Mirto (di SchiumaNera)

«Eccola, guardate, è la strega.»
Il ragazzino non fa in tempo ad additarmi ai suoi amici; mi volto per osservarli e quelli scappano come volpi, portandosi appresso gridolini spaventati. Sorrido, vado avanti. La brocca con l’acqua è pesante e non ho tempo da perdere con bambini troppo giovani e sciocchi per essere pericolosi. Ombra gli abbaia dietro un paio di volte, più annoiata che davvero infastidita dai gesti delle loro dita sporche.
«Andiamo», le dico. Lei mi fissa, sbadiglia. Riprendiamo la salita.

Ci sono tre cose che producono biasimo, ad Altopiano: rubare, urinare in pubblico e non presentarsi alle funzioni. Soprattutto se sei donna. Soprattutto se sei vedova. Io sono donna. E sono vedova da parecchio tempo, ormai.
Mi sposai che avevo appena ricevuto il marchio della fertilità. Mio padre fu ben lieto di cedermi alla prima mano che si fermò a bussare alla porta della sua stamberga. Ma fui fortunata. Quella mano apparteneva a un uomo buono. Un uomo ben diverso dal marito che, temevo, avrei dovuto sopportare per il resto della mia vita.
La prima notte di nozze non mi prese. E non lo fece per molti anni.
«Non voglio una serva, voglio una donna con cui parlare con intelligenza», mi disse, subito dopo le nozze.
Per dieci anni studiai con lui, sui suoi libri. Prima mi insegnò a leggere e a scrivere. Poi i rudimenti dell’algebra. Infine arrivarono i testi antichi. Studiai il latino, il greco, l’arabo e altre lingue oscure, sconosciute, dimenticate. Lingue antiche. Nessuno conosceva il nostro segreto, tutti pensavano che fossi solo un ventre vuoto; che lui mi tenesse perché non facevo la buona azione di morire. Era più semplice. Fingere di essere una stupida donna inutile. Ed essere viva solo per lui.

«Bene, ora dobbiamo prepararci: il vescovo sarà qui tra poco.»
Chiudo il portone della torre. Il palazzo della Rosa, lo chiamano. Sta sul lato nord della piazza. Proprio di fronte c’è la chiesa. Attorno suole di contadini che salgono e scendono da e verso i campi. Il mare è lontano, oltre le vigne, ma dalla stanza più alta della torre arriva sempre il suo profumo pastoso, quello delle creature di sale che gli nuotano in pancia.
Appena nomino il vescovo, Ombra rizza il pelo, percorsa da un brivido. Scopre i denti. Le vado vicino e l’accarezzo, finché non si calma. Ma non si calma mai del tutto. Non quando sente attorno a sé quest’odore. L’odore dell’odio.
«Shh… sta buona», le dico, «Nessuno ti farà più del male.»
E gliene hanno fatto, di male, in passato. Una cagna nera, con quello sguardo affilato come una spada. La temevano fin da cucciola, quando saltava davanti alle contadine che all’alba passavano sulla piazza per andare ai campi, rubando le forme di pane che quelle si facevano scappare per la sorpresa e lo spavento.
La salvai che stavano per bruciarla viva; l’avevano legata per la coda così stretta che gliela dovetti amputare appena arrivate a casa.
Rimanemmo a fissarci per il resto della notte, quella volta, sedute sul pavimento della camera di mezzo, mentre le braci nel camino si spegnevano con gli ultimi gemiti della legna arsa. Entrambe avevamo perso da poco qualcosa: lei la coda, io un marito. Entrambe avevamo appena guadagnato un’alleata.

Il vescovo sarà qui a momenti. E con lui almeno cinque soldati. È venuto ad Altopiano appositamente per me. È la seconda visita che viene a farmi. Visto che, la prima, non gli ho dato quello che chiedeva con tanta insistenza, con così rabbioso furore.
«Ti pentirai, donna, della tua insolenza. Chi riderà, quando ti avranno strappato la lingua, quando ti avranno cavato gli occhi e quando sentirai la vita scapparti dalla gola mentre le fiamme ti divoreranno la carne? Non certo tu. L’Inferno riderà di te. Rifletti su questo, strega. Tornerò un’ultima volta e bada di non respingermi ancora o la tua condanna è già scritta.»
Si era illuso, forse, che le sue minacce potessero avere un qualche peso sulla mia determinazione. Io so, cosa c’è oltre la morte. È stata l’ultima cosa che mio marito mi ha mostrato, prima di cedere il suo corpo al Verme. Come potrei averne paura?

Ombra alza un orecchio, uggiola, sbatte la coda. Le lancio un osso. Lo afferra ancora in volo; ha zanne forti, spezzano un femore quasi senza sforzo.
Rovescio l’acqua nel paiolo di rame, aggiungo le erbe e lascio che il fuoco scaldi la miscela. Mi siedo sulla poltrona di velluto. Sul tavolo c’è il testo del monaco Alhazred, ho quasi finito di tradurlo. Manca poco.

Quando ero piccola, con i capelli nascondevo sempre il mio occhio destro. Ne avevo vergogna. Era a causa sua se mia madre mi fissava con disgusto, se mio padre, ogni volta che gli passavo accanto, faceva gli scongiuri.
L’occhio destro azzurro, il sinistro nero. “Due anime in un corpo”, dicevano le vecchie. I bambini mi allontanavano. Così i miei fratelli. Già allora mi chiamavano “Mirto la strega”. Il prete tentò di convincerli a cavarmi “l’occhio del Demonio”, prima che diventassi donna. E lo avrebbero fatto, se non fosse arrivato mio marito a rapirmi da quel villaggio di ignoranti e superstiziosi.

«È per quest’occhio che ti ho scelta», mi confessò, la nostra prima notte assieme. Quando lo accolsi tra le braccia e le gambe, e sentii il cuore bruciare di amore e dolore. Quella notte compivo ventidue anni. E seppi che non ne avrei trascorsi più di altri tre, assieme a lui.
Quella notte sbocciò il mio potere. Ed è stato mio marito a farmene dono.

Ombra ha spezzato l’osso, il pelo nero vibra ai riflessi delle fiamme che crepitano nel camino. Gli occhi sono puntati sulla porta. È eccitata e si gode l’attesa.
Ho rovesciato l’acqua profumata nel catino d’argento, al centro del cerchio di Nergal. Il resto degli strumenti è sul tavolo.
Ho coperto l’occhio sinistro con una benda. Solo il destro deve vedere.
Il sangue ha preso a danzare lentamente nel mio corpo, respiro adagio. Gli antichi hanno risposto al mio richiamo. Come sempre.
Il vescovo e i suoi sgherri saranno qui tra poco.

Siamo pronte per riceverli.

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