Apocalisse 2 - Ruins (di Kriash)

“Polizia di Torino, possa aiutarla?”
“Mettimi… mettimi in contatto con l’ufficio Genesi 7…”
“Signora si calmi. Può dirmi di cos…”
“HO DETTO UFFICIO GENESI 7!”
Un colpo di tosse e la ragazza, a sedere per terra, perde la presa del telefono.
Urlare le costa fatica. Più di quella che dispone.
Con la mano va a cercare di nuovo l’apparecchio.
Scosta la gamba dell’uomo a terra di fianco a lei, lo trova e, tremando, se lo posiziona di nuovo vicino all’orecchio.
“Sono l’agente Morisi, codice w-e-666… ditegli così.”
“S…sì.”
Dall’altra parte della linea una musichetta d’attesa trasforma quegli attimi di agonia in una farsa. Potesse essere allegro come quel motivetto, il mondo sarebbe un posto migliore.
Invece è pura merda, sembra pensare la ragazza.
“Pronto, Claudia sei tu?
“S…sì sono io. Ho fallito. Non ce l’ho fatta.”
“Calma… calma. Claudia dimmi cos’è successo lì dentro. Non abbiamo più ricevuto il segnale della microspia per colpa della tempesta.”
“È successo che non ce l’ho fatta: sto morendo.”
“…”
Con la mano libera tocca la scarpa dell’uomo al suo fianco, disteso e completamente fermo.
“Ho ucciso Andrea…”
“Il catalizzatore?”
“Sì, come accidenti vuoi chiamarlo…” s’interrompe per un altro colpo di tosse. Dalla bocca fuoriesce un po’ di sangue, “…mi ha colpito prima che potessi finirlo. Mandate un ambulanza…”
“Sta già arrivando Claudia, cerca di tenere duro ancora per qualche minuto. Parlami.”
“Non ho niente da dirti. Starti ad ascoltare mi ha portato in questo cazzo di casino. Pensavo che infiltrarmi per il tuo lavoro, fingermi una bella preda appetibile per un assassino che avrebbe scatenato l’inferno e salvare tutti da questa cazzo di apocalisse fosse facile ma… mi sbagliavo. Voi sapevate anche troppo di quello che sarebbe successo.”
“E tu sapevi quali erano i rischi.”
“Sei un fottuto bastardo” sorride Claudia mentre altro sangue le scende sul mento. “Immagino che l’ambulanza non stia arrivando, vero?”
“No.”
“Beh, allora… buona Apocalisse!”
La mano scende senza più forze.
Il telefono cade di nuovo al suolo nascondendosi tra i due cadaveri.
Fuori dalla stanza di quel piccolo appartamento torinese il cielo si fa scuro.
Nero.
Le nuvole si raddensano e, sui palazzi più alti, i doccioni di pietra raffiguranti demoni urlanti iniziano a scuotersi.
Ad ogni folgore che illumina la notte, pezzi di pietra cadono dai loro corpi rivelando fattezze di carne e sangue.
All’unisono, dalle diverse posizioni, il loro grido muto si trasforma e diventa suono.
Un canto di rabbia.
Prendono il volo, bagnati dalla pioggia.
In alto nel cielo, intanto, la grande nube circolare inizia a girare vorticosamente e sotto di essa, come demoni dell’abisso, i gargoyles iniziano il rito.
Come uno stormo di uccelli danzano dalla tempesta fino alla grande finestra dell’appartamento.
Il rumore dei vetri rotti dalle mani di pietra si mescola all’esplosione.
Una grossa palla luminosa, vista dall’alto.
Grande come tutta Torino e alta fino al cielo.
L’esplosione che annuncia la fine del Mondo.
***
“E questo è quello che accadde.”
Il vecchio tomo rilegato viene chiuso con un rumore ovattato. L’uomo che lo tiene in mano è gobbo, anziano e con una barba grigia poco curata che gli arriva fino al torace.
Attorno a lui sono seduti parecchi bambini e ragazzi un po’ più grandi.
Gli adulti, intenti in altri lavori, sembrano non curarsi del gruppetto.
Uno dei pochi bunker ancora funzionanti dopo l’apocalisse, ricavato in una grotta sotterranea e illuminato da alcune torce agganciate alle pareti.
“Maestro” parla uno dei ragazzini in prima fila, “ma come può un solo uomo aver fatto partire tutta questa confusione?”
“A volte basta un solo gesto. Chi siamo noi per poter dare maggiore importanza a qualcosa piuttosto che a un’altra?”
“E dopo?” chiede un altro bambino più piccolo. “…dopo cos’è successo?”
“Questo lo imparerete alla prossima lezione. Ora è tempo per voi di andare dalle rispettive famiglie.”
“Maestro, noi vogliamo sapere. Abbiamo tutto il tempo per tornare a lavorare per la comunità.”
L’anziano insegnate sorride. A bassa voce mormora “giovani d’oggi, cosa s’inventerebbero per non lavorare”.
Sistemando il pesante tomo di storia, riprende a parlare.
“L’esplosione di Torino è stata l’inizio di tutto. La popolazione mondiale si è dimezzata a causa di altre esplosioni e dei gas scaturiti dal sottosuolo. Tutta la terra ha subito dei danni spaventosi e ancora oggi, a distanza di una ventina d’anni, dobbiamo nasconderci nei bunker per svariate ore al giorno o il nostro fisico ne subirebbe le conseguenze.”
Tutti ascoltano attentamente.
Avranno sicuramente sentito queste storie dai loro genitori ma ascoltare il loro insegnate rende tutto più “vero”.
“Venne successivamente creato un Governo Mondiale” continua lui. “E le Nazioni rimaste attive si unificarono. Un’utopia mai realizzata prima. Il tutto per dare una soluzione a quello che venne scoperto a Torino. L’esplosione originaria liberò sul pianeta qualcosa. Una cosa così tremenda da essere considerata una leggenda.”
“Io ho sentito che è tutta finzione” dice un ragazzo più grande dalle file arretrate.
“Magari lo fosse” si fa più scuro il maestro. “Quel giorno è stato creato un varco tra la nostra terra e l’Inferno. Da questo sono giunte le anime dei duecento angeli caduti che hanno seguito Lucifero nella battaglia dei Cieli. E proprio lui, l’angelo caduto più potente di tutti, è stato intrappolato nella base governativa costruita sui resti dell’epicentro dalle Nuove Nazioni Unite.”
Tutti i presenti sono fermi, in assoluta venerazione.
Sembrano rapiti o spiazzati dalla mole d’informazioni date dal vecchio.
“Sono andato troppo veloce, ragazzi?” sorride lui.
Alcuni dalle prime file scuotono la testa per dissentire.
Verso il fondo, vicino al ragazzo di prima, parte un mormorio.
“Scusi maestro” dice uno di questi, “ma se la leggenda parla dei duecento angeli caduti, perché se ne menziona sempre uno in più?”
“Sì” continua un altro a fianco. “Ho sentito anch’io dei duecentouno usciti dall’abisso.”
“Per non parlare delle possessioni di corpi…”
A questo punto il vociare, come un’onda che s’ingrossa, degenera e gli alunni iniziano a parlare più forte per sovrastarsi gli uni con gli altri.
“SILENZIO!” alza la voce il vecchio insegnate battendo le mani.
Tutto attorno ritorna il silenzio.
Con lo sguardo passa in rassegna gli alunni prima di continuare a parlare.
“Vedo che c’è molta confusione su queste cose. Io vi riporto i fatti, come andarono veramente le cose. Il pozzo verso l’abisso esiste, come esistono le anime degli angeli caduti. E sì…” guarda l’ultimo alunno che aveva parlato prima della confusione generale, “i duecento hanno bisogno di un corpo ospite quindi si sono impossessati di altrettanti umani.”
Riprende un mormorio di sottofondo subito interrotto dall’occhiata tremenda dell’anziano.
“Per quanto riguarda per l’anima aggiuntiva, ecco… quella sì che è una leggenda vera e propria. È nata dalla speranza che a combattere le schiere dell’inferno sarebbe intervenuto un distruttore. Il suo nome è Uriel, l’angelo di fuoco!”
I più piccoli già sognano ad occhi aperti alle parole dell’insegnante.
“Ma come vi ho detto” finisce lui, “questa è veramente una leggenda.”
***
“Sei un tipo di poche parole, tu, vero?”
“Sì.”
Macerie sotto i piedi del ragazzo. Talmente tante da sembrare una montagna.
Nessuno direbbe che quelle macerie una volta formavano un città.
Una delle più grandi d’Italia.
Il ragazzo è solo, chiuso nel residuo di un giubbotto ormai stinto.
Sulle spalle uno zaino che gli supera la testa.
“Almeno il tuo nome, dovremo fare parecchia strada insieme. Almeno che sappia come ti chiami.”
“Federico. Ma tutti mi chiamavano Fede.”
“Ora non hai più nessuno che ti chiami così?”
Il ragazzo continua a camminare. Un passo davanti all’altro verso una direzione ignota, lontana da quello che era Torino.
Verso un posto che conosce solo lui.
Non risponde subito. Spera che il silenzio si trasmetta anche al suo interlocutore.
Il vento lo scuote fin nelle ossa.
Prima o poi dovrà buttare quel giubbotto inservibile.
“No” si arrende a quel silenzio che pesa più di tante parole. “Ormai non mi chiama così nessuno. Sono un tipo scomodo, nessuno mi vuole tra i piedi.”
“E perché? Mi sembri un tipo normalissimo… per quanto le persone rimaste a oggi possano esserlo.”
Il ragazzo si ferma. Inclina la testa di lato come a parlare con qualcuno al suo fianco.
“Perché ne so troppo sull’esplosione che diede il via a tutto questo.”
Le mani si staccano dalle spalline dello zaino e vanno a indicare i detriti attorno.
“Non è colpa mia. Non l’ho chiesto io di essere il figlio dell’apocalisse. Di quell’Andrea che con i suoi peccati aprì i cancelli dell’Inferno.”
“Il figlio dell’Apocalisse. Un titolo importante per un ragazzo di poco più di vent’anni come te.”
“Un titolo che mi ha isolato. Tutti sono spaventati da me. Eppure non ho fatto niente se non nascere da lui e dalla moglie che uccise.”
“Passato triste. Presente triste. Il futuro come sarà, Fede?”
“Lo scopriremo… piuttosto, io mi sono presentato ma tu? Non mi hai detto come ti chiami.”
Fede riprende il suo cammino solitario.
Il vento continua a colpirlo.
“Il mio nome è Uriel. E come ti dicevo, avremo parecchia strada da fare insieme.”