.
«No. Al contrario. Ma non è la storia che ti avevo chiesto», disse lui.
Le ombre avevano preso ad agitarsi sulle pareti sporche del bar, mentre le lampadine lanciavano bagliori tremolanti. Un paio esplosero in una pioggia sottile di vetro caldo.
«Vi consiglio di non agire impulsivamente, messere», provai ad avvisarlo, mentre lui e i suoi tre sottoposti si alzavano dalle loro sedie. Avevo ripreso la mia chitarra, tirandomela dietro.
«Te l’avevo detto: una bella storia per la tua bella chitarra», disse lui, stringendosi il pugno tra le dita.
L’ultima lampadina ancora funzionante, scintillò in una fiammata, prima che il locale fosse annegato dal buio.
Il “vento di polvere” ha smesso da un paio d’ore di soffiare. Riprenderò a breve il mio cammino; il tempo di finire un altro paio di boccali di sidro. La bambina con la piaga incancrenita sul volto non smette di fissare i corpi dei quattro Neri, accasciati sulle gambe del tavolino, rovesciato sul pavimento. Quello del barista non può vederlo: è steso dietro il bancone.
La bambina è muta, almeno così mi è sembrato di capire. Le ho offerto il cuore di Ser Ibris, le ho giurato che sarebbe guarita se l’avesse mangiato, ma, non so bene come, deve aver capito chi sono, perché ha rifiutato.
Pochi rifiutano i miei doni.
Sono quelli che mi costringono ad andare avanti, a esplorare, a cantare. A raccontare le storie di un mondo in rovina, un mondo che ho quasi fatto mio e che, prima o poi, ne sono certo, mi apparterrà –ci apparterrà- completamente.
Non ho altro posto dove andare, dove risposarmi, che non sia la strada.
Chissà dove mi porterà, questa volta.
Con lei che canta al mio fianco, posso arrivare ovunque.
FINE