Apocalisse 2 - Imbrian la gargoyle (di Scartabella)

La porta si aprì e Imbrian sgusciò oltre la soglia. La stanza era grande e tutta verde. Una vegetazione fitta, era edera velenosa, quella?, precipitava come l’acqua di un ruscello da una finestrina minuscola, una finestra da bambola, pensò Imbrian, con in mezzo una colonnina rattorta che ne faceva una bifora, e si spandeva, l’edera, senza risparmio e senza remora, accalcandosi in una sequenza ordinata e intimidatoria di minuti scudi verdi chiazzati di bianco che ricoprivano tutte intere le pareti e tutto intero il pavimento di pietra grigia. Alzando gli occhi alla luce debole che entrava dalla finestrina, Imbrian vi scorse il profilo acuminato e severo di una testa che faceva cucù attraverso lo scroscio d’edera, il naso beccuto e rivolto al basso, smussato dalle intemperie e un subdolo sorriso che si allargava nella pietra raggiungendo il confine di un lobo  d’orecchia lisciato dalla pioggia e smangiato dal vento come un ciottolo sul greto di un fiume. Ritto nel mezzo della stanza, l’uomo con la spada, come lui stesso amava definirsi (e come avrebbe voluto che lo chiamassero gli altri), rise senza allegria maledicendo la propria sbadataggine al ricordo delle proprie armi abbandonate in chissà quale angolo e continuò a fissare la gargoyle, senza osare smettere di farlo e con l’oscura certezza che se avesse distolto lo sguardo un solo istante, qualcosa di terribile avrebbe iniziato ad accadere. Immensa era la stanza e l’unica luce che vi trapelava era quella, verdastra e malsana, della finestrina, così che un intero continente di ombre del colore di una foca bagnata o appena più chiare e simili a un drappeggio di grinzosa pelle d’elefante, si stendeva da nord a sud e da est a ovest, in un modo tale che se pure  Imbrian si fosse messo allegramente le gambe in spalla con l’idea di percorrerla tutta in quattro e quattr’otto, come si suole fare con le stanze comuni, si sarebbe ben presto dovuto ricredere poiché le quattro pareti foderate di edera a prima vista del tutto accessibili, erano in realtà assurdamente lontane le une dalle altre tanto che un viaggiatore di buona lena sarebbe potuto passare dall’una all’altra solo dopo alcuni faticosissimi e perigliosi giorni di cammino. Tutto questo, Imbrian l’intuì, essendo l’intuito il suo vero dono, dopo aver girato attorno una rapida occhiata, la prima, da che era riuscito con un sforzo erculeo a liberarsi dalla necessità di fissare in continuazione la maligna gargoyle. Il momento appresso, lo vediamo marciare attraverso la serpeggiante pastasciutta d’edera, sbattendo i piedi calzati da stivali logori e facendo fracasso e cantando una canzone i cui versi sibillini si perdono nella notte dei tempi “Topi e roditori andarono sempre all’arrembaggio ma non trovarono mai del buon formaggio”. Mentre così andava, si augurò che l’orecchio medianico di De La Mare fosse in ascolto proprio in quel momento e che l’etereo uomo della magia saltasse in aria fino al soffitto sentendo come lui, Imbrian, rispettava i suoi lamentosi avvertimenti. Cosa mi porterò via da questa “ederosa” stanza dei miei stivali? Borbottava Imbrian fra una strofa e l’altra della canzoncina e gli occhi gli saettavano tutto in giro alla ricerca di qualcosa di adatto. Che brillasse. Ma niente vedeva oltre c l’arrancare degli onnipresenti ratti, e la comparsa fantasmagorica di uno stormo di pappagalli che trasvolarono al di sopra di lui come un sogno, solleticandolo con la punta delle lunghe code multicolori e lanciando strida fastidiose. Che la volubile Galla e l’occhialuto uomo della magia avessero eletto quel luogo infido a “nido d’amore”?  Gli era sembrato, si, gli era sembrato di scorgere un nastro azzurro stretto tra i dentini aguzzi di un roditore. Una strega e un mago stretti tra l’edera verde a ordire inganni e scambiarsi baciozzi proprio mentre lui si arrabattava a punzecchiare l’orrido deretano di Elmar! Il topo, il cui nome era Sinforio si tuffò in un montarozzo verde coperto a un passo da Imbrian, il quale si accorse solo in quel momento che: i montarozzi erano più di uno e che ciascuno di essi, pur paludato e ricoperto dall’edera, conservava una vaga forma di mobilia. Un principio di fredda disillusione, come l’ombra proiettata da una nuvola su un cestino da picnic, oscurò la mente del principe amante dell’avventura. Dove era mai questa gran magia? E dove, di grazia, gli spaventi e i botti che già si prefigurava? Già deluso, si avvide in ultimo della  grigia e battagliera del topo Sinforio che scompariva quasi del tutto al di dentro del viluppone, che ricopriva a guisa di coltre, un letto a baldacchino di proporzioni nobilissime e dotato di agili colonne tortili le quali fasciate d’edera e con l’edera che ne spiombava a festoni e a cortine, davano a quel montarozzo  una  stranita apparenza  di relitto marino, quasi un vascello azzoppato e immoto nel gran mare di verde che sopra e sotto tutto lo circondava. Trascinato da una nuova emozione, Imbrian che aveva scorto sotto le vorticanti zampette di Sinforio, un caldo bagliore dorato, si accostò fulmineo al montarozzo e prese ad esplorarne i recessi affondandovi senza alcuna remora le mani e strappucchiando dove poteva quegli steli che erano in verità tenacissimi e opponevano una fiera resistenza quasi fossero vere cime e autentiche gomene di ritorta stoppa. Mentre così tramestava, un volto del biancore di un osso trapelò in mezzo a quel fasciame e Imbrian avvertì sotto le dita l’incerto contorno di un seno racchiuso in un corsetto alquanto rigido mentre si accorgeva di essersi abbarbicato alla sagoma distesa di una donna dai lunghi capelli dorati che nel bel mezzo di quel bailamme di edera e roditori (che troppi ce n’erano oltre il citato Sinforio) sembrava tranquillamente addormentata con il petto che andava su e giù nonostante il peso del principe dei curiosi, il quale era anche il re dei distratti e il signore dei sordi agli avvertimenti. Costui, cioè Imbrian, in preda a un accesso di orgoglio saturnino e ricordando certe vecchie fole raccontate da una balia decrepita si convinse sul momento che un bacio delle proprie labbra su quelle marmoree della bella sdraiata sarebbe bastato a farla ritornar su viva e verdeggiante più dell’edera. Così la baciò e fu come succhiare la polvere decrepita dei secoli. Un gusto di pietra vecchia e intorbidata da innominabile muffa gli s’installò nella gola e Imbrian tossì  e strabuzzò gli occhi quando si avvide di aver posato le labbra su quelle dell’infame garguglia. Allora l’uomo con la spada portò la mano al fianco ma altro non trovò se non il suo ridicolo pugnale ammazzatopi. Una risata secca come lo sfregare d’innumerevoli punte di selce uscì dalla bocca della garguglia e penetrò fin dentro la testa di Imbrian  come un coltello rovente in un panetto di burro. Un soffio impetuoso d’aria putrida s’insinuò nella coltre d’edera, il letto si scosse, impennandosi come un vascello desideroso di spezzare le cime e prendere il largo. Baciami, stupido, disse la garguglia ma adesso era la voce spezzata di Elmara, la figlia incantata del perfido Elmar la quale stringeva con le sue troppo bianche braccia il petto di Imbrian lo Sventato. E il letto s’innalzò sopra i flutti d’edera ed Elmara rise e ribaltò Imbrian Non-do ascolto- a-Nessuno a quattro zampe, gli salì in groppa ficcandogli nelle costole le sue ginocchia acuminate e lo pungolò con un artiglio d’osso , spingendolo giù dalla sponda del letto-vascello oltre la quale, un’abominevole fiumana di roditori formava un nastro compatto di sobbalzanti pellicce grigie sulle quali le mani e le ginocchia dello Sventurato furono costrette ad appoggiarsi per farsi trasportare, come un relitto, che i flutti e le maree crudelmente sospingono. Un regalino! Strillò Elmara con la sua voce arrugginita e strinse intorno al collo di Imbrian un laccio fatto di unghie di morto e penne di corvo, un regalino per ricordarti di Darthmor, per sempre! In quel momento, il letto vascello, con la sua svettante velatura d’edera li superò con un balzo e Imbrian colse di sfuggita le figure pallide assiepate le une sulle altre, le bocche spalancate da cui fuoriusciva un’unica nota dolente con sopra di loro le teste mozzate di  De La Mare e di Galla sospese a un tralcio d’edera che ondeggiavano selvaggiamente in su e in giù ad ogni scossone del vascello. Dalla gola di Imbrian il Condannato proruppe un urlo e la sua mente avvampò di disperazione senza che egli potesse fare  niente per sottrarsi alla stretta ferrea di Elmara che lo sospingeva avanti sempre più avanti nella corrente tumultuosa delle groppe altalenanti dei roditori mentre le mura di Darthmor si schiantavano davanti a loro come fragili tramezzi e una parata di esseri miserevoli e raccapriccianti strisciava, saltellava o stendeva le grandi ali flaccide . Al centro del laghetto il corpo rigonfio del perfido Elmar era tornato a galla come uno gnocco e adesso galleggiava con la spada di Imbrian conficcata in mezzo alle costole come un pennone privo di velatura. La testa del mago si sollevò di scatto e due piccoli occhi neri molto simili a quelli di un pollo, inquadrarono le rovine di Darthmor sotto un cielo pericolosamente tenebroso dove  nuvole nere correvano imbizzarrite mentre una indistinta massa grigio verde, sormontata da un letto vascello pavesato d’edera rotolava inesorabilmente nella sua direzione in una spettrale confusione di pellicce, facce sbiancate, artigli, zanne, code, teste dondolanti nella quale l’immagine tormentata  dello Sventurato Imbrian appariva e scompariva con in groppa Elmara dai lunghi capelli sventolanti e dalle ginocchia appuntite. Il perfido Elmar sospirò. Rimise il capo sott’acqua e chiuse gli occhi. In fondo era  un’apocalisse come tante.