Apocalisse 2 - Il mistero della farfalla nera (di SchiumaNera)

Aveva smesso di dibattersi, alla fine.
I tremori scomposti, le piccole convulsioni elettriche, la vibrazione incontrollata dei muscoli che si avvicinavano all’incontro senza ritorno con la notte erano cessati. Ed erano passati venti minuti da quando lo spillone aveva trapassato la trachea e l’intersezione tra le due vertebre cervicali della falena rossa. Venti, lunghi, osceni minuti. Non era, no, una morte rapida, quella che infliggeva lo spillone.
Aveva tentato di gridare. Ma la voce non era arrivata.
Il signor W. si alzò dalla poltroncina dello scrittoio e si avvicinò alla ragazza. Giaceva distesa, con le  braccia aperte e un po’ inclinate, i palmi delle mani dalle lunghe dita rivolti verso l’alto, leggermente contratte come steli di corallo. I capelli rossi, lunghi da arrivarle oltre la linea dei fianchi, si erano allargati sul materasso, sotto il suo corpo. Sembrava davvero una meravigliosa falena dalle ali spiegate e morte.
Una lacrima gli sfuggì dall’angolo dell’occhio destro e gli rigò la faccia.
Ora quella falena di fiamma sarebbe stata sua, con lui, per sempre.

Lo studio di suo padre era rimasto intatto per undici anni, fino al giorno in cui il signor W. aveva realizzato che quello che la sua faccia mostrava agli altri era soltanto quello che lui aveva dentro. E il signor W. aveva dentro di sé il vuoto.
Poteva colmarlo una volta all’anno, quel nulla che gli dava forma, abbracciandosi a donne che, dietro compenso, si addormentavano con lui. Ma la mattina successiva, a risvegliarsi era un uomo solo, senza nessuno a dargli il buongiorno; un bacio a sfiorargli le labbra; una carezza sulla guancia dopo il sesso; un sorriso dietro una tazza di cappuccino, mentre il tg del mattino parlava di cose futili, e due occhi si dicevano più cose che mille bocche urlanti.
Quell’ultimo anno, risvegliandosi nel letto troppo grande per una sola persona, aveva avuto, netta, la percezione di quanto fosse vuoto sotto la membrana sottile della pelle. Come un palloncino gonfio di niente.
E aveva iniziato a capire suo padre, i suoi insetti chiusi nelle teche. E aveva cominciato a cambiare, come un animale finalmente mutato; un ragno che usciva dal suo bozzolo di ragnatela. E aveva compreso che doveva entrare in quello studio, riappropriarsi dello scopo che aveva guidato le mani paterne: mettere sotto vetro l’amore perché non lo lasciasse più. Come le donne che pagava perché gli carezzassero la testa. Come sua madre della quale non ricordava nemmeno la forma del viso.
E adesso, in quello studio, con le teche appese ai muri dove centinai di esemplari di insetti scrutavano i suoi movimenti, fissati sui fogli di carta velina da spilli d’acciaio, stava per aggiungere un nuovo magnifico esemplare alla sua collezione.
Prese il bisturi.
Aveva impiegato un anno per apprendere la tecnica: un anno necessario. Grazie a quelle ore di studio ora poteva fermare la morte un attimo prima che iniziasse a rodere dall’interno le sue prede, conservandone la dolcissima bellezza.
I capelli della falena pendevano sul pavimento; il sangue gocciolava via dal tavolo di acciaio. La luce dei faretti artificiali posti sopra di loro spillava riflessi e ombre sulla pelle bianca, sulla carne rossa. Le iridi color cobalto della falena seguivano i movimenti delle mani del signor W. sul suo corpo aperto.
Il cuore, quello solo tra gli organi estratti lo avrebbe conservato. Recise le arterie. Lo estrasse dal torace.
In quel momento la porta dell’ingresso sbatté contro lo stipite.

Il signor W. aveva ancora le mani alzate, a coppa, e un po’ del sangue contenuto nel cuore della falena gli stava colando lungo il polso: lo aveva schiacciato per la sorpresa quando aveva sentito la porta sbattere.
Quel rumore, poteva averlo immaginato. Ma non era un’allucinazione il suono di passi strascicati che ora sentiva provenire dal corridoio. Passi che si facevano sempre più vicini. E che si fermarono davanti la soglia dello studio.
W. chinò lo sguardo sulla sua falena e le mani lungo il busto. Il cuore stretto tra le dita.
Era tornato, alla fine.
-Avanti-, disse, atono, riponendo il cuore nella soluzione salina.
La porta si schiuse.

-Tredici anni. Ce ne hai messo di tempo-, suo padre contemplava lo studio, guardandosi attorno con l’aria svagata. Il corpo posto al centro della stanza sembrava non interessarlo affatto.
Si voltò verso suo figlio. W. lo guardava inerme, incapace di articolare una risposta.
-Ma continua, continua pure: non vorrei che il tuo esemplare si deteriorasse-, disse ancora, con una piega conciliante sulle labbra. Gli occhialini dalle lenti tonde scintillarono colpiti da un riverbero dei faretti. –Non vorrei sprecassi questa buona occasione, e non hai molto tempo-, aggiunse.
-Cosa…?-, W. aveva riportato automaticamente la mano sui ferri chirurgici, non doveva, no, affatto, rendere inutile il sacrificio della falena. Ma suo padre era così strano, e la paura che gli provocava così forte, che attese ancora qualche istante.
-Finisci quello che hai iniziato, come ti ho insegnato. È questo, il tuo scopo. Rendimi fiero di te-, replicò lui, posando una mano sulla sua spalla. Un guizzo di calore riempì per un attimo W. al centro del petto.
Si rimise al lavoro.

-Figlio mio-
Un sospiro. La stella rossa stava allargando la sua corona sopra la torre dei Gargoyles.
-Lo ha fatto?-, chiese la più piccola delle sue sorelle.
-Lo sta facendo-, mormorò.
Mancavano pochi secondi alla mezzanotte. Mancavano pochi secondi all’apocalisse. E lei non poteva fare altro che aspettare.

Lo spillone trapassò la spalla sinistra. L’ultimo, dei tre spilloni d’acciaio. Il corpo era stato disposto in modo che i capelli creassero come una vela rossa, sotto la figura bianca. Gli occhi erano stati sostituiti da una coppia di globi di vetro, del colore più prossimo al blu intenso e cangiante delle iridi originali.
La teca di vetro venne saldata sul sarcofago di metallo alle ventritrè e cinquantanove.
A mezzanotte in punto, mentre W. si tergeva la fronte con la manica del camice bianco, un boato, simile a un urlo, intenso e straziante come se qualcuno avesse squarciato il ventre stesso del pianeta, sconvolse il palazzo facendo tremare le pareti dello studio e le teche che vi erano inchiodate. Un grido che divenne un ululato. Fuori si sentivano a malapena le urla di rimando della gente scesa in strada, le sirene delle auto, impazzite.
Il signor W. si buttò sul pavimento, nascondendo le orecchie tra le mani. Le due bare con i corpi delle sue prede vibrarono con un suono di cristalli che si incrinavano. Tra le palpebre semichiuse W. riuscì a vedere suo padre che, al contrario, se ne stava immobile, al centro della stanza, con un’aria soddisfatta sul viso. Nemmeno una traccia di preoccupazione a scalfirne la pelle tesa e impassibile.
-Cosa sta succedendo?-, gridò.
Suo padre si voltò verso di lui, trionfante: -L’apocalisse-, rispose, serafico.
W. svenne.

All’ululato e al tremore seguì la calma; un silenzio che era tutto, meno che quiete. Un silenzio che assomigliava alla sordità delle bare, lugubre e sospetto. In sottofondo si sentiva un suono ambiguo, simile a una crepa che correva lungo uno specchio; un suono indefinibile, quasi impercettibile. L’orecchio non lo captava, al contrario del cervello.
W. si risvegliò sulla poltrona di pelle. Suo padre era in piedi, gli dava le spalle e osservava, dalla grande finestra del salone, la città, parecchi metri più in basso. La notte era scesa colando sulle mura dei palazzi come vernice, oscurando quasi tutto. L’unica luce che sembrava resistere ancora era quella della grande stella rossa che brillava sopra la torre di pietra, la torre dei Gargoyles. Una stella mai vista prima.
Si tirò su a sedere. La testa era un unico elastico pulsare. Suo padre sembrava ancora più indifferente. Gelido.
-Co… Cos’è successo?
-Per la prima volta da quando sei uscito dal ventre di tua madre, hai fatto qualcosa di utile.
La voce di suo padre era priva di tono, sembrava la voce di un morto. W. non riusciva a capire: cosa c’entrava, lui, con quella storia?
-La vostra specie è condannata a morte. Finalmente. Forse non occorrerà nemmeno un mese perché sulla superficie del pianeta non rimanga un solo esemplare di uomo.
-Chi diavolo sei tu?-, si era alzato in piedi e la rabbia lo scuoteva: eppure non riusciva ancora ad affrontarlo. Continuava a soffermarsi sulle scarpe nere e lucide, piccole scarpe di cuoio.
-Ha davvero importanza? Và a vedere di persona cos’hai fatto. Hai compiuto cinque azioni, ieri. Tutte insieme. L’ultima è stata chiudere quella donna in quella bara. E hai spezzato il sigillo che bloccava lo scorrere del tempo evolutivo.  E per gli uomini è tempo di abbandonare questo piano dell’esistenza.
Le ultime parole si impastarono tra di loro e solo confusamente W. riuscì a capire l’intera frase. L’uomo si accartocciò su se stesso, come una foglia in autunno. Era morto prima ancora che W. riuscisse a coprire i pochi passi di distanza che li separavano. La carcassa brunita iniziò a formicolare appena W. la toccò e si disperse in decine di blatte piccole e marcianti per tutto l’appartamento.
Indietreggiò, sconvolto, incredulo, indifeso.
La città, in basso, sembrava scossa dal suo stesso orrore.
Scese le scale che lo separavano dal pianterreno di corsa, così come si trovava, con il camice lordo di sangue ancora indosso. La porta dell’appartamento del signor Belli si aprì. L’uomo comparve sulla soglia, cercando di afferrarlo. Il volto era una maschera terrificante: la bocca allungata in maniera sproporzionata, gli occhi che sembravano uscire dalle orbite e la voce che non arrivava e si perdeva dentro la sua gola in un grido muto. Anche Belli era sporco di sangue. Sfuggendo alla sua morsa, W. riuscì a scorgere, nell’appartamento, la mano di una donna abbandonata sul pavimento, l’avambraccio attaccato al corpo da pochi tendini.
W. si precipitò in una strada immersa nel buio come in una pozza di petrolio, Belli lo raggiunse, lo oltrepassò e si gettò contro un’auto che arrivava di corsa nella loro direzione. L’auto sbandò e si sfracellò contro il muro del palazzo. Attorno la puzza di plastica bruciata era intollerabile. Roghi si alzavano da ogni angolo. Uomini e donne lottavano in strada, si rincorrevano, si picchiavano e mordevano. Una bambina afferrò il bastone di un vecchio che cercava di mettersi in salvo e prese a batterlo selvaggiamente, sulle gambe, sulla schiena, sulla testa, finché l’anziano non smise di contorcersi. Lei girò su se stessa, vide W., gli sorrise, gli corse incontro. W. cercò di seminarla. Un uomo armato sparò contro di loro, colpì la ragazzina che saltò in aria come una rana a molla. W. continuò a correre, senza fermarsi, senza vedere l’uomo che recuperava la sua preda.

La città era un groviglio di corpi e carni e odori e grida senza senso.

Raggiunse, senza volerlo, la torre dei Gargoyles. La luce della stella rossa era abbagliante e fredda. Solo qualche ora prima quella parte di città gli era parsa così ordinaria! Adesso, invece, le prostitute e i clienti si univano in amplessi sanguinari sotto le statue di pietra che non erano più immobili ma scendevano e risalivano lungo la torre, sgranchivano le ali grigie che rivelavano la pelle coriacea e si crogiolavano sotto la luce della stella rossa. Una delle bestie lo scorse, ringhiò e gli si avventò contro. Prima che W. potesse fare qualcosa, una delle prostitute, una ninfa esile, pallida e con i capelli così biondi da non avere quasi colore e che sembravano intrecci di lana appena tosata gli si parò davanti, facendogli da scudo contro l’assalto della creatura.
-Nasconditi in quella cantina!-, gli ordinò la ragazzina, indicandogli con un cenno della testa la finestra rotta di uno scantinato.
Schegge di vetro gli si conficcarono nelle cosce, nelle ginocchia, tra le mani. Riuscì a passare, con molta fatica. Consapevole che quella cantina sarebbe stata anche la sua tomba.

-Uff… ti sei nascosto bene!-, la fiammella di un accendino illuminava due occhi dai riflessi viola e un ciuffo di capelli quasi bianchi che scendeva su una fronte alta e stretta. W. lasciò cadere a terra il bastone che aveva recuperato da un angolo di quella cantina puzzolente di escrementi di topo.
-Shh… non fare casino: siamo mica al sicuro qui, sai?-, lo rimproverò. La fiammella si spense. Quando si riaccese una sigaretta scura era comparsa tra le sue labbra.
-Tu… sì, hai ragione. Scusa. Come…-, i pensieri sfuggivano dalla sua bocca senza che la mente riuscisse a ricomporli
-Miranda-, disse la ragazzina, soffiando via uno sbuffo di fumo e tendendogli la mano.
-Come?
-Miranda: mi chiamo così. E tu? Tu com’è che ti chiami?
-W.
-W.? Che razza di nome è? Tipo che i tuoi genitori non sapevano scrivere?- rise, piano.
-Ho un nome più ridicolo di questo.
-Dai, com’è che ti chiami? Vuoi farmi morire con questa curiosità addosso?
La brace della sigaretta si fece più rossa, mentre Miranda aspirava un’altra boccata.
-Glossina Wiedemann. È il mio nome completo-, bofonchiò W. Aveva la gola secca. Aveva voglia d’acqua.
-Uhm… forse hai ragione. Meglio chiamarti solo “doppia V”.
La brace volò lontano, segnando una traiettoria curva. La ragazzina gli si avvicinò. W. sentiva l’odore dolciastro del suo corpo giovane mescolato a sudore e profumo economico.
-Quanti anni hai?
-Tanti da avere la patente-, rispose lei, distratta. –Anche se non guido. È questo corpo a far venire strane idee alla gente. Però sono la più piccola delle mie sorelle.
-Hai delle sorelle?
-Certo? Ti sembra strano?
-N-no… a proposito: come hai fatto a sopravvivere a quel mostro?
-Segreto di famiglia.
La fiammella dell’accendino tornò ad illuminarli. Miranda gli era vicinissima, il volto a un palmo di distanza dal suo. Lo fissava con quegli occhi che sembravano pasticche alla violetta. L’uomo deglutì.
-Siamo dieci sorelle… anzi: eravamo. Lavoravamo sotto la torre. Ah-, alzò la voce di un tono insieme a un indice, -per inciso: a me piaceva fare quel lavoro. Il guadagno era relativo. Te lo dico prima che inizia a farmi il moralista.
-Perché hai detto: eravamo?
-Una delle nostre sorelle è scomparsa l’anno scorso… Ma siamo ancora in nove. E la maggiore, Thanat , mi sta aspettando. E mi sa che sta aspettando anche te.
Senza attendere lo afferrò per il polso e lo trascinò verso le scale della cantina.
-Ferma! Dove vuoi andare? Se…
Lei si voltò e lo fissò, impassibile.
-Non preoccuparti. Tu seguimi senza aprire gli occhi: pensi di farcela? Ti do un bacio per buona fortuna-, aggiunse, incollando le sue labbra a quelle di W. Erano dolci e morbide, profumate di lucidalabbra alla mela, la lingua era una piccola serpe che saettava tra i denti e stuzzicava l’altra compagna. W. sentì il petto incendiarsi. Per la prima volta, da tanto tempo, da quando era nato, sentiva di non essere più vuoto.
Miranda gli sorrise: -Fa il bravo e avrai qualcosa in più. Chiudi gli occhi e lasciati portare via da qui. Fidati di me. Ascolta solo me.

Belve ululavano fuori dalla casa. Grida belluine si mescolavano a urla di dolore e cose che si rompevano e che venivano strappate e ancora urla di animali mostruosi che battevano le loro zampe sull’asfalto, facendolo tremare. Ovunque puzza di bruciato, di escrementi, di sangue e putrefazione. Ma sopra tutto quello, la voce di Miranda, più esile di un sussurro, che lo guidava, stringendogli la mano.
“Qui, qui, segui la mia voce. Non ascoltarli: non ti stanno dicendo nulla. Vogliono soltanto che tu muoia con loro, ma tu ascolta me: non glielo permetteremo.”

Della donna aveva solo l’aspetto esterno, la forma di un corpo umano fornito di un seno accogliente e un ventre leggermente rotondo. Gambe lunghe così come le braccia. Ma quel corpo era privo di ombelico, il volto era allungato, la bocca poco più di un taglio sul viso, gli occhi grandi nei quali iride, pupilla e sclera si fondevano in un blu che verteva al nero, le gambe terminavano in una coppia di zampe di leone. La cosa più bella di quella donna erano le ali nere che la avvolgevano come un mantello, chiuse a bozzolo sulle forme del corpo. Thanat distese le ali e allargò le braccia. Uno dei Gargoyle le si accovacciò al fianco, ruggendo indispettito. Inghiottì la gamba che aveva tra le fauci.
-Chi sei?
-Non mi riconosci? Beh, avrai tempo per ricordare. Nostro fratello ti ha ingannato, e ha interferito con la scommessa. Ma è troppo tardi anche per discutere di questo.
-E adesso? L’umanità è finita?
Miranda gli si avvicinò.
-No-, rispose Thanat, –Questa umanità è finita. E tu hai qualcosa da fare ancora. Ma ti spiegherò tutto più tardi. Riposatevi, ora.
Miranda gli sfiorò la guancia con le labbra leggermente umide. Il Gargoyle sbadigliò. –Sciò, va giù: c’è lavoro in abbondanza per te in basso-, lo rimproverò.
Pigramente la bestia balzò oltre il parapetto. Anche la farfalla nera si allontanò dai due corpi che si accarezzavano e mordevano tra le pietre della torre.
-Bene, è un inizio- disse, tra sé e sé.