Apocalisse 2 - Muno di Sotto (di BekiRoad)

Si era inginocchiato ai Suoi piedi. Due ali pesanti ne avvolgevano il corpo. Alzò il grugno e fissò Marco con i suoi occhi rossi. Nelle fessure si animavano le fiamme dell’inferno, e la pietra stessa, di quell’orribile creatura, sembrava bruciare sotto il loro calore. Si alzò, mantenendo lo sguardo.
Passi pesanti giungevano dalla strada. Urla indistinte non trovavano rifugio e una nebbia sulfurea avvolgeva il paese. Marco voleva spostare lo sguardo altrove, staccare gli occhi da quelle due crepe infernali, e risvegliarsi da quell’incubo, ma era impietrito e neanche le urla della strada riuscivano a smuoverlo. A un tratto, il Gargoyle spostò lo sguardo. Marco indietreggiò lentamente, voltandosi verso ciò che aveva attirato l’attenzione della bestia. Si bloccò di nuovo. Anna era in piedi dietro il bancone del bar. Tremante si muoveva lungo la curva del pianale di marmo. Luca si sollevò di scatto dai piedi di Anna. La afferrò per un braccio e insieme cercarono di scappare, ma il gargoyle scattò all’istante e afferrò entrambi per la gola. Stringendo i due ragazzi fra le zampe, la creatura fissò di nuovo lo sguardo in quello di Marco. Il pavimento si aprì sotto i Suoi piedi e fu tutto buio.

Niente più urla, nessun suono. Non smetteva di guardare davanti a sé, aspettando il rumore delle ossa spezzate di Anna e Luca, ma non c’era traccia del bar. Erba nera riluceva nel bianco della nebbia. Marco si sedette a terra, testa fra le mani. Le dita impastavano i capelli, ungendosi di gel. Sollevò il mento, “Voglio svegliarmi, voglio andare a casa”. Fissando il cielo velato di bianco, la nebbia prese a diradarsi e si accorse che non c’era nessun cielo da pregare. Sopra la Sua testa, riusciva a vedere solo terra, dalla quale, radici inerti pendevano verso il basso, dove lui si trovava.
Da quelle radici un liquido denso colava. Marco non riusciva a capire cosa fosse, resina o forse linfa. Una goccia gli cadde sulla mano. Il liquido era caldo ma nel buio non capiva che colore potesse avere. Con l’altra mano cercò nelle tasche. Il cellulare gli si illuminò fra le dita. Niente campo, che sorpresa. Attivò la torcia e diresse il fascio di luce verso la goccia che lo macchiava. Era rossa, sembrava sangue. Marco fissò la macchia per qualche istante, non poteva credere a ciò che fosse. Si ripulì cercando di rimanere calmo ma il cuore batteva in ogni parte del Suo corpo, e nella testa, dove ogni pensiero veniva schiacciato dal peso di quella terra che costituiva il suo nuovo cielo, pulsava più veloce.
In quel silenzio sentì qualcosa provenire da lontano. L’idea di non essere solo riusciva a spaventarlo più della solitudine stessa. Chiunque si trovasse in quel luogo, con Lui, stava urlando. Ma non si trattava di una sola voce, erano tante e gridavano senza pause.
“Respira Marco, respira”. Respirava così veloce da non sentire più aria nei polmoni. Rivolse il telefono in direzione delle grida. La debole luce tremava con la Sua mano. Poco più in là, un sentiero di pietra camminava verso una foresta, la direzione da cui venivano le grida. D’istinto si ritrasse, decidendo che non avrebbe percorso quella strada.
Si voltò per allontanarsi da tutto, ma non poteva. Non esisteva nessun’altra direzione. Solo il nulla, che un telefono non poteva illuminare. “No! No, no, no” non voleva, voleva solo tornare a casa.
Sbatté duramente le ginocchia a terra e lanciò il telefono oltre il buio. Nessun rumore. Allentò quello stupido papillon, indossato per la festa, e cercò di rallentare il ritmo del respiro.

I passi di Marco echeggiavano sulla ruvida pietra. La sua paura strisciava fra gli alberi come sibili di serpenti. Quelle urla, unghie di demoni che stridevano sulla lavagna di Dio, non si davano pace. Per la prima volta, capì la disperazione e desiderò aver indossato una cravatta, per potersi appendere ai nudi rami che lo scortavano sul sentiero.
Fra gli alberi riuscì a scorgere una radura. Le urla, si facevano più forti. Decise di uscire dal sentiero e si avvicinò, celandosi fra gli alberi. Il respiro gli si bloccò nello stomaco. Centinaia di donne si straziavano a terra. Sui volti, ogni singola goccia di sudore testimoniava la profondità del loro dolore, un dolore che solo chi è madre può provare.
Quelle donne erano tutte incinte e partorivano i propri figli, morti.
C’era chi spingeva gridando. Chi stringeva il proprio genito versando su di esso lacrime disperate. Poi c’erano le rassegnate, coloro che avevano perso la speranza di stringere la vita e fissavano i cadaveri, mentre, abbandonate sull’erba a gambe aperte, lasciavano che la morte fluisse dai loro ventri.
Marco si vomitò addosso. Il puzzo di morte, sudore e placenta si mischiava all’odore di muffa della terra che lo circondava. Cercò di pulirsi ma non poteva cacciare via l’odore. Si graffiò la fronte strusciandola contro la corteccia di un albero. Il bruciore dei graffi gli ricordava che non si trovava in un sogno. Si rimise in piedi ma aspettò un attimo prima di lasciare il nascondiglio assicurandosi di non svenire sopra il suo vomito.
Più lentamente di quel che doveva, avanzò fra le partorienti. Anche volendo, non sarebbe riuscito ad attirare l’attenzione di quelle donne, perse nel loro male.
Si guardò attorno soffermandosi su uno dei nati morti. La pelle era come carta velina, un sottile strato semitrasparente che lasciava intravedere piccoli organi e vene nere che scorrevano lungo i corpi senza vita.
Accelerò il passo scacciando ogni domanda sulla natura di quelle cose ma, dal cielo di terra iniziò a gocciolare sangue. Colava dalle radici come pioggia d’estate. Sangue ancora caldo. Le donne urlarono più forte, ma al loro strazio si unirono i vagiti in coro. Marco si fermò sorpreso da quei pianti. Si guardò attorno e capì. Le gocce di sangue penetravano nella pelle dei nati morti ridandogli la vita ma, la stessa pioggia che li nutriva, bruciava la pelle delle madri come acido.
Marco si controllò le mani. Erano sporche di sangue ma non sentiva alcun dolore. I corpi delle partorienti si sciolsero completamente fondendosi con l’erba nera. Adesso, le centinaia di piccoli mostri piangevano rivolti a Marco.
Le gambe scattarono senza attendere alcun pensiero. Corse veloce, oltre l’orrore che aveva visto. Corse a lungo prima di rendersi conto che i pianti non accompagnavano più la sua strada. Rallentò toccandosi il petto. Il cuore batteva come grandine sull’asfalto. Si appoggiò alla ruvida corteccia di un albero.
«Che fai lì?». Marco saltò su sé stesso in un moto tragicomico. Si voltò verso quella voce.
«Vieni. Entra. Voglio aiutarti.»
Era calda, rassicurante e calmò i Suoi battiti. Vide un sagrato circondato da colonne, e al centro di esse una donna gli sorrideva. Decise di avvicinarsi. Una luce celeste illuminava quel luogo. La donna aveva i capelli bianchi ma la pelle del viso era liscia, luminosa e rifletteva la luce come fosse di seta. E di seta era la sua veste che morbida le copriva il corpo, lasciandone intuire le forme sottili.
«Vieni Marco».
Nell’avanzare, Marco alzò lo sguardo e si accorse che il sagrato apparteneva a una Chiesa. Non si trattava di un edificio qualunque, era uguale a una Chiesa che aveva imparato a conoscere molto bene. Si trattava di quella di Muno. Stessa struttura, stesse guglie, stessi dannati che si arrampicavano su di essa, ma a differenza della Chiesa di Muno, questa era stata costruita con lucido marmo nero. Marco si fermò ai piedi dei gradini e la donna lo fissò dall’alto della sua bellezza.
«Non avere paura di me. Vieni, ho il compito di aiutarti.»
«E, e come?»
«Vuoi darti una ripulita?» , così dicendo la donna indicò a Marco l’acquasantiera all’ingresso della Chiesa, «ti puoi lavare lì».
Marco immerse le mani ancora sporche di sangue, e immaginò che il viso fosse nelle stesse condizioni. Si sciacquò sentendosi di nuovo pulito.
La donna si fece vicina e gli posò una mano sulla spalla. Lentamente, lo spinse a entrare. L’interno della chiesa era avvolto nelle tenebre, rischiarate debolmente da un grande oculus, un foro posto al centro di una cupola che non esisteva nella Chiesa di Muno.
Dall’oculus un fascio di luce azzurra illuminava un altare di pietra bianca. Qualcuno vi era sdraiato ma l’attenzione di Marco era assorbita dalla sua accompagnatrice, «Come puoi aiutarmi?»
«Cosa desideri Marco?»
«Tornare a casa. Dimenticare tutto»
«E io posso portarti a casa e farti dimenticare ogni cosa»
«Come? E posso sapere chi sei?»
«Cambierebbe qualcosa?»
Profumava di fiori di campo ma le note fragranti di terra umida continuavano a nauseare Marco, «Credo di no»
«Bene. Posso farti tornare a casa, ma prima devi aiutarci»
«Cosa devo fare?»
«Finire ciò che hai iniziato»
«Cioè?»
«Ma l’Apocalisse ovviamente!»
«Non, non capisco»
«Non mi sorprende»
«E come, come dovrei fare?», un lieve tremore febbricitante si allargò sul corpo di Marco.
«Niente di complicato, tranquillo. Devi solo donarci il tuo seme»
«Credo di, di non capire»
«Marco, devi metterla incinta! Ti piace?»
Si erano fermati di fianco all’altare e Marco La vide. Una donna senza vita giaceva nuda sulla pietra. Quella donna era Anna.
Alla vista del cadavere Marco vomitò di nuovo. «Ma cosa? Ma che cazzo vuol dire?»
«È qualcosa di molto importante, Marco. Se non l’hai capito questa è l’Apocalisse. Vuoi tornare a casa? Vero?»
Marco si avvicinò ad Anna e posò tremando una mano sul suo braccio. Poteva sentire il calore che lentamente veniva assorbito dalla fredda pietra, ma nonostante questo, il corpo di Anna era ancora tiepido. Agitato, continuava a battere le unghie sull’altare e si rivolse nuovamente alla donna riversando disperazione nelle Sue parole, «Come è possibile che io la metta incinta?!?»
«Inseminala, così che il Signore possa risorgere!»
«Ma è MORTA!»
«Con tutto quello che hai visto, ti preoccupi di un ventre senza vita?»
«E di che Signore parli? Di Dio?»
«Se vuoi, puoi chiamarlo così! Marco, ascoltami, non ci sono altri modi per tornare, a casa».
Voleva andarsene. Voleva dimenticare. Era pronto a fare ogni cosa per abbandonare quel luogo, ma quello era forse troppo, «Non so. Non so se ce la faccio»
«Tranquillo, ti aiuto io».
La donna si avvicinò sempre più a lui. Gli prese le mani fra le sue e delicatamente se le appoggiò sui fianchi. Accarezzò i capelli di Marco e schiacciò il corpo contro il suo, permettendogli di sentire due piccoli seni. La testa di Marco sembrava scoppiare, ma il corpo reagì autonomamente. Non c’era dolcezza nei gesti della donna ma Lui aveva smesso di pensare. Lei gli slacciò i pantaloni, insinuò una mano negli indumenti e glielo prese in mano.
«Oh Marco, quanto la invidio».
La donna si staccò da lui. Slacciò la veste di seta e la usò per coprire il cadavere. Afferrò le caviglie di Anna e la strattonò per lasciare la sua intimità sul limite dell’altare. Marco distolse lo sguardo dal cadavere e si concentrò sull’idea che presto avrebbe dimenticato tutto.
La donna si mise a cavalcioni sul corpo di Anna e le spalancò le gambe con le sue. Solo allora Marco capì che quella donna non poteva essere umana; fra le sue gambe la pelle era completamente liscia, non c’erano labbra dentro cui infilarsi.
«Oh! No, no Marco. Non perdere l’entusiasmo». Lo attirò a sé, e Lui si perse fra quei due corpi.

Sentiva caldo, troppo caldo. Il naso e la gola bruciavano nell’odore di zolfo. Marco aprì gli occhi.
«Ma dove cazzo sono?».
Passi pesanti si fermarono alle Sue spalle. Marco si girò e vide un’enorme creatura di pietra fissarlo con le fiamme negli occhi. «Sei a casa», gli disse «Sei all’inferno».