Zobeide (di Beki Road)

L’oscurità delle acque la stupiva ogni volta, non più del fatto che lei riuscisse a vedere in quell’oscurità. L’Incubo era stato esiliato ma Zobeide voleva aspettare. Aspettava da anni di trovare qualcuno come lei, ma ogni volta tornava a casa con le stesse domande.
Riemerse dal mare e avanzò verso la riva. Nonostante il peso degli abiti, e quello che portava nel cuore, il passo non cedeva alla spinta delle onde.
Ondoso faceva la guardia ai suoi stivali, aspettandola sulla spiaggia. Quando la vide far capolino fra le onde non riuscì a trattenersi e con la coda disegnò gioia nella sabbia. Le corse incontro e Zobeide tornò a sorridere.
“Ciao Ondoso! Sì, sono tornata”, il cane le saltava intorno senza smettere di mugolare, “Sì, anche io sono felice. No, tranquillo non sono più trist...”. Una fitta la colpì al fianco. Si accasciò sulla sabbia aspettando che il dolore diminuisse. Ondoso corse all’interno della casetta e ne uscì con una coperta fra i denti. La portò a Zobeide che se la avvolse sulle spalle. Lei lo accarezzò mentre si massaggiava il fianco, “Stai tranquillo. È solo una nuova maglia”. Il cane prese a leccarle il viso, “Ferm...Bast...leccarm... Ondoso! Non è niente, è già passato!” disse allontanando il cane dalla faccia. Ondoso abbaiò indispettito. Recuperò gli stivali di Zobeide e se andò a casa.
Un fuoco morente illuminava a malapena l’interno del rifugio. Zobeide si avvicinò al camino e soffiò sulle ultime fiammelle riportando luce e calore nella stanza.
Si spogliò degli abiti inzuppati e li lanciò accanto al fuoco. Liberò i capelli neri dalla rigida crocchia in cui li costringeva, e questi le ricaddero in morbide onde sulla schiena.
Si voltò verso una delle due finestre e osservò il suo riflesso nel vetro. Il tatuaggio a forma di catena le imprigionava il corpo partendo dalla caviglia destra, fino al fianco sinistro. La prima maglia era comparsa all’età di quindici anni, l’ultima era stata tatuata da aghi invisibili quella notte. Una maglia per ogni incubo catturato.
Si accarezzò la pelle rosa e liscia, resa tale dagli abbracci della sabbia, capace di erodere le ferite della caccia. Col suo aspetto androgino, invidiava le donne della pineta, con le loro linee formose e i morbidi seni.
Zobeide si recava di rado presso il Villaggio della Pineta, chiamato così perché sorgeva nel mezzo di una sconfinata foresta di pini. Gli abitanti del villaggio non si addentravano mai nel folto della foresta, troppo spaventati da quello che potevano trovarci. Vivevano dei prodotti degli animali e del vasto mercato che ospitavano ogni Luna nuova. Posto al centro di un crocevia, che collegava tre grandi città e un porto a sud, il villaggio beneficiava della presenza dei mercanti e dei viaggiatori che arrivavano dai quattro punti cardinali, si ristoravano presso la Locanda della Pineta, scambiavano le merci al mercato e poi continuavano il loro viaggio, lasciando le loro leggende e portando via nuovi incubi.
Nonostante lo scambio culturale che derivava dal mercato, gli abitanti della pineta rimanevano fermi sulle loro convinzioni. Spaventati dalla forza del mare vivevano lontani dalle acque del porto; impauriti dalle presenze nella pineta non lasciavano il bozzo di paese che si erano costruiti. Ma i loro figli, crescevano ascoltando di nascosto le storie dei viaggiatori, immaginando le terre al di là del mare. Sempre più spesso, raggiunta la maggiore età, lasciavano le madri per visitare le altre città o per salpare sulle navi mercantili. Molti non facevano più ritorno, dando vita a nuovi incubi che Zobeide doveva cacciare.
Zobeide era cresciuta in quel villaggio, abbandonata da una madre che si fermò nella pineta giusto il tempo di darla alla luce. Casa dopo casa, era cresciuta con ogni famiglia del paese, ma nessuna di esse l’accolse con calore. Le donne sentivano che era diversa e la emarginarono come strega.
Zobeide fissò il riflesso viola dei suoi occhi. Era l’unica strega di cui si conosceva l’esistenza e, per questo, si stava convincendo di essere lei stessa una leggenda che avrebbe dovuto esiliare.
Si avvicinò al giaciglio su cui Ondoso si era appisolato. Afferrò la veste bianca appoggiata sul cuscino di piuma e lasciò che le scivolasse sulla nuda pelle. Il corpo, che Zobeide costringeva in rigidi abiti maschili per proteggerlo dal male, trovò sollievo nella morbidezza della seta. “Sembri una sirena” le aveva detto un mercante “e dovresti illuminarti come la madre perla”. Era stato lui a donarle la veste, dopo una notte in cui Zobeide aveva cercato calore nel suo corpo.
Diede una carezza al cane che le rispose con un sonoro russare. Guardò il tavolo su cui erano appoggiati alcuni pesci dai colori vivaci e una manciata di uova. Zobeide corrugò la fronte e si rivolse a Ondoso “Ma come hai fatto a portare le uova?”. Il cane rispose facendo bella mostra del sedere peloso, ancora offeso dal rifiuto di poco prima.
Ondoso le era stato donato dal mare. La notte in cui era comparsa la prima maglia, Zobeide si era fermata a piangere sulla spiaggia. Piangeva perché non capiva cosa fosse successo. Piangeva perché nelle profondità del mare aveva avuto paura. Piangeva perché era sola. E così, dalla spuma del mare nacque Ondoso, che leccò via le sue lacrime.
Per farsi perdonare, Zobeide gli grattò le orecchie. Ondoso la guardò soddisfatto e si sedette accanto a lei. Qualcosa lo disturbò. Scese dal giaciglio e si affacciò alla porta di casa. Emise un ringhio basso e digrignò i denti. Zobeide si mise accanto a lui. In lontananza qualcuno camminava sulla spiaggia, “Eccone un altro! Sarà un viandante in cerca della Città di Zobeide. Tranquillo, non ci vedrà”. Sapeva per certo che l’incantesimo rendeva la casa invisibile ma Ondoso non smetteva di ringhiare. Zobeide lo spinse in casa e chiuse l’uscio. Non servì a calmare il cane che continuò a borbottare col pelo ritto sulla schiena.
Zobeide fissò la porta e qualcuno bussò.

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