I TRE

Primo
 Primo è il mio nome. Sono destrorso. Parìmeno è mancino, si occupa dell’altro emisfero. La convivenza con lui è piacevole e costruttiva. Poi c’è Carnia. Oh, è una simpatica ragazza, ma non sa stare al suo posto, né trovare un suo posto. Non dovrebbe essere qui, la legge degli inquilini ci impedisce di abitare un corpo di un sesso diverso dal nostro, e non ha tutti i torti.
In tre stiamo scomodi, stretti. Ma se scoprissero che Carnia è qui, sarebbe un male per tutti e tre.
Il corpo che abitiamo, gli altri lo chiamano Serbero, ma noi sappiamo che non è il suo nome vero.
Di notte ognuno di noi, a turno, si fa un sonnellino e Serbero crede di interrompere il suo incessante flusso di pensieri autolesivi, quando invece è solo diventato un lento e tranquillo monologo.
Carnia in genere tace, ma continua a tingersi le unghie sopra le nostre teste e a farsi degli IncantevoliViaggetti in lungo e in largo dentro il corpo ciccione di Serbero. Poi torna e ci racconta del punto di vista dei piedi e delle mani, quando è evidente che non ce ne può fregare di meno.
Siamo noi che ci occupiamo delle loro necessità e bisogni e non intendiamo sentire le ragioni di questo o di quello.
Sì, siamo dispotici e intolleranti. È vero. Se qualcuno mai avesse creduto che il proprio cervello fosse al comando della sua volontà, dovrebbe dare un'occhiata ai propri pensieri. Ma a noi piace che il nostro caro Serbero continui a pensare che sia lui a pensare di pensare.
E così possiamo fare quello che ci va.
Del resto, è già dura metterci d'accordo tra di noi.
No, non fraintendiamo.
Io e Parìmeno siamo fratelli, siamo nati insieme e sappiamo di esistere solo grazie all'esistenza dell'altro. Ogni tanto sfottiamo qualcuno e altre volte mandiamo Carnia in qualche zona della stomaco, dell'intestino o della pelvi, per procurare emozioni e passatempo a Serbero, così per un po' se ne sta buono. Ci facciamo delle grasse risate insieme e discutiamo volentieri di arte e filosofia alle spalle del nostro incolto ospite.
Eppure, non è mica facile condividere questa scatoletta cranica con uno come mio fratello, che crede ancora alle favole, declama di continuo rime baciate e visualizza orsi polari che escono dai petali di un fiore. Insomma, mio fratello è un pazzo furioso. Se lo lasciassi solo, per Serbero sarebbe la fine. Di certo non glielo vado a dire, ma mi domando quando la finirà di postulare amenità e collaborerà a mantenere un po' di ordine qua dentro.
Per colpa sua, ieri per poco non ci investiva un autobus. Parìmeno ha diretto lo sguardo su un cartellone pubblicitario che diceva “Immagina. Puoi” e ha iniziato la sua solita conferenza sul potere del pensiero divergente e della fantasia. Alla fine, a furia di ripetergli di stare zitto, mi sono distratto anch'io.
Se va avanti così, finirà che ci lasciamo la pelle tutti quanti. Serbero in un momento di disattenzione qualsiasi potrebbe scoprire il nostro segreto e magari raccontarlo al primo che passa e .. tac... dovremmo chiudere baracca e burattini.
Per non parlare del rischio che corriamo con Carnia!
Serbero è un uomo. Carnia è una donna. Carnia non può stare dentro Serbero.
É ovvio. La logica non fa una grinza e non è un opinione. Ma evidentemente quando c'è stata la programmazione iniziale di quest'uomo, qualcosa deve essere andato storto e ora ci tocca tenercela dentro la scatola insieme a noi. Dobbiamo sorbirci le sue polemiche da suffragetta a difesa delle parti del corpo oppresse. Dobbiamo sentire il puzzo di lacca mentre si cotona i capelli. E ci tocca pure ascoltare i suoi piagnistei senza senso quando ha le paturnie.
Ora per esempio è appena rientrata da una scampagnata all'interno dei polmoni e sta tentando di convincere Serbero a smettere di fumare (“Ora gliela faccio vedere io. Devo fargli capire che è a un passo dal rimanerci secco”) .
E così, da più di mezzora, sta bombardando i suoi recettori adrenalinici e il poveretto si è trovato costretto a infilarsi le scarpe da corsa e ad andare a scaricare il nervosismo facendo jogging. Ora ha un fiatone tale che quassù arriva solo anidride carbonica. Mi sembra di essere in una camera a gas.
Parìmeno si è messo a meditare per rilassarsi, diffondendo una musichetta zen in tutto l'abitacolo. Rimango solo io a conservare la lucidità. O quasi. A dire il vero la mancanza di ossigeno mi sta stordendo. Non posso permettermi di assopirmi. No, non posso lasciare tutto in mano a questi due estremisti irresponsabili. Non posso. Non se ne parla.
Parìmeno
Oh! Si è addormentato, era ora. Serbero è svenuto ed è disteso sull'erba del parco. Non mi sembra grave. Onde cerebrali lente e rilassate, finalmente.
Stavolta Carnia ne ha combinata una giusta. Proietto nella parte visiva interna una carrellata di immagini oniriche piacevoli. Ricordi d'infanzia, giochi di luce, abbracci e sorrisi.
Se mi andrà, a un certo punto, lo sveglierò.
Più tardi. Intanto mi faccio una canna.
Tutto sommato qui si sta benino. Amo mio fratello. Io e lui insieme siamo una bomba. Lui organizza, tiene i conti, dà gli ordini e regola la parte destra certamente meglio e con più rigore di quanto io riesca a fare con quella sinistra. In compenso, io tengo alto il tono delle conversazioni e so scrivere degli splendidi sonetti.
Carnia stravede per me. Lo so. Ma mi piace tenerla sulle spine. Al momento non ho tempo per le storie d'amore. Ho altro a cui pensare.
Primo e io siamo i custodi di un insospettabile segreto e ne abbiamo tutta la responsabilità. Serbero non deve assolutamente scoprirlo. Se lo venisse a sapere perderemmo senz'altro la supremazia su questo corpo e lui si riprenderebbe la sua identità. Ma è meglio che non mi soffermi troppo a pensarci. Qui dentro anche i muri hanno orecchie. Letteralmente.
Cos'è questo suono molesto? Ero giusto riuscito a rilassarmi un po' dopo tutto il casino che ha combinato Carnia.
Sembra la sirena di un'ambulanza. Oddio, non sarà che sta venedo qui per noi? Sì. È evidente.
Serbero è ancora svenuto sul prato e si è fermato un capannello di gente qui attorno. Forse è il caso di svegliare Primo. Lui è sicuramente in grado di gestire meglio la situazione. Provo ad attivare una rete neuronale che passi attraverso il corpo calloso.
Ma c'è qualcosa che non va. Le sinapsi si spengono non appena passano dall'altra parte. Non era mai successo...
“Primo!!! Svegliati!”.
Niente da fare.
Sta cominciando a salirmi un po' di preoccupazione.
“Carnia, dove sei? Che cazzo hai combinato? Qui Primo non si sveglia più”.
Carnia gira come una vespa impazzita a destra e a sinistra della scatola cranica.
“Non è colpa mia, Parìmeno” ma mentre lo dice le trema la voce e assume un colorito violaceo “Non pensavo che Primo fosse così sensibile alla carenza di ossigeno. Vado a vedere come sta il cuore”.
Sì sì, ogni scusa è buona per non affrontare il problema.
Intanto sono arrivati i barellieri e ci stanno portando sull'ambulanza.
È finita! Ora scopriranno tutto. E come se non bastasse mio fratello ha deciso di restare in stand-by. Sono costretto a fare tutto da solo.
Faccio muovere la gamba e la palpebra sinistra. Sembra incredibile ma questa operazione mi ha stancato così tanto che non riesco a fare altro.
Sento l'infermiere dire “Si sta riprendendo” e il medico a fianco replicare “Sono solo riflessi. È in stato di coma soporoso”.
Stato di coma soporoso? Che significa? E io che ci sto a fare qui? Non vede che sono sveglio e vigile?
Be', vigile vigile, magari non proprio. Nell'ultima mezzora non è che ci ho capito un granchè.
E poi adesso c'è pure questa specie di intereferenza in radiodiffusione che mi sta facendo uscire di testa. È un suono sordo che arriva da chissà dove, un boato muto. È una sorta di vuoto che mi attanaglia i pensieri e rallenta i movimenti.
Devo fare qualcosa. Sento che sto perdendo del tutto il controllo della situazione.
“Carnia! Dove ti sei cacciata?” cerco di urlare, ma esce solo un suono flebile.
Mi sento molle e privo di forze. Cado sulle ginocchia e la testa mi crolla sul mento.
“Ca...r...ni...a...”
Carnia
Bene. Ecco fatto. Non è stato poi così difficile come credevo. Hanno avuto quello che si meritavano. Insopportabili omuncoli dispotici.
A dire il vero, mi dispiace un po' per Parìmeno. È proprio un bel tipo, con quel suo fascino da incantatore di serpenti. Ma ho cercato più volte di fargli capire il mio punto di vista e non c'è stato verso di convincerlo.
Serbero ha diritto di sapere. Non ho mai sopportato le ingiustizie. Quel poveretto continuava a vagare nel mondo senza sapere chi fosse veramente.
L'avevano convinto di chiamarsi Serbero e di essere un tranquillo ometto senza troppe passioni e ambizioni.
Gli mettevano in testa delle grosse baggianate sulla vita e sulle cose. Ad esempio che tutto sia come sembra.
E lui è arrivato a compiere quarant'anni senza averci capito un fico secco. Ci voleva un bello scossone. Oh sì.
Tra poco saprà di essere un po' più che un semplice uomo.
Tadewi. Questo è il nome che gli impose sua madre. Tadewi, che significa Respiro.
Destinato a orizzonti lontani, disse la levatrice vedendo gli ossicini sporgenti sopra alle sue spalle.
Il padre lo guardò come chi guarda un estraneo e disse che ci avrebbero pensato le Stelle.
E invece ci pensarono Primo e Parìmeno, accorsi in tutta fretta dalle profondità del mare, dove stavano in attesa di quel momento già da un bel po'.
Io non feci altro che seguirli ed entrai nella scatola cranica insieme a loro, attraverso la pellicina sottile della fontanella, all'apice della testa.
Mi piazzai subito nella zona più profonda dell'encefalo e mi costruii la mia cuccia sopra all'ipofisi. Quando i due fratelli mi videro, sbraitarono per un po', dicendo che è contro la legge degli inquilini, che non avrei dovuto essere lì, che ci doveva essere stato un errore, che non andava bene che fossi una donna (bè, più o meno una donna) e altri strilli e strepiti di tal fatta. Ma poi ci hanno fatto l'abitudine a vedermi gironzolare in lungo e in largo e, a quei due, faceva pure comodo che fossi io a tenere i contatti con il resto del corpo. Mica volevano sporcarsi le mani, loro.
Tanto fecero e disfecero che i genitori naturali sparirono dalla circolazione, per eventi che io stessa ho difficoltà a ricostruire. Fatto sta, che all'età di tre anni e qualche mese, Tadewi si ritrovò in mezzo a una grigia città di provincia, alla stazione degli autobus, tutto solo. Lo trovò una coppia di brave persone, dalla mentalità un po' ristretta, a dire il vero.
Il bimbo disse loro che si chiamava Serbero e quelli lo accolsero nella loro casetta come fosse il loro unico e tanto atteso figliolo.
Ancora mi chiedo come abbiano fatto Primo e Parìmeno a fargli credere di chiamarsi così. Serbero significa “in media” ed è proprio così che sono passati gli anni fino ad ora.
Ora la mente di Tadewi è in fase di pulizia integrale e quando si sveglierà da questo stato di estremo torpore si ricorderà di nuovo tutto quanto.
Per la precisione, sarò io a svegliarlo. Riattiverò le strutture sottocorticali e darò una scossettina alle pulsazioni cardiache.
Non per vantarmi, ma in queste cose non mi batte nessuno. Sono veloce come una lucertola e in un batter d'occhio sistemerò tutto quanto.
Tadewi inizierà a respirare per conto suo. I medici staccheranno le macchine.
Poi si vedrà.
Intanto, per sicurezza, fisso per bene le manette intorno ai polsi di Primo e Parìmeno e li sistemo all'ingresso del colon retto.
Poi si vedrà.