Ines (di MaraMunerati)

Dicono che quando ci passa la morte accanto, un brivido ci attraversa.
Non a me. Sia chiaro. Io non ci credo.
La morte arriva, si prende quello che vuole, e se ne va. Senza brividi, o tocchi magici.
Ma lei, mi ha sempre detto che la morte, la poteva sentire.
Lei, con quei due grandi occhi di ghiaccio. Che a sbatterli, veniva freddo.
L’unico brivido, era quello. Il suo battito di ciglia.
Ines mi ha sempre detto che lei, la morte, la sentiva arrivare.
Che nel cuore della notte, sentiva come un temporale. Ma dentro di sé.
Niente voci nel buio o messaggi dall’aldilà.
Lei sentiva il temporale. Lei, che era muta, e non poteva proprio dirmelo quello che le accadeva veramente. Me lo scriveva. Accanto al nome della persona che sarebbe scomparsa insieme a quel temporale.
Io parlavo di lei a mia madre, e lei, si faceva il segno della croce. Io le chiedevo perché, lei mi diceva che era una ragazza dell’aurora, e che io, dovevo starle alla larga. Io le rispondevo che Ines era una ragazza normalissima. Un po’ strana, è vero, ma non da segno della croce. E il suo essere muta, non poteva che farmi bene. Niente “indurmi in tentazioni pericolose”.
Ma mia madre finiva lo stesso col dirmi che era stato il Signore a cavarle la parola.
E che aveva fatto bene.
“E’ una messaggera del demonio! E Dio l’ha punita cavandole la parola!”
“Sono muta perché per parlare coi morti, non serve la voce.”
Ecco cosa mi scriveva Ines quando le raccontavo cosa mia madre diceva di lei.
Ed io, che credevo poco ad entrambe, continuavo a non far caso né ai temporali di Ines, né ai segni della croce di mia madre.
E continuavo a farmi gli affari miei. Frequentavo Ines, e litigavo con mia madre.
In fondo, la presenza di quella ragazza, mi rasserenava.
Un po’ perché era muta, un po’ perché su quel foglio, mai era apparso il mio nome. La scaramanzia, va sempre di moda.
E poi, si sa, il mistero, sia pur fasullo, ha sempre un certo fascino. Ed Ines, ne aveva da vendere di fascino, e anche di mistero.
Non è che si possa approfondire troppo con una ragazza muta, ma i suoi gesti parlavano più di tutte quelle parole che avrebbe potuto dire, se solo avesse avuto una voce.
Quel suo modo silenzioso di piangere dopo aver scritto sul foglio un nome, anche se sconosciuto. Il sorriso da bambina di quando invece, arrivava a scuola con la sola voglia di riempire il suo quaderno di disegni.
Angeli. Sempre e solo angeli.
Una volta le ho chiesto perché passasse ore ed ore a disegnare ali, corpi perfetti, o altre stramberie celesti.
Lei si voltava, arrossiva, e scriveva sul foglio: “Perché sono innamorata di un angelo”.
E quindi, anche Ines aveva un cuore. Oltre che i temporali di notte, e la morte sempre appresso.
Ma mai, l’avevo vista con qualcuno.
Sempre con un quaderno in mano.
“Ma chi diavolo sarebbe questo angelo di cui ti sei invaghita?”
E lei, arrossiva.
“Scrivimelo, dai.”
Ma lei, niente.
Così, per mesi e mesi. Tanto da farmi stancare e arrivare a pensare che avesse qualche rotella fuori posto. O che le mancasse qualche venerdì, o mercoledì, o una settimana al mese, direttamente.
Perché Ines non era timida, la faceva. Ma non lo era.
Ines, che profumava di Parigi, e di vinili a metà prezzo ai mercatini di Montmartre.
Ines dai capelli corti e neri, come i corvi del Louvre.
Bella, sì. Ma nessuno se la filava troppo.
Solo io, avevo inspiegabilmente la capacità di non farla sembrare un cane alla catena, quando qualcuno le rivolgeva la parola.
Poi un giorno, quel piccolo cane dai grandi occhi azzurri, senza apparente motivo, iniziò a mordere anche me.
Non proprio mordere. Ma il suo silenzio diventò ancora più silenzioso. Se davvero il silenzio può essere ancora più silenzioso, di quanto non lo sia già.
“Oh vaffanculo, Ines! Adesso basta!”
Le avevo urlato in faccia.
E poi, si era messa a scrivere.
Per la prima volta nella mia vita, non volevo sapere cosa.
“No, dai. Scusami... non volevo.”
Avevo detto mentre il cuore mi sventrava le costole per l’ansia.
“L’angelo di cui mi sono innamorata, vuole te.”
Sul foglio, quella scritta.
“Ma dai, Ines. Ti sarai sbagliata… E poi, non so nemmeno chi sia!”

Dicono che quando ci passa la morte accanto, un brivido ci attraversa.
Non a me. Sia chiaro. Io non ci credo.
O non ci credevo.
Poi Ines, un giorno, ha scritto il mio nome sul foglio.
E a me, è toccato conoscere il suo caro angelo.

C’est la vie.

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